Öcalan guida un processo di pace che, seppur dettato da meri calcoli politici di Erdoğan, potrebbe riscrivere la storia del Pkk
Abdullah Öcalan nel messaggio scritto a fine febbraio dal carcere dove è recluso dal 1999, sull’isola di Imrali, letto da deputati del partito di sinistra filocurdo Dem, il Partito della Democrazia e dell’Uguaglianza del Popolo, ha chiesto l’abbandono delle armi e la dissoluzione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). “Mi assumo la responsabilità dinanzi alla storia di questo appello” ha scritto il leader curdo, ringraziando “coloro che credono nei turchi e curdi che vivono fianco a fianco e coloro che non vedevano l’ora che arrivasse il momento della pace”.
Non si tratta del primo tentativo di pacificazione portato avanti da Öcalan, ma la situazione attuale è di certo particolare, dato il nuovo assetto politico in Siria, in Iraq e le tensioni in Turchia. Inoltre, per il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, quella della pace con la minoranza curda potrebbe essere una mossa fondamentale, come ha evidenziato a Internazionale il ricercatore dell’istituto di studi internazionali (Ceri) di Parigi Bayram Balci, perché in caso di riuscita “il presidente turco potrà passare alla storia come colui che ha ridimensionato o addirittura pacificato e completamente disarmato il Pkk. E questo gli darà molto credito”. In vista del termine dell’ultimo mandato costituzionalmente consentito come presidente, tra tre anni, Erdoğan “potrebbe cercare il sostegno del Dem per convocare elezioni anticipate, poiché la legge gli consentirebbe di candidarsi per un altro mandato se il parlamento si sciogliesse prima della fine di quello attuale” ha spiegato Soner Cagaptay in un’analisi del Washington institute.
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Il Partito della Democrazia e dell’Uguaglianza del Popolo è stato il sostenitore della richiesta avanzata dal leader del partito di estrema destra Partito del movimento nazionalista (Mhp) Devlet Bahceli (alleato in Parlamento del partito del presidente turco, l’Akp) l’ottobre scorso indirizzata allo stesso Öcalan di dichiarare lo scioglimento del Pkk in cambio di concessioni circa il regime di isolamento a cui è costretto da 26 anni. Le contrattazioni hanno portato a chiedere, in cambio della fine della lotta armata e del partito, un maggior riconoscimento dei diritti dei curdi che vivono in Turchia; secondo Cagaptay “Erdoğan probabilmente accetterebbe di reintegrare i sindaci eletti dal partito Dem nelle città a maggioranza curda, dopo aver spinto i tribunali a rimuoverli dal giugno 2024” una mossa azzardata, che se da un lato potrebbe portare a un maggiore appoggio curdo, dall’altro potrebbe provocare il rifiuto di votare nuovamente il presidente da parte dell’elettorato nazionalista turco più intransigente e riluttante a ogni concessione alla popolazione curda.
Il cambiamento di atteggiamento da parte turca, che dovrebbe passare dall’insegnamento della lingua curda, la libertà per gli attivisti e per i mezzi di informazione curdi, porterebbe a quello che Cemil Bayik, uno dei comandanti più anziani del Pkk, ha sostenuto essere l’intento di Öcalan, ovvero portare la questione curda fuori dalla “dimensione del conflitto e dentro quella della democratizzazione”.
Il tentativo di pacificazione arriva dopo anni di esponenziale miglioramento tecnologico dell’esercito turco che ha messo a dura prova la resistenza e la questione curda continua a essere una spada di Damocle sull’entrata di Ankara nell’Unione Europea. Dal 1999 la Turchia è un Paese candidato all’entrata nell’UE, ma per entrare nell’Unione è necessario garantire standard elevati in materia di democrazia, Stato di diritto, diritti umani, protezione delle minoranze e un’economia di mercato aperta.
I precedenti tentativi di pacificazione, come anticipato, non sono stati positivi. L’ultimo risale al 2013 quando Öcalan ha annunciato unilateralmente il cessate il fuoco e richiesto di modificare la Costituzione sulla base della multiculturalità della Turchia, portare avanti il decentramento amministrativo, rimuovere le proibizioni culturali e linguistiche. In quell’occasione sono mancate le risposte turche e il quadro si è complicato con lo scoppio della la guerra civile in Siria, vista dalla Turchia come una minaccia per almeno due fattori: il ruolo del ramo siriano del Pkk – il Partito dell’Unione Democratica (PYD) – che da subito si è mosso per combattere l’Isis godendo del sostegno militare e diplomatico degli Stati Uniti e la realizzazione, da parte per PYD, di pratiche di autogoverno che sono divenute un modello anche per i curdi della Turchia. Così, il tentativo aperto da Öcalan si è concluso nel 2015 quando Erdoğan ha dichiarato che non esiste una questione curda, ponendo fine a ogni spiraglio di pacificazione e, a seguito del ritiro delle truppe statunitensi in Siria ordinato da Donald Trump, l’inizio di una vera e propria guerra contro il confederalismo scatenata dalla Turchia, che ha visto il bombardando di villaggi e le postazioni dei e delle combattenti del Kurdistan.
Mazloum Abdi, comandante delle Forze democratiche siriane (SDF), ha spiegato che il messaggio lanciato da Öcalan “è positivo, perché chiede la fine della guerra e l’avvio di un processo politico di pace all’interno della Turchia” e che il leader del Pkk “ci ha inviato un messaggio in merito a questo annuncio, che è stato molto positivo e ha sancito la pace e la sicurezza nella regione” ma ha chiarito come l’annuncio riguardi “solo il Pkk e non ha nulla a che fare con noi in Siria”, dimostrando la complessità della situazione delle Unità di protezione curde (YPG) che rappresentano la componente principale delle SDF che sono ritenute, dalla Turchia, essere il braccio armato del Pkk in Siria.
Nel suo messaggio “Apo” (“zio”, in curdo) Öcalan ricorda come “le relazioni tra curdi e turchi, nel corso di oltre 1000 anni di storia, sono sempre state caratterizzate da un’alleanza basata sulla volontarietà, considerata essenziale per la sopravvivenza contro le potenze egemoniche. Negli ultimi 200 anni, la modernità capitalista ha mirato principalmente a distruggere questa alleanza. Le forze coinvolte, sulla base dei loro interessi di classe, hanno lavorato per raggiungere questo obiettivo. Con le interpretazioni moniste della Repubblica, questo processo si è accelerato. Oggi, la missione principale è ricostruire questa relazione storica, ormai fragile, nello spirito della fratellanza e senza escludere le credenze. La necessità di una società democratica è inevitabile”.
Così, mentre a livello globale riarmo e guerra sembrano essere l’unica dimensione inevitabile, la questione curda riporta l’Occidente davanti a una possibilità diverse, ma parimenti inevitabili: la pace, la democrazia, l’autodeterminazione.
