Da tempo soffriva a causa di un tumore. Nel 2002 venne insignito del Premio Nobel per la pace, per il suo impegno per i diritti oltre la presidenza
Si è spento dopo una battaglia durata anni contro il cancro Jimmy Carter, 39esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Aveva [] anni. Lo ha annunciato la famiglia, che già a metà gennaio del 2023 aveva confermato il ricorso a cure palliative a casa a causa di un tumore che ha logorato l’ex inquilino della Casa Bianca dal 2015.
Nato il primo ottobre 1924 a Plains, si arruola nei Marines tornando in America dopo la morte del padre, per prendere in mano l’azienda di famiglia (una ditta di produzione di arachidi). Dal 1971 al 1975 è stato governatore della Georgia. Fin da subito si distinse nella lotta per i diritti, suscitando non poche polemiche nella società di quegli anni e in particolare fra i segregazionisti: «il tempo della segregazione razziale è finito – disse nella cerimonia del suo giuramento. – Nessuna persona povera, rurale, debole o di colore dovrebbe mai più sopportare il peso di essere privato della possibilità di una formazione, di un lavoro o di semplice giustizia».
Eletto presidente democratico degli Stati Uniti nel 1977, il suo mandato fu uno dei più divisivi della storia dei presidenti a stelle e strisce, fra delicate operazioni di diplomazia e mediazione internazionale e colpe mai perdonategli dagli elettori. In politica internazionale, fu uno dei principali promotori di un nuovo dialogo tra Washington e Pechino. Con Mosca firmò il trattato SALT-2 per limitare la proliferazione delle armi nucleari strategiche, poi mai ratificato. Con la sua mediazione Egitto e Israele siglarono alla Casa Bianca gli accordi di Camp David, sopraggiunti dopo 12 giorni di mediazioni segrete e anticipatori del trattato di pace israelo-egiziano dell’anno seguente.
Nonostante questi successi, la pesante recessione economica che non seppe gestire e la rivoluzione iraniana del 1979 lo portarono a perdere le elezioni contro Reagan. Fra le colpe che non gli furono perdonate, la cattiva gestione della Crisi degli ostaggi, che vide 52 diplomatici statunitensi bloccati nell’ambasciata di Teheran mentre crollava il regime dello Shah, dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981. Dopo aver fallito nella mediazione, Carter lanciò un’operazione militare segreta, anch’essa caduta nel vuoto.
Sconfitto dal repubblicano Reagan nel 1982 Carter fonda il Carter Center, fondazione di beneficenza con l’obiettivo di mettere fine alle guerre e di combattere le malattie nel mondo. Anche per questo, nel 2002, vinse il Premio Nobel per la Pace per il suo impegno “nel trovare soluzioni pacifiche ai conflitti internazionali e nel far progredire la democrazia e i diritti umani nonché promuovere lo sviluppo economico e sociale“.
Il suo impegno diplomatico non si spense con il trasferimento dalla Casa Bianca: anche negli anni successivi Carter venne spesso mandato da Washington in missione. Così fece l’amministrazione Clinton che scelse proprio l’ex presidente per dialogare con Kim Il-sung, padre di Jong-un, dopo l’espulsione dalla Corea del Nord dell’Agenzia Atomica Internazionale.
Aveva recentemente scritto Peace, not Apartheid, un libro sul conflitto israelo-palestinese, che negli Stati Uniti ha suscitato un grande scandalo mediatico a causa delle sue posizioni: Carter infatti si definisce contrario alle politiche di Israele nei confronti del popolo palestinese, da lui definite di apartheid.
Ha preso posizione sul caso di Troy Davis, giustiziato il 21 settembre 2011, auspicando l’abolizione totale della pena di morte negli Usa. Ha sostenuto Hillary Clinton alle presidenziali del 2016, salvo però nel 2017 rivelare di aver votato per il senatore Bernie Sanders alle primarie del Partito Democratico.
di: Redazione
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