Il popolo sovrano ha parlato ancora: che cosa aspettarsi dalla Realpolitik del “ni de droite ni de gauche” del neo-eletto presidente francese?
Figlio di medici, studia filosofia dai Gesuiti e si laurea al Conservatorio in pianoforte. L’incipit della biografia di Emmanuel Macron è il ritratto perfetto di un enfant prodige, il volto giovane che ha contribuito a rinfrescare una classe politica rigidamente incanalata in anni di forti contrapposizioni ideologiche. Il quadro ritratto in questa immagine è però quanto di più fuorviante per chi volesse comprendere la complessità di un personaggio che rappresenta un unicum della politica francese, ben oltre il ritratto coerente e pulito del “Mozart dell’Eliseo”.
Un primo osservatorio privilegiato sulla complessità del personaggio risiede proprio nel percorso che l’ha portato in rue du Faubourg Saint-Honoré. Macron comincia la sua carriera iscrivendosi al Partito socialista, prima di laurearsi nella fucina di punta della classe rappresentante e amministrativa francese Ena; la sua formazione è propedeutica a ritagliarsi un ruolo da managing director per la banca d’affari Rothschild che gli affida l’acquisizione di una filiale di Pfizer da parte di Nestlé. È proprio in questo contesto che Macron matura la propria caratura politica sulla base del “ni de droite ni de gauche”: nel 2016, quando è ancora ministro del Governo Valls, fonda il suo partito En Marche e appena un anno dopo vince con il 66% dei voti contro Marine Le Pen: è il più giovane presidente della storia della Repubblica francese.
A caratterizzare la proposta politica incarnata da Macron è innanzitutto un abbondante pizzico di personalismo, evidente anche nella campagna elettorale appena trascorsa. Se il dibattito antecedente il primo mandato si era molto concentrato sulla sua vita privata, in particolare sul suo matrimonio con Brigitte Trogneux, sua ex professoressa del liceo più grande di lui di 20 anni, oggi il titolare dell’Eliseo mantiene un ruolo da protagonista ma si defila da una narrazione privata facendosi forza dello status istituzionale acquisito.
Le immagini di un Capo di Stato letteralmente esausto e affaticato dagli infruttuosi colloqui con il Cremlino non ne raccontano la debolezza, ma ne evidenziano l’abnegazione e la caratura internazionale e sottopongono all’opinione pubblica il risvolto umano della leadership. I più maliziosi hanno parlato addirittura di fotoritocco: la crisi internazionale non sarebbe stato un “impedimento” alla campagna elettorale ma un ottimo pretesto per lasciare che parlasse per lui l’immagine di un uomo assorbito dalla gestione di un conflitto dalle implicazioni mondiali. Un fardello, quindi, che Macron sarebbe ben contento di portare.
Così, il 10 aprile Macron si presenta al primo turno delle presidenziali come un uomo solo al comando: la guerra in Ucraina monopolizza l’attenzione dei media, dove non c’è spazio per troppa retorica elettorale. Lo stesso presidente è completamente assorbito dalla sua agenda internazionale, fra la delicatissima mediazione nel conflitto russo-ucraino e la presidenza di turno del Consiglio europeo, tanto che Le Monde parla di un presidente “liquido” in una “campagna fantasma”, o meglio una “non-campagna”. Come ha spiegato lui stesso ai suoi elettori nella lettera in cui annuncia la sua candidatura, “a causa del contesto” non è stato possibile protrarre una vera e propria campagna elettorale: niente confronti pubblici, poche domande e ancor meno risposte.
Oggi più che mai Macron ha dimostrato la sua abilità di inserirsi nel flusso di eventi internazionali con una posizione di leadership, anteponendo il racconto di una Francia sicura di sé dentro e fuori i confini al raggiungimento di obiettivi concreti. L’assenza di un vero e proprio dibattito, oltretutto, non giocherebbe necessariamente in favore del secondo mandato di Macron, che si configurerebbe più come un rinnovo che come una rielezione, come ha spiegato Brice Teinturier dell’istituto di ricerca Ipsos.
Il conflitto è quindi entrato a gamba tesa non solo sull’eco mediatica della campagna elettorale, ma anche sui suoi temi, portando con sé “potere militare, la sovranità energetica, il ruolo dell’Unione Europea”. Il saldo uomo di Stato, forte della sua caratura e del suo ruolo, anche se contingente, riesce quindi a glissare sui veri temi elettorali che, puntuali, bussavano da un po’ alla sua porta per chiedergli il conto di quanto fatto finora, a partire da uno dei pilastri della campagna elettorale del 2017 come la riforma del lavoro.
La riforma del lavoro di Macron, spesso impropriamente definita il Jobs Act francese, ha cercato un nuovo punto di incontro fra le esigenze specifiche e di flessibilità delle microimprese e la legislazione nazionale, coinvolgendo nella contrattazione anche le forze sindacali. Da un lato, infatti, si sono promossi gli accordi di categoria o stipulati con le singole imprese, dall’altro si mantiene l’egida del salario minimo fissato a livello nazionale. Il tutto, in una generale liberalizzazione del lavoro, promossa anche attraverso la diffusione di contratti a progetto già ampiamente diffusi in Italia. Anche in questo caso, il commentatore politico si trova spiazzato nel trovare un chiaro indirizzo ideologico alle riforme di Macron che evidentemente viaggiano nel solco del liberismo ma trovano nodi critici proprio nei punti di contatto e confronto con le richieste dei lavoratori.
Appena un anno dopo Macron si trova a gestire una delle più imponenti ondate di proteste di piazza: dal 17 novembre 2018 al 22 marzo 2019, per 18 settimane consecutive le strade di tutta la Francia sono occupate dai “Gilet gialli”, un movimento spontaneo nato per manifestare contro l’aumento del costo del carburante ma foriero di diverse richieste sociali, dall’aumento del salario minimo alla reintroduzione della tassa di solidarietà sulla ricchezza.
Les gilets jaunes rappresentano una delle sfide più accorate per la popolarità di Macron: a dicembre il suo consenso scende al 27% e sembra marcare il fallimento della sua politica economica. Alle pressioni delle piazze, il presidente risponde con la sospensione dell’aumento dei prezzi di diesel e benzina, la detassazione degli straordinari e l’aumento di 100 euro al mese per oltre un milione e 200mila lavoratori. Il tutto costa 10 miliardi e uno sforo del 3% del deficit: Macronsa bene che si tratta di spiccioli in confronto al costo politico di un voltafaccia al popolo francese. Il mandato, però, è ancora lungo e sul tavolo del presidente non mancano i dossier da affrontare.
Il Mozart dell’Eliseo sa bene come distribuire le note sul pentagramma e si assicura che l’Esecutivo fornisca le risposte giuste alle istanze di piazza. Così, la matrice progressista di Macron si dispiega ad esempio nelle battaglie civili, come quella per l’aborto che ha esteso il limite massimo per praticare l’interruzione di gravidanza da 12 a 14 settimane. Un indirizzo politico tracciato anche nell’ambito della sua Presidenza del Consiglio Europeo, ribadendo davanti alla sessione plenaria del Parlamento Europeo la necessità di “aggiornare la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea per riconoscere in maniera più esplicita il diritto all’aborto e la protezione dell’ambiente”.
Ancora, a gennaio 2022 il Parlamento francese vieta le terapie di conversione destinate a modificare l’orientamento sessuale di omo o bisessuali e transgender introducendo un nuovo reato nel codice penale. Macron in proposito ha parlato di “pratiche indegne” che “non hanno posto nella Repubblica” perché “essere sé stessi non è un crimine”.
La lotta per le libertà civili in patria si interseca con l’accusa di alimentare lo scontro di civiltà. La presidenza di Macron è infatti alle prese con diversi episodi di violenza connessi al fondamentalismo islamico. Ricordiamo per esempio l’insegnante Samuel Paty sgozzato per aver mostrato in classe le vignette di Charlie Hebdo, ma anche l’episodio della basilica di Notre Dame di Nizza in cui perdono la vita tre persone, di cui una donna decapitata.
Gli episodi di cronaca sconvolgono l’opinione pubblica e la risposta della leadership Macron è dura e improntata a una nuova laicità dello Stato: nel 2020 viene presentato un disegno di legge per rinforzare i principi repubblicani di libertà, protezione ed emancipazione dal fondamentalismo religioso, di qualsiasi matrice.
Il suo approccio viene additato come laicista più che laico e nell’acceso dibattito interno si fa strada fra i fuochi incrociati degli estremi all’opposizione che lo tacciano di anti-islamismo. Nello stesso periodo Macron deve difendere dagli attacchi dell’opinione pubblica anche il Global Security Bill, un provvedimento sulla sicurezza particolarmente criticato che introduce il reato di esibizione del volto o dell’identità degli agenti in servizio “al fine di ledere la loro integrità fisica o psicologica”. Ammonimenti in tal senso sono arrivati dalla sinistra interna ma anche da Ue e Onu, preoccupati per le limitazioni alla libertà di stampa e la riduzione della responsabilità della Polizia.
Fra le sfide della Presidenza Macron non è mancato il Covid. Come è successo nelle principali democrazie occidentali, dopo la prima fase dell’emergenza sanitaria il dibattito si è infuocato sulle posizioni rispetto al vaccino. In patria si è tornato a puntare il dito contro la linea dura dell’Eliseo: per avere una cifra sui toni del dibattito, basta ricordarci che Macron ha dichiarato di voler “emmerder” (edulcoratamente traducibile in “rompere le scatole”) i non vaccinati e per tutta risposta viene definito da Le Pen “un piromane” che “si serve della crisi sanitaria per entrare in campagna” elettorale. Se è vero che la classe politica non è che lo specchio della società, a febbraio Parigi si conferma una delle capitali mondiali della partecipazione popolare, ospitando una delle più ingenti manifestazioni no-vax in Europa con il Convoglio della libertà: un fronte che raccoglie anti-vaccinisti e oppositori interni, dando voce all’estrema destra quanto alla sinistra, compresa una componente mai sopita dei gilet gialli.
A due mesi dalle presidenziali, il Covid diventa materia di scontro elettorale dall’alto ma anche dal basso: in seno alle profonde fratture sociali la partecipazione democratica trova un nuovo nutrimento nella discussione sui vaccini che convoglia direttamente nel più ampio dibattito sulle libertà personali.
L’impressione che Macron viaggi lungo la Terza Via, insomma, è già obsoleta. Il post-thatcherismo non è più un recinto sufficiente a racchiudere la posizione di un presidente ideologicamente vicino ad alcune battaglie fondanti della sinistra ma ben consapevole di come la società di oggi sia fisiologicamente diversa rispetto agli anni ‘90 e abbia quindi bisogno di nuove soluzioni.
Il difficile incasellamento del titolare dell’Eliseo parte anche da un suo esplicito rifiuto al Washington consensus, inteso in senso estensivo come una politica in cui lo Stato cede gradualmente il passo alla privatizzazione, favorendo un’economia sociale di mercato “che però è diventata sempre meno sociale e sempre più aperta”, come spiegava lui stesso in un’intervista quasi programmatica rilasciata su Le Grand Continent. Se da un lato Macron non disdegna certo un modello di economia liberale e più aperta, dall’altro ribadisce l’esigenza di correttivi alla luce delle falle del Consensus, in particolare nell’affrontare la crisi climatica, la transizione ecologica e sociale e le diseguaglianze.
In contrapposizione con il modello-Washington, il presidente ha invece ribadito un Consenso di Parigi “che però sarà il consenso di tutti” perchéproiettato in un’ottica europea. È proprio questa la chiave di lettura della sua politica estera: la soluzione alle sfide contemporanee passa necessariamente per la creazione di un attore europeo indipendente. Andrebbe in questa direzione anche il superamento della logica Nato-centrica, un “Super-Io ancora presente” che deve evolversi strategicamente in una “lettura comune del mondo e delle nostre intenzioni” come Europa.
È in questo senso che si è mosso, ad esempio, il Recovery Fund fortemente voluto proprio da Macron e Merkel. È riconducibile a una missione di rafforzamento dei legami intra-europei anche il Trattato del Quirinale, siglato lo scorso novembre in nome di una “cooperazione bilaterale rafforzata” fra Roma e Parigi su vari temi, dalla difesa alla politica migratoria, dall’economia alla ricerca alla cultura. Il testo, peraltro, riprende i contorni del Trattato dell’Eliseo sottoscritto con Berlino nel 1963 e si pone quindi in piena continuità con la costruzione di un nucleo politico europeo, mai urgente come oggi. L’affrancamento dagli Stati Uniti non è comunque un progetto condiviso da tutti gli attori europei ed è rimasto, per ora, un’ambizione sulla carta dell’enfant prodige di Amiens.
Anche in questo caso, il dualismo di Macron non lascia spazio a semplificazioni: parallelamente alla costruzione di un progetto eurocentrico, nel suo ultimo mandato il presidente ha perseguito una politica estera nazionale fortemente incentrata sulla promozione di una visione tutta francese.
Un approccio che il ricercatore del Global Public Policy Institute Tobias Schneider ha definito “bonapartista” e che dunque andrebbe in netta controtendenza rispetto alla costruzione di una struttura estera europea coesa e unitaria. A partire dalle ex colonie francesi in Africa con le quali Parigi si è dimostrata finora incapace di mantenere un rapporto ex aequo trovandosi più volte costretta a lasciare la presa.
È il caso, ad esempio, del Mali dove l’esercito francese è impegnato dal 2013 in un’operazione antiterrorismo che non ha trovato alcun supporto nella giunta militare instauratasi nel Paese; così, dopo innumerevoli viaggi diplomatici per mantenere il proprio baluardo nel Sahel, Macron ha annunciato il ritiro delle truppe.
Si sono rivelate fallimentari anche le operazioni diplomatiche in Libia, dove la Francia ha dovuto condividere la propria influenza con la Turchia assistendo di fatto inerme alla convivenza nel Paese di due Governi distinti. In questo caso l’azione promossa indipendentemente da Parigi è stata criticata anche per l’appoggio unilaterale alla Russia, in barba alle pressioni degli Stati dell’Europa Orientale che oggi più che mai si sono dimostrate indifferibili.
Per quanto riguarda il suo programma elettorale, Macron ha puntato quindi su una doppia direttrice, ponendosi come baluardo dei valori occidentali all’estero ma anche rilanciando il proprio impegno all’interno dei confini francesi. Internamente, la sfida preponderante del secondo mandato è ancora incentrata sul lavoro. Macron ha rilanciato la sua riforma del Revenu de Solidarité Active (Rsa), un sussidio pubblico introdotto da Sarkozy nel 2009 e destinato ai maggiori di 25 anni disoccupati o sottoccupati. Al suo posto subentrerebbe il Revenu Universel d’Activité (Rua), destinato a incorporare vari tipi di prestazioni sociali. Anche in questo caso il paragone con il “nostro” reddito di cittadinanza non regge: nella sua forma teorica questo sistema presenta dei correttivi significativi, come meccanismi incrementali che incentivano ad accettare anche lavori con paghe basse, integrati con assegni proporzionati. Una “riorganizzazione inedita del sistema di protezione sociale” incaricata di guidare la delicatissima transizione dall’assistenzialismo all’incentivazione al lavoro, senza per questo penalizzare le categorie che più di tutte subiranno gli effetti a lungo termine della pandemia.
Il 24 aprile, alla resa dei conti, Macron vince con il 58,55% dei voti contro il 41,45% raccolto da Le Pen. Il ri-eletto presidente ringrazia la sua platea e, per farlo, alla Marsigliese preferisce le note dell’Inno alla Gioia di Beethoven, il “cantico” dell’Europa: «nessuno sarà lasciato sul ciglio della strada», assicura lanciando un messaggio volutamente unificatore che risponde alla vera voce delle urne, al di là del mero dato aritmetico.
A dispetto dell’esito, infatti, rispetto al 2017 (quando i due sfidanti si erano assestati rispettivamente al 66,1% e al 33,9%), En Marche ha perso quasi due milioni di voti, mentre il Rassemblement National ne ha guadagnati almeno 2,6 milioni.
La fotografia è quella di un Paese fortemente spaccato, in cui ancora una volta l’Eliseo dovrà funambolicamente fungere da cerniera. Su tutto svetta il dato dell’astensionismo (28,01%), che non ci racconta di un disinteresse della popolazione alla politica, tutt’altro: ci dimostra come i cittadini non si riconoscano più nella polarizzazione ideologica ciclicamente accentuata dalle proposte politiche.
La direzione della polifonia è ancora una volta affidata alla bacchetta del Mozart francese.Al netto della riuscita della melodia, un dato rimane certo. Pochi personaggi come Emmanuel Macron incarnano nella storia della Francia l’idea della grandeur, che non è mera cifra di grandezza ma plastifica un carattere ancor più incisivo: l’ambizione di potenza, che traina il superamento della dicotomia novecentesca destra/sinistra.
BOX
Da presidente della Francia Macron ha uno stipendio lordo di 181.680 euro, quasi il doppio rispetto a quanto spetta al nostro presidente del Consiglio la cui busta paga è ferma a 80mila euro. Prima del 2012 il compenso dell’Eliseo era ancora più alto, prima che Hollande lo decurtasse del 30%. Intanto, Macron ha anche già annunciato di rinunciare al vitalizio che gli spetterebbe dopo il mandato (pari a 5.200 euro netti al mese).
Al momento la Francia, con un’età pensionabile ufficiale di 63,3 anni, è il Paese in cui la popolazione trascorre più anni di pensione nel mondo, per la precisione 24,8. Per abbattere questo record, Macron punta ad alzare progressivamente l’età pensionabile a 65 anni.
Fra le sfide del secondo mandato di Macron ci sarà anche il dossier della Corsica: il 16 marzo il ministro dell’Interno Gerald Darmanin si è detto pronto a discutere uno status di autonomia alla regione, dove le pressioni indipendentiste si sono acuite anche in seguito alla morte del nazionalista Yvan Colonna.
Fra le misure sociali rilanciate da Macron ci sono anche l’innalzamento della pensione minima a 1.100 euro, la riforma dell’organizzazione dell’asilo e del diritto di soggiorno, l’assunzione di 8.500 fra magistrati e membri del personale di giustizia. Misure da raggiungere con uno “sforzo di bilancio” di 50 miliardi all’anno fino al 2027, che contribuirà anche ad abbassare le imposte a 15 miliardi.
Di: Marianna Mancini
