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    Lo scandalo del XX secolo

    Alessia MalcausDi Alessia MalcausGiugno 20, 2022
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    50 anni dal Watergate. Storia e personaggi della stagione più lunga della politica statunitense, tra spionaggio, intercettazioni e testimoni chiave

    È il fiuto per la “story” che rende due reporter degni di entrare negli annali del giornalismo. Lo sanno bene Carl Bernstein e Bob Woodward, all’epoca dei fatti giornalisti del Washington Post, oggi ricordati come le firme che hanno portato all’unico caso di dimissioni presidenziali della storia degli Stati Uniti d’America: quelle del repubblicano Richard Milhous Nixon.

    «Cinque uomini, uno dei quali afferma di essere un ex dipendente della CIA, sono stati arrestati alle 2.30 di ieri, sabato mattina, quando hanno tentato di portare a termine quello che le autorità hanno descritto come un piano elaborato per spiare gli uffici del Comitato Nazionale del Partito Democratico a Washington». È il 18 giugno 1972, precisamente 50 anni fa, quando il quotidiano titola, sul fondo della prima pagina, “5 Held in Plot to Bug Democrats’ Office Here” e dà il via alla più grande inchiesta sulla Casa Bianca, sul suo inquilino e sul Partito Repubblicano. Ogni dettaglio nominato dal breve trafiletto, si scoprirà, avrebbe rivelato molto di più: i cinque uomini, poi rinominati “plumbers” (“idraulici”), sono in realtà agenti segreti sotto copertura provenienti da Miami, assunti da E. Howard Hunt e Gordon Liddy, rispettivamente ex agenti della CIA e dell’FBI al servizio del Comitato di rielezione del presidente Nixon (in cerca di un secondo mandato nel novembre dello stesso anno); l’ex dipendente della CIA porta il nome di James W. McCord jr., capo della sicurezza della Central Intelligence Agency e coordinatore della sicurezza del sopracitato Comitato, dunque in stretto legame con la poltrona dello Studio Ovale; il piano elaborato si rivela essere la riparazione di alcune microspie precedentemente piazzate negli uffici del Partito Democratico con lo scopo di scoprirne i dettagli della campagna elettorale e le mosse politiche e tentare di sabotarle.

    Nonostante i legami esistenti ma ancora non troppo evidenti con il suo entourage, il 73esimo presidente americano si dissocia dai fatti e nega qualsiasi responsabilità, mentre il suo ufficio stampa bolla l’effrazione come un “furto di terz’ordine” andato male. Nel frattempo John Mitchell si dimette dal ruolo di manager della campagna per la rielezione (si giustificherà dicendo che è stata la moglie a spingerlo), non prima tuttavia di aver gestito il pagamento di grosse somme di denaro a favore dei presunti ladri detenuti e del loro silenzio e la distribuzione delle risorse per coprire le spese della stessa campagna. La mossa sembra funzionare perché nel novembre del 1972 Nixon ottiene il tanto ambito secondo mandato, battendo il democratico George McGovern con il 60,7% dei voti. Non durerà a lungo.

    Il naso delle due firme del Post, infatti, ormai ha fiutato l’osso e decide di non mollarlo. Insieme a un procuratore distrettuale di Washington proseguono le indagini, convinti che il ruolo di Nixon nella vicenda sia più cosciente e consistente di quanto dichiarato. È in particolare Bernstein a sospettare che il presidente stia mentendo e sarà sempre lui a scoprire l’esistenza di un assegno da 100.000 dollari firmato da Kenneth H. Dalhberg, uno dei dirigenti della campagna elettorale di Nixon del 1968, a favore di uno degli scassinatori, Bernard Barker. Un legame troppo stretto per essere ignorato.

    Le chiavi di volta dell’inchiesta, e verso le dimissioni di Nixon, saranno due. Sin da subito i giornalisti del Post, in particolare Woodward, poterono contare su una fonte anonima di prim’ordine, quella conosciuta per decenni come Gola Profonda. Solo nel 2005 si scoprì che dietro quella voce c’era Mark Felt, fino al 1973 vice direttore associato del Federal Bureau of Investigation. Nel corso degli innumerevoli incontri, svolti all’alba in un parcheggio deserto, Felt guidò la firma nelle sue ricerche, verificando i dettagli già emersi, senza mai compromettersi. Ancora oggi, per la portata che ebbe il suo ruolo nello scandalo, il soprannome “gola profonda” – o “whistleblower” – è riconosciuto come sinonimo di persona che segnala e rivela reati o irregolarità commessi da Esecutivi e organizzazioni di rilevanza pubblica.

    La seconda svolta che metterà definitivamente nei guai il presidente sarà una lettera di James W. McCord, nel gennaio 1973 – dunque dopo la rielezione di Nixon – tra i condannati per il reato di spionaggio e sabotaggio dei democratici. Nella missiva, inviata al giudice, l’ex agente della CIA dichiara di aver commesso spergiuro e di essersi dichiarato colpevole sotto pressione di personalità importanti, di aver avuto paura per la sua vita.

    Nei mesi successivi, dunque, l’attenzione pubblica comincia sempre più a concentrarsi sulla figura del presidente, che continuerà ad appellarsi al privilegio dell’Esecutivo, rifiutandosi di farsi mettere sotto accusa dal procuratore speciale indipendente Archibald Cox Jr. Non basteranno neanche il cosiddetto “massacro del sabato sera” del 20 ottobre 1973, l’obbligo alle dimissioni del procuratore generale Elliot Lee Richardson e del suo vice William Ruckelshaus, e l’effettivo licenziamento di Cox a salvare Nixon. Il 24 luglio 1974, infatti, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara inammissibile il privilegio sfruttato da Nixon e lo costringe a consegnare i nastri originali delle intercettazioni. Il castello di carte comincia a crollare, mentre i membri del Partito Repubblicano cominciano ad abbandonare la nave che affonda.

    Il Congresso degli Stati Uniti viene chiamato a convocazione per votare l’impeachment al presidente. Non ci arriverà mai: l’8 agosto del 1974 Nixon si presenta in diretta televisiva davanti alla Nazione, interrompendo le trasmissioni, e annunciando quello che sarebbe passato alla storia come il primo, e ancora unico, caso di dimissioni presidenziali. «In tutte le decisioni che ho preso nella mia vita pubblica, ho sempre cercato di fare ciò che era meglio per la Nazione. In tutto il lungo e difficile periodo di Watergate, ho sentito che era mio dovere perseverare, fare ogni possibile sforzo per completare il mandato per cui sono stato scelto. Negli ultimi giorni, però, è diventato evidente per me che non ho più una forte base politica sufficiente nel Congresso per giustificare questo sforzo. In qualità di Presidente, devo mettere l’interesse dell’America prima. L’America ha bisogno di un presidente e un Congresso a tempo pieno. La nostra attenzione dovrebbe essere sui grandi temi della pace all’estero e la prosperità senza inflazione. Dunque, mi dimetterò dalla Presidenza a partire da domani a mezzogiorno». Con queste parole finisce il più grande scandalo politico del XX secolo e l’era del 37esimo presidente degli Stati Uniti d’America.

    Il caso Watergate ormai è storia: se non è possibile dire esattamente come, è sicuramente permesso affermare che quei due anni hanno cambiato il volto dell’America e del mondo e sono diventati l’esempio per eccellenza dello scandalo politico. Se da una parte Nixon viene tutt’oggi ricordato come un politico disonesto, tanto da essere soprannominato “Tricky Dick” – traducibile in italiano come “Ric il furbetto” -, dall’altra la sua fu una politica interna di “law and order”, severo nei confronti della criminalità, ostile ai movimenti per i diritti civili e alle controculture che andavano sviluppandosi negli anni della sua Presidenza. Nello scenario internazionale, Nixon fu il presidente dell’allunaggio, del colpo di Stato in Cile e dell’insediamento del generale Augusto Pinochet, degli anni centrali della Guerra Fredda, dell’apertura degli Stati Uniti alla Cina. In particolare, è ben nota la cosiddetta “dottrina Nixon” o “vietnamizzazione”, il tentativo di ridurre l’impegno militare statunitense in Vietnam e rendere il Paese autonomo e solido dal punto di vista governativo e militare. Nel 1975, dopo le famose dimissioni, il tentativo fallì definitivamente con la caduta di Saigon, accadimenti che si ripresenteranno in un’altra veste decenni dopo, con l’intervento e il ritiro degli Stati Uniti in Afghanistan.

    Sarebbe dunque lecito chiedersi quali sarebbero stati gli effetti a lungo termine della Presidenza Nixon se solo questa fosse durata per tutto il quadriennio del suo secondo mandato, come si sarebbe evoluto il contesto globale, quali conquiste avrebbero mancato di raggiungere i movimenti sociali. Nonostante gli eventi, dopo quel famoso 8 agosto del 1974, Nixon riuscì comunque a ritagliarsi un posto nell’amministrazione americana, in particolare come consigliere di politica estera, e venne ricordato in quegli anni e anche ben oltre la sua morte – avvenuta nel 1994 all’età di 81 anni – grazie ai numerosi riferimenti alla sua persona nella cultura di massa. Nel 1974 vide la luce All the President’s Men (Tutti gli uomini del presidente), il libro firmato da Woodward e Bernstein che racconta i due anni di indagini e l’intera vicenda del caso Watergate. Un titolo che è rimasto nell’immaginario collettivo grazie alla trasposizione cinematografica diretta da Alan J. Pakula nel 1976 che vede come attori protagonisti nel ruolo dei due reporter Robert Redford e Dustin Hoffman. Una consacrazione a tutti gli effetti del “quarto potere”, come se il Premio Pulitzer per il miglior giornalismo di pubblico servizio vinto nel 1973 dal Washington Post non fosse bastato a provare come un trafiletto a fondo pagina possa trasformarsi nello scandalo del secolo. L’onore del Pulitzer è toccato al quotidiano altre due volte: nel 2002 vinse il Premio Pulitzer per l’inchiesta nazionale sempre grazie a Woodward che si distinse come principale reporter durante gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 a New York; quest’anno, nel 2022, ha vinto il secondo premio per il miglior giornalismo di pubblico servizio raccontando l’assalto al Palazzo del Congresso di Washington del 6 gennaio 2021 da parte dei sostenitori del presidente uscente Donald Trump.

    Il giornalismo, dunque, fa storia. Un monito a cui, nel caso di Nixon, anche la televisione partecipa: ancora a distanza di anni, infatti, il disegnatore e produttore televisivo Matt Groening, autore di Futurama e I Simpson, prende Richard Nixon come esempio di presidente corrotto, bersaglio preferito di critiche e derisioni. Le stesse che, ben prima invece dello scandalo, gli aveva dedicato il comico Lenny Bruce quando diceva: «amo essere americano. Ma vorrei essere un cane, e vorrei che Nixon fosse un albero».

    Box 1 – Luigi Moretti, l’architetto italiano che progettò il teatro dello scandalo

    Roma caput mundi, italiani artisti del mondo. A firmare il progetto del Watergate Hotel, il complesso di appartamenti e uffici di Washington a cui si deve il nome del più grande scandalo politico di sempre, infatti, fu proprio un architetto italiano, e non uno qualsiasi. Luigi Moretti, questo il suo nome, nato nel 1907 e morto nel 1973 – solo un anno dopo le grandi dimissioni -, è ricordato ancora oggi come uno dei più grandi nomi dell’architettura del Novecento. Il progetto statunitense risale al 1960 e viene realizzato sotto l’egida della SGI, la Società Generale Immobiliare: la costruzione inizia nel 1963 per concludersi due anni dopo. L’inaugurazione avvenne, infine, nel 1967. La storia – ma non la fama – del Watergate Hotel si concluse nel 2010 con la chiusura dello stabile.

    In patria, e precisamente nella Capitale, Moretti è celebrato come uno degli autori del Foro Italico, dello Stadio Olimpico e dell’Esposizione Universale di Roma (EUR), o ricordato, negativamente, per la sua connivenza col fascismo che nel 1945 lo porterà nel carcere di San Vittore.

    Box 2 – Lo scandalo che rivoluzionò il giornalismo moderno

    Oltre ad aver profondamente cambiato l’avvenire degli Stati Uniti d’America, il caso Watergate è passato alla storia come uno degli scandali – e delle conseguenze degli scandali – che più di tutti ha rivoluzionato il ruolo dei giornalisti e, per sineddoche, del giornalismo. È proprio durante quegli anni, infatti, che il cosiddetto “watchdog journalism”, il giornalismo “cane da guardia” – della democrazia s’intende -, assume contorni definiti e rispolvera il suo scopo originario, l’investigazione. Basata sul fact-checking, sulla ricerca, sulla testimonianza, l’attività del reporter investigativo è volta a far luce su fatti e personaggi, a restituire al suo “lettore” la verità che merita e che lo può guidare nelle sue scelte democratiche.

    Non solo metodologia: il Watergate, infatti, ha aperto la strada anche a un nuovo linguaggio giornalistico. Dopo, infatti, ci sono stati il Sex-gate (la sordida relazione tra il presidente Bill Clinton e la stagista Monica Lewinsky), l’Iran-gate (che vide alti funzionari dell’amministrazione Reagan coinvolti nel traffico illegale di armi in Iran), il Cable-gate (meglio conosciuto come la diffusione di documenti diplomatici da parte di Wikileaks), il nostrano Ruby-gate (i presunti rapporti tra l’ex premier italiano Silvio Berlusconi e una minorenne di nome Ruby “Rubacuori”), sebbene l’Italia sia più affezionata al suffisso -poli (vedasi: Tangento-poli, Calcio-poli, Banco-poli, Valletto-poli), e ancora il più recente – e più anglofono – Party-gate (che ha coinvolto, invece, l’inquilino del numero 10 di Downing Street, Boris Johnson).

    Box 3 – Nixon e altri, le dimissioni che hanno cambiato il mondo

    Se il caso Nixon è rimasto ancora un unicum nella storia statunitense, nel mondo invece si possono ricordare altri casi di figure politiche – e non – di spicco che presentando le loro dimissioni hanno cambiato il corso dell’avvenire geopolitico. Il 25 dicembre del 1991 Michail Gorbačëv annuncia le sue dimissioni dal ruolo di segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, carica che ricopriva dal 1985. Pochi minuti dopo la bandiera rossa sovietica sul Cremlino viene ammainata e sostituita con il tricolore della Federazione Russa: sono gli ultimi respiri dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

    Non fu il primo in assoluto ma trovò di certo il modo per passare alla storia Papa Benedetto XVI, all’anagrafe Joseph Aloisius Ratzinger, quando il 10 febbraio del 2013 si presentò davanti al Concistoro per la canonizzazione dei Martiri d’Otranto e annunciò, in latino: «sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». La notizia fa il giro del mondo: si tratta del primo Pontefice dimissionario dal lontano 1415.

    David William Donald Cameron e Theresa Mary May sono, invece, le due grandi vittime della Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Entrambi esponenti del partito Tory, si dimetteranno rispettivamente nel giugno del 2016 e nel maggio del 2019. Entrambi sono mossi dal fallimento ma per due motivi diversi: Cameron, contrario all’abbandono dell’Ue, indice un referendum per far decidere al popolo e – clamorosamente – perde; May, nel 2016 parte del fronte “Remain”, si prefigge di portare a compimento l’uscita, ma non ce la fa. Al suo posto subentra l’euroscettico Johnson che, nel 2022, nonostante gli scandali, dice: “non mi dimetterò”. Chissà.

    Di: Alessia Malcaus

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