Liliana Segre commemora il Giorno della Memoria dopo essersi detta “stanca” dei continui attacchi, rivendicando che quello compiuto da Israele a Gaza non sia un genocidio
«Noi sopravvissuti siamo soprattutto il nostro numero. Prima del mio nome viene il mio numero: 75190. Perché non è tatuato sulla pelle, è impresso dentro di noi, vergogna per chi lo ha fatto, onore per chi lo porta non avendo mai fatto niente per prevaricare; essendo vivo per caso, come lo sono io». Queste parole di Liliana Segre bastano per spiegare la statura morale della senatrice a vita, antifascista, sopravvissuta ad Auschwitz.

Segre ha fatto della memoria, dell’esercizio per conservarla e della testimonianza diretta dell’orrore dell’Olocausto, una missione. Costringendosi quasi, come una missione etica, a non sottrarsi al dolore di raccontare la pagina più dolorosa della sua storia e della storia dell’intera umanità. Fino a quando il dolore e la fatica non si fanno insopportabili, come in occasione dell’inaugurazione di una mostra di Marcello Maloberti, dove è il figlio, Luciano Belli Paci a spiegare che “gli insulti la amareggiano ma non la abbattono. Ci ha fatto l’abitudine, non è tipo da fermarsi”. Solo una piccola pausa dunque, per poi tornare il 28 gennaio al Quirinale per la cerimonia in occasione del Giorno della Memoria. Segre, 94 anni, “è stanca e ha ridotto gli impegni” aggiunge Belli Paci “ma non si ritira”. Il presidente del Memoriale della Shoah di Milano, Roberto Jarach, ha aggiunto che “viviamo il Giorno della Memoria in un clima molto negativo, dopo l’uscita del film, per questo florilegio di attacchi, che sono immeritati e infondati e fuori luogo”. Jarach ha sostenuto inoltre che “le parole sono pesanti, devono essere usate accuratamente, non bisogna abusare come ormai è quasi abitudine, come parlare di genocidio. Ma soprattutto evitare quelle espressioni d’odio che poi molto facilmente debordano in antisemitismo e che non fanno che creare ulteriori tensioni nella nostra società. Abbiamo bisogno di tranquillità e di obiettività. La comunità ebraica vive all’interno inserita nella società civile, siamo parte integrante, quindi non c’è nessun motivo di smuovere questo tipo di accuse” e che “per la comunità ebraica questo è stato un anno di preoccupazione, abbiamo seguito con grande tensione quello che succede in Medio Oriente e questo primo rilascio di ostaggi ci fa sperare. Quello che noi speriamo è però che anche in Italia, indipendentemente da quello che succede e dalle idee politiche di ciascuno, cessino queste esternazioni d’odio che colpiscono persone come la senatrice Liliana Segre, che certamente non merita questi attacchi. Attacchi che ieri l’hanno portata a rinunciare a venire a una iniziativa al Memoriale della Shoah, perché non se la sentiva, perché ha vissuto una giornata veramente incredibile” .
Ma cosa è successo? L’ondata di odio nei confronti della senatrice segue la pubblicazione sui social del trailer del film documentario, distribuito da Lucky Red, Liliana che ripercorre appunto la vita di Segre, diretto da Ruggero Gabbai presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. Non si tratta, però, della prima volta che la senatrice diviene il bersaglio di attacchi. A seguito del 7 ottobre e della posizione di Segre strenuamente a difesa di Israele la senatrice è stata duramente criticata, anche per non aver riconosciuto i caratteri del genocidio in merito alla mattanza israeliana in corso a Gaza. Durante una manifestazione a Milano la foto di Segre è stata esposta con l’accusa di essere un “agente sionista” (la stessa accusa è stata riservata al ministro della Difesa Guido Crosetto e altre figure istituzionali).

A novembre 2024, sulle pagine del Corriere della Sera, la senatrice ha sostenuto che “nella drammatica situazione di Gaza non ricorre nessuno dei due caratteri tipici dei principali genocidi generalmente riconosciuti come tali – il Medz Yeghern degli armeni, l’Holodomor dei kulaki ucraini, la Shoah degli ebrei, il Porrajmos dei rom e sinti, la strage della borghesia cambogiana, lo sterminio dei tutsi in Ruanda – mentre sono piuttosto evidenti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi sia da Hamas e dalla Jihad, sia dall’esercito israeliano”, aggiungendo che “l’abuso della parola genocidio dovrebbe essere evitato con estrema cura per più di una ragione. In primo luogo, solo coprendosi occhi e orecchie si può evitare di percepire il compiacimento, la libidine con cui troppi sembrano cogliere un’opportunità per sbattere in faccia agli ebrei l’accusa di fare ad altri quello che è stato fatto a loro” e che “l’accusa strumentale del genocidio proietta sull’intero stato demonizzazione ingiusta, ma anche controproducente per le prospettive di pace e convivenza”. Segre ha poi ricordato di aver fatto “appelli per il cessate il fuoco, ho condannato le violenze, ho espresso la più profonda partecipazione al dramma delle vittime innocenti palestinesi e israeliane, ho invocato un rispetto sacrale verso i bambini di ogni nazionalità, di ogni credo, di ogni religione, ho manifestato ripulsa verso lo spirito di vendetta. Eppure, o ti adegui e ti unisci alla campagna che tende ad imporre l’uso del termine ‘genocidio’ per descrivere l’operato di Israele nella guerra in corso nella Striscia di Gaza, o finisci subito nel mirino come ‘agente sionista’”, dichiarando che “le cose in realtà sono più complesse e colpisce che alcuni tra i più infervorati nell’uso contundente della parola malata si trovino in ambienti solitamente dediti alla cura, talora maniacale, del politicamente corretto, del linguaggio sorvegliato che si fa carico di tutte le suscettibilità fin nelle nicchie più minute”.

Già a maggio 2024 durante un convegno sull’antisemitismo al Memoriale della Shoah di Milano Liliana Segre aveva sostenuto che “quando mi dicono che Israele fa genocidi, questo confronto diventa una bestemmia”.
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La storia di Liliana Segre
La vita di Liliana Segre cambia improvvisamente quando ha 13 anni quando, in quanto ebrea, in base alle leggi razziali, viene espulsa da scuola: «mi restò per anni la sensazione di essere stata cacciata per aver commesso qualcosa di terribile, che in seguito tradussi dentro di me come “la colpa di essere nata”; perché altre colpe certo non ne avevo: ero una ragazzina come tutte le altre» racconterà. Poi la vita nascosta, mentre in Italia è caccia all’ebreo, e il tentativo di salvezza in Svizzera: «la storia di questa fuga grottesca la racconto sempre, quando vado a testimoniare nelle scuole, perché sulle prime mi sentivo un’eroina, sui valichi dietro Varese. Era inverno e attraversavamo i boschi, io e mio papà: passavamo il confine come clandestini, come animali sulle montagne. Eravamo liberi, pieni di speranza. Ma arrivati di là, un ufficiale svizzero tedesco ci trattò come degli imbroglioni, come delle cose orribili che capitavano proprio a lui, e ci respinse, ci consegnò agli italiani, condannandoci a morte». Così, nel dicembre 1943, Liliana Segre e suo padre, Alberto, finiscono in carcere prima a Varese, poi a Como e infine a San Vittore, Milano. Da qui il 30 gennaio 1944 oltre 600 persone vengono stipate e messe in viaggio verso il campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz: «il passaggio fu velocissimo: SS e repubblichini non persero tempo: in fretta, a calci, pugni e bastonate ci caricarono sui vagoni bestiame. Non appena un vagone era pieno, veniva sprangato e portato con un elevatore alla banchina di partenza. Fino a quando le vetture furono agganciate, nessuno di noi si rese conto della realtà. Tutto si era svolto nel buio, nel sotterraneo della stazione, illuminato da fari potenti, tra grida, latrati dei cani, fischi e violenze terrorizzanti. Nel vagone buio c’era solo un po’ di paglia per terra, e un secchio per i nostri bisogni».

Ad Auschwitz il 6 febbraio 1944 Liliana e Alberto Segre si separano, per sempre. La giovane viene impiegata nei lavori forzati nella fabbrica di munizioni Union e vive l’orrore senza fine dei campi. Pochi giorni prima dell’entrata dell’Armata Rossa del 27 gennaio 1945 Liliana Segre viene costretta dai soldati nazisti, insieme agli altri circa 80mila sopravvissuti, a mettersi in cammino verso la Germania, in quella che poi passerà alla storia come Marcia della morte – circa 15mila internati non sopravvissero – per raggiungere Malchow, un sottocampo di Ravensbrück. Qui, il 30 aprile 1945 ritrova finalmente la libertà grazie all’armata sovietica. Delle oltre 600 persone stipate nel convoglio partito da Milano, solo in 20 fecero ritorno, dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni deportati ad Auschwitz tornarono a casa in 25, tra cui Liliana Segre.
«Era molto difficile per i miei parenti convivere con un animale ferito come ero io: una ragazzina reduce dall’inferno, dalla quale si pretendeva docilità e rassegnazione. Imparai ben presto a tenere per me i miei ricordi tragici e la mia profonda tristezza. Nessuno mi capiva, ero io che dovevo adeguarmi ad un mondo che voleva dimenticare gli eventi dolorosi appena passati, che voleva ricominciare, avido di divertimenti e spensieratezza» racconta Segre, che dagli anni ‘90 decide di parlare della sua storia, divulgando e partecipando a incontri la sua esperienza e coltivando la memoria. In occasione dell’80esimo anniversario delle leggi razziali il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha nominato Liliana Segre senatrice a vita “per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”, si tratta della quarta donna ad assumere questo incarico (dopo Camilla Ravera nel 1982, Rita Levi-Montalcini nel 2001 ed Elena Cattaneo nel 2013). La senatrice come primo atto legislativo ha proposto l’istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza.
di: Flavia DELL’ERTOLE
Foto di copertina: ANSA / MATTEO BAZZI
