Il 15 agosto del 2021 i Talebani entravano a Kabul e tornavano al potere nel Paese, gettando 40 milioni di persone nella spirale di una crisi economica, civile e umanitaria senza precedenti
Esattamente un anno fa i Talebani fanno ingresso a Kabul, conquistando la Capitale e prendendo il potere in tutto l’Afghanistan. L’operazione militare iniziata mesi prima culmina in un’offensiva quasi improvvisa che, spiazzando il mondo intero, riporta nel Paese l’Emirato Islamico.
Proprio oggi i Talebani hanno festeggiato l’anniversario dalla conquista di Kabul sfilando per le strade della capitale armati di fucili e con i vessilli bianchi del movimento. Un piccolo gruppo si è staccato dal corteo principale per marciare fino all’ex ambasciata statunitense, a suon di “viva l’Islam, morte agli infedeli“.
Facciamo un passo indietro. Dopo il ritiro delle truppe sovietiche in Afghanistan, avvenuto nel 1989, i Talebani si impongono nel Paese approfittando dell’instabilità civile di questa Nazione lasciata senza una guida estera e frammentata, con 40 milioni di abitanti distribuiti fra decine e decine di tribù.
I Talebani restano al comando dal 1996 al 2001, cinque anni in cui impongono la loro versione più estremista della legge islamica. Poi lo spartiacque, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre scatena l’inizio di 20 anni di guerra, ma anche di 15 anni di Repubblica.
20 anni in cui il Paese culla, cova e conserva al suo interno gli stessi estremismi che hanno spinto l’Occidente a intervenire, non senza pesanti critiche prima, durante e dopo la guerra nel Paese. È così che con il ritiro degli ultimi contingenti Nato basta poco ai Talebani per riprendere il potere e ricominciare da dove erano rimasti, smontando pezzo per pezzo tutta la struttura democratica così duramente costruita negli anni.
Ad oggi, nessuna Nazione al mondo riconosce il Governo di Kabul. Ad aggravare la posizione del Talebani anche l’assassinio da parte delle forze Usa di Al-Zawahiri, leader di Al-Qaeda che aveva trovato rifugio proprio a Kabul.
Oggi a fare le spese di questo ritorno al regime talebano è soprattutto la società civile, la stessa che ha subito sulle proprie spalle 20 anni di guerra. A partire dalle donne che oggi si vedono negare quasi tutti i diritti che avevano conquistato durante l’occupazione.
Alle donne sopra ai 12 anni viene addirittura negata la scuola, la formazione universitaria è un miraggio per quasi tutte e la lista dei lavori cui hanno accesso è sempre più stretta. E ancora il volto sempre coperto in pubblico, l’accompagnamento di un uomo per viaggiare, la legge del Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio.
Non appena insediatisi nel Paese, i Talebani avviano una vera e propria epurazione dai media, dal Governo e dalla Pubblica amministrazione di chiunque avesse collaborato con gli occupanti a stelle e strisce.
È anche per questi motivi che molti giovani afghani hanno approfittato dei corridoi statunitensi per lasciare il Paese, dove però l’evacuazione dei civili è stata possibile per appena due settimane dopo il ritorno del Talebani.
Al dramma civile e sociale bisogna sommare quello economico, con la pesantissima crisi nella quale si trova il Paese dove il Pil è crollato di almeno un terzo dopo l’isolamento internazionale. Il rubinetto degli aiuti occidentali si è chiuso con la salita al potere dei Talebani e milioni di persone nel Paese devono affrontare la mancanza di cibo, la perdita del potere d’acquisto e l’inflazione.
Infine, la crisi alimentare che mette definitivamente in ginocchio Kabul impedendole di rialzarsi: il costo del grano è aumentato del 50% da quanto i Talebani sono tornati al potere, un dato aggravato dalla siccità e dalla crisi climatica. Si stima che ben 14 milioni di bambini afghani soffrano la fame.
di: Marianna MANCINI
FOTO: ANSA/EPA/STRINGER
