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    Home » Archivio Storico » 2024 » La musica ai tempi dello streaming
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    La musica ai tempi dello streaming

    Francesca LasiDi Francesca LasiAprile 2, 2024
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    MUSICA STREAMING CUFFIE
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    Secondo l’IFPI Global Music Report 2024 i ricavi dell’industria discografica sono in crescita, trainati dallo streaming. Questo sistema, però, presenta delle insidie per gli artisti

    Crescono i ricavi ma il futuro rimane incerto, soprattutto per gli artisti. È quanto emerge, in estrema sintesi, dall’IFPI Global Music Report 2024,il rapporto redatto dall’ International Federation of the Phonographic Industry (la Federazione internazionale dell’industria fonografica, IFPI), che rappresenta l’industria discografica. L’indagine riguarda i ricavi generati dall’industria discografica nell’anno appena trascorso.

    Dal report emerge che nel 2023 i ricavi globali della musica registrata sono cresciuti del 10,2 per cento, attestandosi a una cifra totale di 28, 6 miliardi di dollari. Questa crescita non è, però, una novità, visto che si verifica da 9 anni a questa parte. Una parte fondamentale la gioca lo streaming: lo scorso anno, evidenzia l’IFPI, gli introiti dello streaming sono aumentati del 10,4 per cento. In totale lo streaming rappresenta il 67,3 per cento del mercato totale, ossia più di due terzi, e vale 19,3 miliardi di dollari. È cresciuto anche il numero degli abbonamenti ai servizi di streaming a pagamento, arrivato a circa 667 milioni di account nel 2023; per la prima volta si supera quota 500 milioni. I ricavi dello streaming in premium sono cresciuti, infatti, dell’11,2 per cento.

    Anche gli altri formati hanno registrato un aumento dei ricavi. I supporti fisici, in particolare i vinili, nel 2023 hanno registrato un incremento del 13,4 per cento rispetto al 2022, per un totale di 5, 1 miliardi di dollari. Sono aumentati anche i ricavi relativi alle sincronizzazioni, che hanno registrato una crescita del 4,7 per cento, per 632 milioni di dollari, e quelli riguardanti i “performance rights”, aumentati del 9,5 per cento (2,7 miliardi di dollari). Le sincronizzazioni riguardano la musica utilizzata in opere audiovisive come film, serie tv e videogiochi, mentre i “performance rights” (diritti di esecuzione) riguardano l’esecuzione e la trasmissione pubblica della musica. Un altro aspetto interessante da notare è che per il terzo anno consecutivo sia i ricavi dei supporti fisici, sia quelli del digitale sono cresciuti contemporaneamente. Cala invece l’acquisto di album e brani in digitale (“download and other digital”).

    Le entrate sono aumentate in ogni regione. L’indagine evidenzia che la crescita più rapida si è verificata nell’ Africa subsahariana con un + 24,7 per cento dei ricavi. L’America Latina cresce per il 14esimo anno consecutivo, registrando un incremento dei ricavi del 19,4 per cento. Aumento dei ricavi del 14,9 per cento in Asia grazie ai formati fisici e ai ricavi digitali, e del 14,4 per cento in Nord Africa e Medio Oriente, dovuto soprattutto allo streaming.

    La maggior parte dei ricavi globali (40,9 per cento) è stato registrato negli Stati Uniti e in Canada, dove si è verificata una crescita del 7,4 per cento. Negli USA, il più grande mercato musicale al mondo, sono aumentate del 7,2 per cento.

    Il secondo mercato, l’Europa, che rappresenta più di un quarto delle cifre a livello globale, vede una crescita dei ricavi dell’ 8,9 per cento. E l’Italia? Il mercato discografico italiano ha visto una crescita del 18,8 per cento, con 440 milioni di fatturato. Il motore principale? Anche in questo caso lo streaming, che copre il 65 per cento del mercato.

    Già il mese scorso l’IFPI aveva rivelato – anche se sono dati che non sorprendono che il singolo più venduto del 2023 è stato Flowers di Miley Cyrus, mentre Taylor Swift si era confermata “Global Recording Artist” per la quarta volta consecutiva.

    L’IFPI ha rivelato che il singolo più venduto del 2023 è stato “Flowers” di Miley Cyrus – ANSA/EPA/CAROLINE BREHMAN

    Le piattaforme di streaming e gli artisti

    Ma la situazione è davvero così idilliaca? Non esattamente. Il mercato, in particolare quello dello streaming, continua a crescere, ma i musicisti, soprattutto quelli emergenti o indipendenti, non sempre ne beneficiano. Il mercato discografico è stato rivoluzionato dall’avvento di Internet prima e dello streaming poi. Se prima la maggior fonte di sostentamento per i cantanti era la vendita dei dischi, oggi sono soprattutto i concerti, ai quali si sommano altre attività come il merchandising, ad esempio. Ma è anche per questo motivo che i prezzi dei biglietti degli show sono lievitati (a questo concorrono, ovviamente, altri fattori come i cachet degli artisti, l’allestimento dei palchi, i costi per le produzioni, le commissioni delle piattaforme per la vendita dei biglietti). È noto che gli artisti ricevano delle royalties – ovvero i compensi dovute ai proprietari di opere musicali quando queste vengono utilizzate da terze parti- molto basse. Nello streaming viene pagata una percentuale in base al numero di ascolti sulle piattaforme (da Spotify a Deezer, fino ad Apple Music, Amazon Music, YouTube Music o Tidal, per citarne alcune). Le tariffe non sono semplici da calcolare e variano a seconda della piattaforma, del tipo di abbonamento e del Paese in cui si trova l’ascoltare o l’ascoltatrice ma secondo alcune stime agli artisti ricevono tra 0,003 e 0,005 euro.

    Spotify ha annunciato che da quest’anno non pagherà più le royalties ai brani che non raggiungeranno almeno i mille ascolti in 12 mesi. Prima ogni canzone che fosse stata ascoltata per almeno 30 secondi riceveva un compenso, ma con questa nuova politica i brani che non arriveranno alla soglia prefissata non riceveranno alcuna remunerazione. L’azienda svedese ha spiegato di aver preso questa decisione per garantire maggiori guadagni agli artisti emergenti che raggiungono i 1000 ascolti annuali perché, ha sottolineato, almeno il 60 per cento delle canzoni presenti sulla piattaforma non raggiunge questa soglia (meno dell’1 per cento degli ascolti totali) e, in questo modo, il colosso dello streaming conta di risparmiare circa 40 milioni di euro, che intende poi ridistribuire tra i brani al di sopra della soglia dei 1000 ascolti. Una nuova strategia di Spotify, che si è impegnata a contrastare bot, utilizzati per gonfiare gli ascolti (pratica chiamata anche “streaming artificiale”), e playlist fasulle, per le quali è stata molto criticata (e che il suo stesso regolamento vieta).

    Lo scorso settembre Universal Music Group (UMG), una delle tre major dell’industria discografica, ha stretto un accordo con il servizio di streaming Deezer per pagare di più gli artisti professionisti, ovvero coloro che ottengono più di 1000 ascolti mensili. Durante la distribuzione delle royalties verrà assegnato un valore doppio agli ascolti dei brani degli artisti professionisti; valore che verrà quadruplicato se gli ascoltatori cercheranno attivamente un determinato artista o una determinata canzone. Anche qui l’intenzione è non solo aumentare del 10 per cento i pagamenti agli artisti professionisti – come prevede l’accordo – ma anche limitare flussi di denaro verso i bot e le playlist o i podcast di “rumore bianco”, che spopolano sulle piattaforme. La società francese, infatti, ha annunciato che demonetizzerà le tracce che producono rumori o suoni di altro tipo che fino a oggi godevano delle royalties nello stesso identico modo dei brani dei cantanti. L’intesa prevede anche una maggiore attenzione al rilevamento di account falsi e di frodi, oltre che dei brani generati con l’intelligenza artificiale.

    A gennaio il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione non vincolante con cui ha sollecitato i servizi di streaming musicale a introdurre nuove regole per rendere più equo e sostenibile il settore – al quale al momento non si applicano norme comunitarie- e per promuovere la diversità culturale. Nel testo si chiede di tutelare gli artisti, anche quelli considerati “più” piccoli, con compensi più equi. Come abbiamo visto, lo squilibrio nella ridistribuzione dei ricavi dello streaming porta agli autori, agli interpreti e agli esecutori degli introiti molto bassi. Per questo i deputati dell’Eurocamera hanno chiesto di rivedere i “canoni di royalty pre-digitali” e i “regimi di payola”, che impongono agli autori di accettare entrate inferiori (se non addirittura inesistenti) in cambio di visibilità. Il Parlamento europeo ha chiesto, inoltre, maggiore trasparenza sull’uso di tecnologie basate sull’intelligenza artificiale: nel documento si caldeggia l’approvazione di una legge a livello comunitario che possa garantire una maggiore limpidezza sugli algoritmi e gli strumenti di raccomandazione di ascolto, che forniscono suggerimenti sui brani o gli artisti. Tra le proposte dei deputati anche quella di inserire un’etichetta per segnalare alle ascoltatrici e agli ascoltatori se le tracce che stanno ascoltando sono state generate dall’AI, ma anche un sollecito nei confronti dei servizi di streaming affinché si occupino dei deepfake, tecnica che permette di usare la voce e l’immagine degli artisti senza il loro consenso. Inoltre, per l’Eurocamera è opportuno che le piattaforme identifichino i titolari dei diritti affinché i metadati (informazioni per descrivere i file) siano assegnati correttamente e le loro creazioni siano più visibili.

    Ok, so for the first time I’m going to be releasing from my vault of unreleased music

    We are launching @vaultdotfm to show music has inherent value beyond just exposure

    Subscribe to unlock 👇 pic.twitter.com/pIic7Ef47G

    — James Blake (@jamesblake) March 20, 2024

    James Blake e Vault.fm

    L’avvento dello streaming, nell’era della disintermediazione, ha cambiato l’industria discografica e la fruizione della musica. Questo, però, non ha portato all’abbattimento delle gerarchie e a una maggiore libertà di espressione, come invece auspicato. A questo si sono aggiunti anche i social media, che hanno cambiato il paradigma non solo a livello comunicativo, ma anche a livello di consumo (basti pensare ai video brevi su TikTok o ai brani diventati virali proprio grazie alla piattaforma). Certo, il web e i social hanno innegabili caratteristiche positive e non vanno demonizzati ma considerati per quello che sono, ovvero strumenti che possono avere vari utilizzi.

    Tornando ai servizi di streaming, è palese che questo sistema preveda degli ostacoli per i musicisti. In tutto il mondo sono tanti gli artisti che hanno puntato il dito contro questo sistema di distribuzione delle royalties. L’ultimo in ordine di tempo è stato James Blake, che su X ha denunciato la difficoltà vissuta da molti musicisti di mantenersi con la propria musica e di finanziarla in modo adeguato. Il cantante e produttore britannico ha ricordato di quando la sua cover di Godspeed di Frank Ocean è diventata virale su TikTok, sottolineando che né lui né il cantautore e rapper statunitense hanno ricevuto dei compensi perché la canzone appariva come “original sound” (“suono originale”) in ogni video.  «Se vogliamo musica di qualità, qualcuno dovrà pagare per averla – ha scritto il cantante – I servizi di streaming non pagano correttamente, le etichette vogliono una fetta più grande che mai e si siedono ad aspettare che tu diventi virale, TikTok non paga correttamente e i tour stanno diventando proibitivi per la maggior parte degli artisti. Il lavaggio del cervello ha funzionato e ora la gente pensa che la musica sia gratis».

    Ma Blake non è rimasto a guardare e pochi giorni dopo ha lanciato Vault.fm, una nuova piattaforma di streaming che, nelle intenzioni dell’artista, dovrebbe cambiare il rapporto tra i musicisti e i fan. Il servizio permette agli artisti di caricare musica e di stabilire una tariffa mensile per l’accesso a contenuti esclusivi, eliminando gli intermediari in modo da permettere ai cantanti di ricevere un guadagno diretto. Alcuni fan e osservatori, però, hanno espresso perplessità: un modello di questo tipo, a loro dire, potrebbe danneggiare gli artisti meno conosciuti. James Blake ha, però, precisato di voler aiutare la piattaforma a “mettere in luce anche gli artisti emergenti”. Il cantante ha riconosciuto che il sistema non può cambiare da un giorno all’altro ma che Vault.fm vuole rappresentare un primo passo verso il cambiamento perché, ha dichiarato, “non si può pensare di acquistare tutta la musica del pianeta per 10 dollari al mese”.

    di: Francesca LASI

    FOTO: SHUTTERSTOCK/VIRRAGE IMAGES

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