Dalla riforma Cartabia alle spartizioni delle Procure, dalle lobby segrete a Borsellino, dal Csm alla politica: la parabola di un magistrato che vuole ribaltare la giustizia italiana. Il Mondo “SMCE” intervista in esclusiva Luca Palamara
È il 2019 quando l’“affaire Palamara” alza il sipario sul mondo della magistratura, aprendo uno squarcio mai davvero ricucito al suo interno. Magistrato, “ufficialmente ex, ma non per me”, Luca Palamara scala una ripida carriera e approda al Consiglio superiore della magistratura, dove diventa un mediatore di riferimento fra i vari orientamenti che qui si intrecciano sotto forma di correnti, in competizione nella spartizione delle poltrone di prestigio. Quello delle correnti è però un sistema più liquido rispetto alle logiche dei partiti, in qualche modo “inchiodate” alle loro postazioni ideologiche a differenza della magistratura dove le appartenenze sono meno facili da incasellare e per questo più difficili da controllare.
Oggi la tempesta su Palamara deve ancora scaricare le sue nubi. Una serie di intercettazioni e rivelazioni scoperchia il “sistema Palamara” sotto l’impietosa luce del sole, portandolo alla radiazione dall’Ordine e a dover rispondere delle accuse mosse dalla Procura di Perugia per corruzione, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio. Lui, nel frattempo, ha ancora qualcosa da dire, o meglio, da fare. Dalle reti della magistratura alla politica il passo è più breve di quanto si dovrebbe pensare e così Palamara è già al lavoro per costruire, questa volta dal basso, la sua idea di giustizia. Il 23 luglio 2022 fonda l’associazione Oltre il Sistema che, come diversi altri nuovi attori della scena, viene penalizzata dalle procedure di raccolta firme, consentita solo de visu e non digitalmente, e non arriva dunque a concorrere alla tornata anticipata del 25 settembre.
Il cantiere, però, è ancora aperto?
«Il sistema di raccolta firme ha impedito, di fatto, la rappresentanza di tutto quel consenso entusiasta dei tanti cittadini accorsi ai vari incontri pubblici sul tema della giustizia degli ultimi due anni. Così com’è, si tende a privilegiare i grandi partiti, anche grazie all’emendamento approvato a maggio che ha favorito alcuni simboli escludendo le nuove formazioni. Esiste già uno sbarramento al 3% che stabilisce chi entra in Parlamento e chi no, assicurando la stabilità di governo: la raccolta firme non fa che inquinare il diritto di voto. Ciò detto, l’impegno di Oltre il Sistema va avanti con rinnovato slancio».
Potremmo dire che la sua carriera ai vertici della magistratura sia stata una buona scuola per la discesa in politica?
«Il mio percorso nella magistratura, dalla presidenza dell’Associazione nazionale magistrati dal 2007 al 2012 fino al Csm, è stata molto importante da questo punto di vista. Chi svolge questi incarichi, nei fatti, a differenza dei magistrati deve necessariamente relazionarsi con il mondo della politica. Da questo punto di vista posso tranquillamente dire che il mondo della magistratura non è immune a quei vizi spesso imputati alla cosiddetta partitocrazia».
Passiamo al suo programma sulla giustizia. Fra le battaglie avanzate da Oltre il Sistema c’è anche quella per l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione, una riforma del codice di procedura penale in passato già bocciata dalla Consulta e raccolta negli ultimi giorni anche da Berlusconi. L’Anm è contraria: fanno cerchio attorno alle loro posizioni?
«Chi ha paura di affrontare il tema delle assoluzioni inappellabili, soprattutto se emesse a distanza di molti anni dal fatto, e rievoca il pronunciamento della Corte Costituzionale del 2006 è troppo attaccato a quella idea giustizialista che considera il processo penale una clava da alzare contro il nemico di turno, e non invece il luogo nel quale accertare, nel contraddittorio tra le parti davanti ad un giudice terzo, se un fatto si sia verificato o meno e se costituisca reato. Per noi, si tratta di un principio di civiltà giuridica, prezioso per spezzare il corto circuito mediatico giudiziario. Questo Paese si deve liberare dalla pretesa di trascinare la magistratura sul terreno della contrapposizione politica».
A proposito di questo: di recente è stata approvata la riforma Cartabia. Il 18 e 19 settembre è stato eletto il primo Csm con il nuovo sistema elettorale, uno schema misto, maggioritario con correttivo proporzionale che lei ha già criticato in più sedi: conferma il giudizio negativo o vede margini di miglioramento? Penso ad esempio all’introduzione di meccanismi come il sorteggio…
«Se lo scopo della riforma Cartabia era quello di risolvere il cortocircuito dei rapporti tra politica e magistratura, possiamo tranquillamente dire che tale obiettivo è stato mancato. Io penso che per superare tutte le problematiche emerse, in particolare la correntocrazia nella magistratura, l’unico rimedio sarebbe stato quello del sorteggio temperato. Ad ogni modo, l’allargamento della platea indubbiamente favorito dalla riforma Cartabia costituisce comunque un dato importante da cui partire».
Anche Matteo Renziha definito questa riforma “più inutile che dannosa”. Nel primo libro lei stesso si sofferma sul tentato “golpe” al Sistema dell’allora presidente del Consiglio, nell’intento di riportare le nomine nelle mani della politica sfilandole ai grandi procuratori, avanzando il nome di Gratteri a Napolitano, che però lo respinge. Com’è mutato oggi il suo giudizio su di lui? Potrebbe ancora cambiare le cose?
«Quando Renzi era presidente del Consiglio io sedevo al Csm. Non ho alcuna difficoltà a dire che quella stagione della rottamazione nei fatti si era riverberata anche all’interno della magistratura, determinando una stagione di forti cambiamenti intestini. Tre passaggi contrapponevano Renzi alla magistratura: la proposta di Gratteri, inviso a importanti procuratori, come ministro; la riduzione delle ferie ai magistrati; la modifica della normativa sulla responsabilità civile. Detto questo, penso che l’esperienza politica di Renzi possa essere ancora molto importante nell’attuale fase istituzionale del Paese».
A una settimana dal 30ennale della strage di via d’Amelio arriva la sentenza del Tribunale di Caltanissetta che assolve e prescrive i tre agenti di Polizia per il depistaggio sulle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino. Secondo la Procura, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di concorso in calunnia aggravata, avrebbero contribuito a produrre e mettere in scena la ricostruzione, poi rivelatasi falsa, del collaboratore sulla strage che uccise Borsellino, depistando le indagini.
Una sentenza definita dallo stesso Renzi uno “schiaffo alla memoria di Falcone e Borsellino”, che avrebbero trovato un ostacolo nella ricerca della verità proprio nel sistema di correnti da lei descritto. Le chiedo un commento, anche se immagino si aspettasse un esito simile…
«Normalmente a pagare sono sempre le ultime ruote del carro. Nel libro Lobby e logge abbiamo sottolineato come al netto delle scuse di ordinanza ancora oggi il Csm, di cui ho fatto parte, e la magistratura associata non riescano a dare una risposta a quanto reclamano i familiari di Paolo Borsellino: accertare le responsabilità di chi, all’interno della magistratura, doveva gestire le dichiarazioni del pentito Scarantino. Non ci sono riusciti, o meglio, non ci hanno nemmeno provato».
L’ultima deflagrazione nel mondo della magistratura si chiama loggia Ungheria, come l’omonima piazza romana, e riguarda una serie di complesse, impalpabili e ambigue reti di influenze che legano i destini di imprenditori, politici, funzionari delle forze dell’ordine e, non da ultimi, magistrati. A svelare questo gruppo di pressione sarebbero i verbali raccolti dalla Procura di Milano con le rivelazioni dell’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara.
A luglio la Procura di Perugia ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta per associazione segreta sulla loggia Ungheria, pur inoltrando alcune delle dichiarazioni rese da Amara ad altre Procure. Per Raffaele Cantone la loggia massonica “non è adeguatamente riscontrata”. È ancora il Sistema che lotta per l’autoconservazione?
«Sono curioso di leggere le motivazioni di questa archiviazione che, in maniera inopinata, è immediatamente finita nelle mani di alcuni giornalisti – ma su questo ho fiducia negli accertamenti del procuratore Cantone per individuare il responsabile della fuga di notizie, così come mi voglio auspicare l’indagine sui motivi che hanno spinto Amara a rendere tali dichiarazioni proceda. È necessario per un dovere di verità e per capire se vi sia stata una regia, cosa su cui io personalmente non ho dubbi. Il capitolo Ungheria non è affatto finito, si stanno aprendo molti procedimenti per calunnia e ci aspettano altri colpi di scena. Detto questo, sarebbe interessante comprendere se anche il filone fiorentino dell’inchiesta sia giunto al termine: è proprio a Firenze che è stata inoltrata la posizione dell’ex procuratore di Perugia De Ficchy».
Sono passati due anni e mezzo dalla famosa notte dell’Hotel Champagne, quando un trojan nel telefono di Palamara intercettava una sua conversazione con altri cinque membri del Csm, l’ex ministro Luca Lotti e Cosimo Ferri, parlamentare di Italia Viva e leader della corrente Magistratura indipendente, scoprendo la prima carta e spingendolo a rivelare gli altri assi nella manica del suo “metodo” in due libri-intervista scritti con Alessandro Sallusti.
Allargando lo sguardo, a cosa è servito squarciare il velo?
«La notte dello Champagne fu il tentativo di impedire che Marcello Viola potesse diventare procuratore di Roma, visto il suo coinvolgimento in un procedimento penale che lo accusava di essere uno dei responsabili della fuga di notizie sulla cattura del latitante Matteo Messina Denaro. L’accusa cadde nell’aprile 2019, legittimando Viola a concorrere alla Procura della Capitale ma, di fatto, il trojan dell’Hotel Champagne ha poi impedito che la sua nomina andasse in porto. Lo confermano alcuni proclami dei candidati al Csm della corrente di Area – vicina al centrosinistra, ndr –: furono le stesse correnti a tentare di cacciare dalla magistratura chi aveva partecipato alla notte dello Champagne. L’auspicio è che la prossima riforma della giustizia possa istituire una sezione disciplinare realmente autonoma rispetto alle correnti della magistratura».
Di: Marianna Mancini

