Dall’indipendente all’itpop, le ondate della musica italiana dagli anni Novanta a oggi
Il 27 settembre 2015 Bomba Dischi, etichetta discografica indipendente, pubblica Cosa mi manchi a fare, un singolo che porta la firma di un giovane cantautore, all’epoca sconosciuto ai più se non nella scena romana, che si fa chiamare Calcutta. Questa frase potrebbe non dire nulla di eclatante, ma c’è un ma. L’uscita del brano e dell’album in cui è contenuto, Mainstream (il secondo per il cantante) scatenano una serie di eventi che porterà alla ribalta quel fenomeno dapprima definito “indie italiano”, poi “itpop”.
Ecco, possiamo dire che è tutto un po’ più complicato di così, ma da allora alcuni degli artisti all’epoca ignoti ai più, nati e cresciuti nei circuiti indipendenti, hanno raggiunto un successo tale da essere diventati “pop”. Pop come popolari, certo, ma anche perché costituiscono una sorta di “ricambio generazionale” del pop italiano. Le playlist su Spotify, le visualizzazioni su YouTube, l’heavy rotation in radio, Sanremo, ci dicono chiaramente che non siamo più di fronte a una scena musicale di nicchia, ma semplicemente al nuovo pop italiano. Un nuovo modo di fare pop, diverso da quello della tradizione, ma pur sempre pop.
Ma quand’è che la musica indipendente e il pop si sono incontrati? Come è successo? E perché da una parte c’è chi ha a difficoltà a definire l’indie e chi pensa che sia addirittura “morto”?
Dobbiamo fare un passo indietro. Quando si parla di “indie” non si fa riferimento a un genere musicale vero e proprio con stilemi precisi ma a una modalità di produzione distante dalle major discografiche, riconducibile alle etichette indipendenti, adottata da alcuni artisti ascrivibili alla scena musicale e culturale underground, slegati dalle logiche commerciali e dal cosiddetto “mainstream”. Il termine, infatti, viene originariamente utilizzato come contrazione di “independent” e incorpora una serie di correnti differenti tra loro, dall’indie rock, all’indie pop fino all’indie folk e all’indietronica (indie electronic, che combina musica elettronica, rock e pop). Il neologismo nasce alla metà degli anni Ottanta nel Regno Unito e negli Stati Uniti quando affiorano molte band, diverse tra loro dal punto di vista musicale, accomunate dall’approccio autonomo, DIY (Do It Yourself, Fai Da Te) nella registrazione, produzione, distribuzione dei propri lavori discografici e nell’organizzazione dei concerti. Insomma, un’autoproduzione in tutto e per tutto, figlia del punk e del post punk.
E in Italia? Si è soliti far coincidere la nascita dell’indie italiano con gli anni Novanta, caratterizzati da una nuova proposta musicale alternativa, nel vero senso della parola, alla musica leggera e al pop da classifica. Dai Massimo Volume ai C.S.I (Consorzio Suonatori Indipendenti), agli Üstmamò, fino a gruppi dall’impronta più noise come gli Afterhours e i Marlene Kuntz o più spiccatamente punk rock come i Prozac +, senza tralasciare le formazioni dalla deriva più elettronica come i Bluvertigoe iSubsonica, fino al cantautorato rock di Carmen Consoli e Cristina Donà e alle influenze grunge e shoegaze dei Verdena, la galassia della musica alternativa italiana propone artisti che rappresentano, a livello di testi e di suono, tutti con le loro peculiarità, “mondi lontanissimi” (per citare Il Sommo) rispetto all’egemonia – spesso – sanremese del panorama musicale italiano del tempo.
Agli inizi degli anni Duemila in Italia la scena alternative, nelle sue innumerevoli sfaccettature, è ancora prolifica grazie a gruppi di lungo corso come Tre Allegri Ragazzi Morti, Zen Circuse i Baustelle e a formazioni allora nascenti come i Ministrie Il Teatro degli Orrori(il cantante Pierpaolo Capovilla era già stato voce e basso nei One Dimensional Man, nati nel 1996),Le Luci della Centrale Elettrica(progetto del cantautore Vasco Brondi) che sono però lontane dal mainstream, che sembra non trovare continuità in progetti artistici nuovi, in grado di attirare un ampio bacino di utenza. Poi a un certo punto succede qualcosa, ancor prima dell’ascesa alla ribalta di Calcutta.
Nel 2010 I Cani, progetto del cantautore romano Niccolò Contessa, pubblicano i brani I pariolini di 18 anni e Wes Anderson su SoundCloud(servizio musicale e sito di music sharing svedese), che generano un discreto clamore, fino a diventare un fenomeno virale. È però il primo album, Il sorprendente album d’esordio de I Cani, pubblicato per l’etichetta indipendente 42 Records, a consacrare Contessa come uno tra i più promettenti autori italiani. Ciò in cui è riuscito Contessa è portare un nuovo linguaggio nella canzone italiana, caratterizzato dalla scrittura “in prosa”, a tratti asettica, a tratti malinconica, a tratti post-ironica in grado di disegnare il quotidiano con concretezza e immediatezza, anche se l’opera, da un punto di vista squisitamente musicale, non ha portato ad alcuna novità sostanziale, ma si muove nelle acque del synth pop e dell’indietronica. Un modus operandi e un “attitude” accomunabili ad altri artisti definiti indie, in primis lo stesso Calcutta. In sostanza, si crea una nuova estetica.
Certamente, all’inizio il mondo de I Cani sembrava quasi appannaggio di pochi affezionati, ma è stato il primo passo verso un cambiamento. Come scrive Patrizio Ruviglioni nell’articolo Il Sorprendente Album d’esordio de I Cani spiegato a chi non c’era pubblicato sul sito di Rolling Stone: «tutto questo, comunque, per dire che 10 anni fa non è che fossimo davanti a una rivoluzione eclatante, eppure la sensazione che qualcosa stesse cambiando per sempre – lentamente, un po’ alla volta – era intuibile».
Contessa è, infatti, considerato da molti una sorta di “demiurgo” dell’indie italiano: tra le altre cose si è occupato della supervisione artistica di Mainstream del cantautore di Latina. E tutto sembrerebbe tornare.
Nel frattempo, a sostenere – e talvolta a creare – le novità del panorama alternativo/indipendente italiano arriva anche il web. La spinta più grande arriva sicuramente da Diesagiowave, gruppo della pagina Facebook Indiesagio, nata come contenitore di meme sui protagonisti dell’indie italiano di allora come Dente, Verdena, Brunori Sas e molti artisti della Garrincha Dischi, etichetta indipendente italiana che annovera o ha annoverato tra le sue fila Lo Stato Sociale, Ex-Otago, La Rappresentante Di Lista, Management (prima noti come Management del dolore post-operatorio). Il gruppo – che ha poi raggiunto i 20 mila utenti, se non addirittura 30 secondo alcune stime – frequentato anche da addetti ai lavori, ha contribuito a trasformare il virtuale in reale grazie all’organizzazione di alcuni raduni, concerti in cui si esibivano cantanti come Asia Ghergo, Giorgio Poi e Il Mago. Proprio all’interno della community nasce la definizione di “itpop” per descrivere la rinascita di un nuovo cantautorato in lingua italiana che andava conquistando un pubblico sempre più ampio ed eterogeneo (e non il disco It.Pop di Alex Britti pubblicato nel 1998, questa è un’altra storia).
Era cominciato, infatti, l’abbattimento delle barriere tra i concetti di “musica indipendente” e “mainstream”. A sancire questo passaggio è stata l’uscita di Fuoricampo (2014) il terzo album dei Thegiornalisti. Il disco segna, per la band romana capitanata da Tommaso Paradiso, un distacco dalle sonorità più rock degli inizi (Vol.1 e Vecchio, i primi due lavori) e un avvicinamento al synth pop anni Ottanta. Da questo momento in poi succedono molte cose: la formazione pubblica Completamente Sold Out, che diventa disco di platino, riempie il PalaLottomatica (poi Palazzo dello Sport dal 2018) prima e il Circo Massimo poi. Poi, nel 2019, Paradiso decide di abbandonare il gruppo e intraprendere la carriera solista, che lo consacra nel pantheon del pop italiano.
L’itpop è ormai pop a tutti gli effetti, fruibile anche per le radio e per gli altri mezzi di comunicazione tradizionali. La produzione di Tommaso Paradiso ne è il perfetto emblema: scrittura diretta accompagnata da sonorità morbide che strizzano l’occhio agli anni Ottanta. L’itpop diventa a sua volta un’etichetta, un calderone che contiene al suo interno Gazzelle e i rapper spostatisi verso altri suoni e altri approcci come Coez, Frah Quintale, Carl Brave e Franco 126 (in duo e singolarmente), fino a Cosmo, che unisce il cantautorato all’elettronica. Artisti con un background indipendente fino all’affermazione, in modi differenti, presso il grande pubblico.
Prova tangibile dell’avvenuto cambiamento è la partecipazione di molti nomi al Festival di Sanremo: Coma_Cose,Colapesce Dimartino (il duo formato dai cantautori Colapesce e Antonio Di Martino), Lo Stato Sociale, gli Ex-Otago sono tra gli artisti che hanno riscosso più successo dopo la kermesse. Basti dire che Musica leggerissima è stata certificata cinque volte disco di platino dalla FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana).È questo lo snodo cruciale: ora è il mainstream a cercare il nuovo, fino a inglobarlo e standardizzarlo, complici i cambiamenti che i social e le piattaforme di streaming hanno apportato all’industria musicale e alla fruizione della musica.
Certo, a contribuire a fare breccia nel cuore degli ascoltatori c’è stata anche una nuova modalità comunicativa, un nuovo lessico che consiste nello scattare una fotografia della realtà in cui lo stesso artista è immerso. Ci sono le coppie de I Cani che «si fanno i regali/festeggiano un mese, 6 mesi e poi gli anni/ a cena al Pigneto e poi tornano a casa/ che al Fish’n’Chips oltretutto c’è fila/ in macchina cala il silenzio» [tratto dal singolo Le coppie de I Cani], il ritornello di Pesto in cui Calcutta urla: «uè deficiente/negli occhi ho una botte che perde».
Una comunicazione fatta di sottile ironia e picchi di disagio che ha contribuito a creare una sorta di immaginario per una fetta di 20/30enni (ma anche 40enni) del periodo che però sembra ormai sorpassato e non riguarda tutti gli artisti, si veda l’esempio dell’approccio più solare e disimpegnato del Paradiso solista.
Non sarebbe, però, giusto, affermare che l’indie è morto o ha perso la sua spinta propulsiva, perché l’indie in quanto genere musicale non è mai esistito. Abbiamo, invece, assistito all’evoluzione di gruppi e cantanti che o hanno intrapreso percorsi differenti rispetto a quelli iniziali, o sono “arrivati” al pubblico di “massa”, o entrambe le cose. Il concetto di “indie”, interpretato in questo senso, si è via via slegato dallo stile musicale e dall’etica indipendente, propria delle innumerevoli formazioni che popolano le tante “scene musicali” della Penisola, fatte di passaparola, fanzine, piccole label.
Siamo semplicemente di fronte alla nuova musica pop. E ce ne potremmo anche fare una ragione, lasciando da parte snobismi e paragoni poco calzanti.
Box 1 – Indie nel Regno Unito
Nel Regno Unito la nascita di una prima scena musicale indie viene solitamente fatta risalire al 1986, anno in cui la rivista musicale NME (New Musical Express) distribuisce la compilation C86con all’interno gruppi allora emergenti come Primal Scream e The Wedding Present. Bob Stanley, giornalista e membro del gruppo indie pop inglese Saint Etienne, durante un’intervista definì il C86 come “l’inizio della musica indie…a metà degli anni ’80 l’etica del DIY e qualsiasi atteggiamento punk residuo erano limitate in sacche isolate in tutto il Paese. La compilation C86 e i concerti li ha riuniti in un’esplosione di nuovi gruppi”. La frase di Stanley riassume efficacemente quanto successe di lì a poco: C86 finì per identificare tutta la scena indie britannica dell’epoca, dai The Smiths fino ai The Jesus and Mary Chain, due band fondamentali del decennio. Di lì a poco altre correnti si susseguirono, dallo shoegaze di band come My Bloody Valentine e Slowdive, fino alla scena Madchester di fine anni Ottanta con Happy Mondays e Stone Roses, che a loro volta influenzeranno molto il Britpop anni Novanta.
Box 2 – Indie negli Stati Uniti
Negli Stati Uniti il termine “indie” comincia a essere utilizzato per descrivere tutte quelle band essenziali dell’hardcore punk politicamente impegnato come i Minutemen e gli Hüsker Dü, ma anche gruppi più vicini al noise rock come Dinosaur Jr.eSonic Youth,fino ad arrivare ai Meat Puppets, partiti dall’hardcore punk del primo album omonimo del 1981 e approdati poi a una formula innovativa che mescola psichedelia, blues, country e pop. Si tratta di musicisti diversi tra loro accomunati da un piccolo particolare: hanno fatto parte della SST Records, l’etichetta discografica indipendente fondata nel 1978 da Gregg Ginn, chitarrista dei Black Flag, uno dei gruppi fondanti dell’hardcore punk, che senza esagerazioni può essere definito leggendario e seminale. Poco dopo arriveranno i Pixies, una delle formazioni più influenti dell’alternative rock degli anni Ottanta, precursori dello stile che miscela garage rock, pop, surf e noise, che ispireranno decine e decine di gruppi tra cui (nientemeno) i Nirvana.

