Dopo aver rovesciato il regime in Siria, Abu Mohammed al Jolani si propone come politico credibile, senza nascondere il suo passato che, però, provoca più di un dubbio
Con l’offensiva iniziata nel Nord della Siria il 28 novembre 2024 il gruppo Hayat Tahrir al Sham è riuscito a rovesciare il regime di Bashar al Assad e il suo leader, Abu Mohammed al Jolani, si è posto alla guida del Paese.
Oltre all’impresa imprevista di riuscire a porre la parola fine alla storia della dinastia di Assad in Siria, al Jolani è protagonista di una personale parabola politica che lo porta dall’essere un fervente jihadista a un politico moderato capace di ricevere consensi all’interno del Paese ed essere riconosciuto come interlocutore credibile all’esterno. Nel 2011 infatti Abu Mohammed al Jolani è un comandante dello Stato Islamico in Iraq: il gruppo non è ancora molto noto ma opera già con attentati ed esecuzioni e al Jolani – il suo nome di battaglia significa “l’uomo che arriva dal Golan” (in arabo, Jolan) da dove il padre fu costretto a fuggire nel 1967 durante la Guerra dei Sei Giorni – è a capo delle operazioni nella seconda città dell’Iraq, Mosul.
Alla guida delle truppe jihadiste al Jolani arriva a seguito della lotta contro l’esercito statunitense che nel 2003 invase l’Iraq e, soprattutto, alla prigionia a Camp Bucca, carcere creato dagli statunitensi che però di fatto diviene un punto di incontro e di radicalizzazione dei componenti dei gruppi estremisti, tra cui spicca anche il capo dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi.

Proprio al Baghdadi incarica, nel 2011, al Jolani di estendere lo Stato Islamico in Siria – Paese già in preda al caos per le sollevazioni popolari anti regime – e al Jolani dimostra subito grande abilità ponendosi alla guida di un gruppo che non rivendica il nome di Stato islamico, ma di Jabhat al Nusra, ovvero “fronte del supporto” (alla rivoluzione), riuscendo così a non generare il panico ma anzi trovare appoggio nella popolazione e non attirare l’attenzione internazionale. Quando nel 2013 al Baghdadi decide di reclamare tutte le risorse utilizzate per espandere il progetto del califfato come appartenenti allo Stato Islamico si apre una frattura tra i due leader, con al Jolani che rivendica l’autonomia del suo gruppo (con migliaia di combattenti che decidono di abbandonare al Jolani per riunirsi ad al Baghdadi). Per motivare la scissione Abu Mohammed al Jolani sostiene che, dato che nel 2004 lo Stato Islamico ha dichiarato la propria fedeltà ad al Qaida, anche lui, di conseguenza, ha dichiarato fedeltà ad al Qaida e dunque risponde a quell’organizzazione e non all’Isis. Nel 2016 decide di staccarsi anche da al Qaida per evitare che gli Stati Uniti usassero questa affiliazione come scusa per bombardare la Siria e cambia il nome del gruppo di miliziani che guida che prima diviene Jabhat Fatah al Sham, “fronte per la conquista della Siria” e l’anno successivo Hayat Tahrir al Sham, “movimento per la liberazione della Siria”.
Passando da “conquista” a “liberazione” il cambiamento di intenzioni politiche di al Jolani si rende evidente, ma non facile. Per diversi anni, dal 2017, il gruppo non riesce a espandersi oltre un piccolo territorio nella regione di Idlib, costretto tra i militari fedeli ad Assad da una parte e la frontiera turca dall’altra. Inoltre, nel 2020, un’operazione condotta dalle truppe siriane di Assad insieme ai bombardieri russi rischia di mettere fine al governo locale instaurato nella zona, ma a seguito dell’attacco sbagliato di un aereo russo che colpisce una postazione dell’esercito turco sul confine, la Turchia interviene e al Jolani riesce a scamparla. L’attività del gruppo guidato da al Jolani si intensifica e soprattutto si impegna in numerose azioni antiterroristiche contro le cellule di Isis e al Qaida nella regione, lo stesso leader viene indicato come nemico dalle due organizzazioni rischiando in diverse occasioni la vita a causa di attentati rivolti verso la sua persona.

Negli ultimi mesi del 2024, come sappiamo, cambia tutto. Le prime offensive per rovesciare il regime siriano hanno inizio il 28 novembre, quando dalla provincia governata da Hayat Tahrir al Sham gruppi armati riescono a penetrare verso Aleppo conquistando piccoli centri urbani senza che né la popolazione né l’esercito di Assad opponga significativa resistenza. Lo stesso scenario accade due giorni più tardi ad Aleppo, la seconda città siriana, con i soldati che lasciano le proprie postazioni e favoriscono così le operazioni dei miliziani che, nonostante alcuni bombardamenti dell’esercito siriano con aerei militari russi, si impongono senza difficoltà rendendo evidente quanto il regime sia debole. I miliziani di Hts liberano inoltre i detenuti delle terrificanti carceri siriani dove prima (dal 1971 al 2000) Hafez al Assad e poi negli ultimi 24 anni Bashar al Assad hanno imprigionato migliaia di oppositori politici. I successi del gruppo motivano anche altri gruppi ribelli (ad esempio nella città di Daraa) e la popolazione locale (a Suwayda), allo stesso modo nel Nord-Est del Paese sono i combattenti curdi a conquistare centri abitati al confine con l’Iraq. La dinastia di Assad termina dunque con la fuga di Bashar verso la Russia nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2024 e, come anticipato, alla guida del Paese sostenendo di voler attuare una transizione pacifica e ordinata del potere, si pone al Jolani.

Adesso la Siria si trova davanti a una insperata ventata di libertà dal regime e alla fiducia che il progetto politico di al Jolani sia sinceramente “moderato”. Chiaramente lo scenario in questione non ha un perimetro moderato in senso stretto, al Jolani – che resta il capo di un gruppo islamista che sostiene la sharia ed è molto rigido a livello ideologico – ha in questi anni dimostrato se non altro che alle derive più estremiste ha sempre preferito quelle meno estremiste, come anche che la liberazione dei prigionieri politici, l’aver scoperchiato migliaia di morti, le torture sistematiche, resta un fatto compiuto dagli uomini di al Jolani. Resta indubbio che la sua figura rimanga controversa, esattamente come il gruppo Hts che nonostante abbia abbandonato jihad e al Qaida rimane un gruppo islamista nazionalistico che si è imposto con omicidi, attentati e arresti arbitrari; ma resta anche indubbio che la popolazione siriana si trovi davanti a una prospettiva nuova, forse piccola, forse anche solo un centimetro, quel centimetro che “è piccolo, ed è fragile, ma è l’unica cosa al mondo che valga la pena di avere” come recita l’adattamento cinematografico del capolavoro di Alan Moore.
Un centimetro in bilico tra illusione e speranza, ma pur sempre un centimetro di libertà.
