Meredith Kercher viene brutalmente uccisa la notte del 1° novembre 2007. Amanda Knox e Raffaele Sollecito finiscono in un vortice di bugie e distruzione che ancora oggi lascia senza risposte
In italiano la parola killer è usata al maschile. Genericamente indica un sicario, un fuorilegge, un essere umano che ne uccide un altro per i motivi più disparati. Indagare nella mente di un assassino è come sporgersi su un abisso di oscurità che ricambia lo sguardo con la stessa attenzione che riceve: “chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro“, era il monito di Nietzsche. Chissà se esiste un momento, un istante preciso in cui una persona si guarda dentro e capisce, al di là di ogni ragionevole dubbio, che sta per consacrarsi alla parte sbagliata della storia, perdendosi nel buio tossico oltre un confine che non sarà mai più valicabile. Chissà se c’è stato un solo secondo nella vita dell’assassino di Perugia in cui ha capito, prima di varcare la soglia della villetta in via della Pergola la notte del 1° novembre 2007, che l’abisso non solo aveva ricambiato il suo sguardo ma gli era anche entrato dentro, corrompendolo per sempre.
Halloween, 2007. L’autunno è una stagione magica a Perugia, in grado di incantare. È periodo di castagne, funghi, tartufi, bevande calde con cui scaldarsi le mani: nell’aria si respira quel profumo di fumo e cioccolata che anticipa il Natale. In città si è da poco conclusa la fiera Eurochocolate, i turisti hanno invaso tutta la Regione mischiandosi agli studenti universitari, con la loro energia, vivacità, con la bellezza della loro giovinezza e la leggerezza che appartiene a chi si sveglia la mattina pensando di avere tutta la vita davanti, per inseguire sogni, realizzare desideri, raggiungere obiettivi.
Meredith Kercher ha 21 anni. È inglese, viene da Croydon, quartiere nella zona sud di Londra e studia all’università di Leeds. Si trova a Perugia perché ha scelto di seguire il programma Erasmus in Italia. È arrivata in settembre: ha trovato casa in una villetta insieme a due ragazze italiane, Filomena Romanelli e Laura Mezzetti, e a un’americana, Amanda Marie Knox. Meredith e Amanda sono amiche. La convivenza non è sempre facile, capita di discutere, soprattutto per la pulizia del bagno; ma sono due giovani donne che parlano la stessa lingua in un Paese straniero. Il sodalizio è facile da immaginare. Meredith è sofisticata, elegante, metodica, studiosa; ha profondi occhi scuri, riflessivi, è silenziosa e puntuale. Amanda è più estroversa: ama la vita e ama dimostrarlo. Canta, fuma erba, fa quello che fanno le ragazze della sua età; è poco più che una bambina, con lo sguardo vivace e i capelli biondi, che ha scoperto in Italia di essere bella. Sarà sempre l’Italia a dimostrarle che la bellezza è un’arma a doppio taglio e può diventare una maledizione: «la gente ama i mostri – dirà. – Così quando c’è la possibilità vuole vederli. È la gente che proietta le proprie paure: le persone vogliono essere sicure di sapere chi sono i cattivi e che non sono loro. Quindi, forse, è questo: abbiamo tutti paura e la paura ci rende folli».
Il primo novembre Meredith cena con il suo gruppo di amiche inglesi: la chiamano affettuosamente Mez, passano spesso il tempo libero insieme. Cenano presto, quasi senza farci caso, durante l’happy hour, tra le 17:30 e le 18:00 per terminare non oltre le 19:30. Sono dettagli che non sembrano importanti quando si racconta una storia, e di fatto non lo sono mai, finché qualcuno non li cerca: ma a quel punto è troppo tardi. Mez rincasa presto: alle 22 è a casa. Sale le scale, chiude la porta, va nella sua camera. Le sue coinquiline non ci sono, nemmeno Amanda: in realtà quella sera doveva lavorare, tre volte la settimana si guadagna qualche extra nel bar di Patrick Lumumba, vicino casa. Mez è sola: sola con i suoi pensieri, con le sue paure, con i suoi mostri. Con i battiti frenetici del suo cuore che si fanno più intensi come se volesse pompare tutto il sangue che ha nelle vene per consumare in pochi minuti tutta quella vita che non avrebbe più avuto la possibilità di vivere.
La mattina del 2 novembre una donna si presenta alla polizia postale di Perugia: il giorno prima ha ricevuto una telefonata anonima che la informava di una bomba presente a casa sua; i carabinieri hanno fatto un sopralluogo ma non hanno trovato nulla di anomalo. Uno stupido scherzo, non fosse che quella mattina in giardino il figlio ha trovato due cellulari. Li ha con sé: i poliziotti identificano i numeri di telefono, scoprono che la scheda appartiene a una ragazza italiana. Ma non la usa lei: l’ha data a una sua coinquilina, Meredith Kercher. Ipotizzando un furto gli agenti vanno a controllare in via della Pergola e, fuori dalla villetta immersa nel silenzio, trovano due ragazzi.
Amanda quella notte ha dormito dal suo fidanzato. Si chiama Raffaele Sollecito, è un ragazzo di Bari venuto a Perugia per studiare: entusiasti, perché all’ultimo secondo Amanda aveva saputo di non dover lavorare, hanno visto un film, Il favoloso mondo di Amèlie, hanno fumato una canna, fatto l’amore; poi si sono addormentati. La mattina dopo avevano in programma una gita a Gubbio ma Amanda voleva tornare a casa, a fare una doccia. Il silenzio nell’abitazione non l’aveva turbata: Laura e Filomena erano via, una delle due proprio fuori città, la porta nella stanza di Meredith era chiusa, probabilmente dormiva ancora. Si era fatta una doccia e solo uscendo e poggiando i piedi sul tappetino del bagno aveva notato una macchia di sangue: era stato il primo segnale. Guardandosi intorno, Amanda aveva cominciato ad avere paura: la finestra di una delle stanze aveva il vetro infranto, c’erano escrementi nel water, tutto era in disordine. La ragazza aveva bussato alla porta di Meredith, ricevendo in risposta solo un silenzio tombale. A quel punto era tornata da Raffaele, in cerca di aiuto.
Gli agenti giunti in via della Pergola ascoltano questa storia, nel frattempo arrivano i carabinieri che Amanda e Raffaele hanno effettivamente chiamato. Il nome di Meredith comincia a correre veloce di bocca in bocca finché i militari non buttano giù la porta della sua stanza, che si spalanca sull’inferno.
Meredith Kercher giace in un lago di sangue, coperta da un piumone. Ha ricevuto 47 coltellate, quella fatale alla gola. Il caso appare da subito complicato, il livello di stress è altissimo: una studentessa inglese è stata uccisa in Italia, l’unica altra persona che aveva le chiavi ed era presente sulla scena del crimine è una coinquilina con la cittadinanza americana. Il caso è internazionale e in poche ore fa il giro del globo. Ma l’attenzione dei media non si concentra sulla vittima: Meredith passa in secondo piano, perché c’è una protagonista molto più appetibile da dare in pasto alle prime pagine. Amanda.
È una storia degna della penna di Agatha Christie. Eva contro Eva si potrebbe intitolare: due ragazze straniere nella cornice incantata di una città italiana, l’una bionda, spigliata e sensuale, l’altra mora, introversa e intellettuale; un ragazzo di mezzo, un gioco erotico finito male, una gelosia eccitante. Mancava solo Poirot a risolvere il caso: un crimine passionale nel cuore dell’Umbria. I giornali vanno in visibilio: cominciano a scandagliare le vite di Amanda e Raffaele, analizzano le loro espressioni, cercano negli occhi azzurri di lei la verità che gli inquirenti non hanno ancora trovato sulla scena del crimine. Li fanno a pezzi per vedere cosa c’è all’interno: finiscono a giudizio gli sguardi che si lanciano, i baci che si danno fuori dalla villetta, lo shopping dei giorni seguenti. A nulla valgono le proteste dei ragazzi: Amanda non poteva tornare a casa, aveva bisogno di comprare delle cose, stavano cercando di farsi forza a vicenda; le loro parole scivolano via del tutto inascoltate. La situazione peggiora quando il 5 novembre Knox e Sollecito vengono portati in Questura.
Amanda non parla bene l’italiano. Viene interrogata per 7 ore consecutive, senza un avvocato e un traduttore professionista, come previsto dalla legge. È un interrogatorio emotivo, confuso: la donna denuncerà in seguito di essere stata colpita con schiaffi alla testa, di aver subito pressioni di vario tipo, e la Corte di Strasburgo le darà ragione condannando l’Italia a pagare un risarcimento. Ma torniamo a quella notte: i poliziotti dicono ad Amanda che Raffaele ha ritrattato, ha detto che lei non è rimasta con lui tutta la notte. Quello che Sollecito realmente dichiarò fu che a un certo punto si era addormentato, non poteva sapere se Amanda fosse uscita, ma di certo avrebbe dovuto suonare il campanello per rientrare, e al momento del risveglio era lì, da lui. Sul verbale questa dichiarazione non compare. «La polizia mi ha suggerito di dire che Meredith era stata violentata, per farmelo dire mi hanno picchiata; sono stata picchiata due volte per farmi dire un nome che io non potevo dare: Patrick (…) Non sapevo se il congolese fosse l’assassino perché io non ero in quella casa, ma Lumumba è stato arrestato perché io ho fatto il suo nome, gli agenti volevano testimoniassi contro di lui ma questa cosa non mi piaceva», racconta Amanda parlando di quella notte.
È così che entra in scena Patrick Lumumba, un musicista congolese titolare di un pub, che quella notte aveva mandato un sms alla Knox per dirle che non doveva lavorare, testo a cui lei aveva risposto con un “See You Later” male interpretato. Lumumba ha un alibi di ferro, viene liberato dopo pochi giorni, e Amanda viene condannata a tre anni per calunnia.
La svolta nelle indagini avviene il 19 novembre: ovunque, sulla scena del crimine, viene identificato il DNA di un cittadino della Costa D’Avorio, Rudy Hermann Guede. Sono sue le tracce sul cadavere, sul polsino della manica della felpa di Meredith; sua l’impronta di mano insanguinata sul cuscino. Suo il DNA riconosciuto sulla carta igienica usata nel bagno, dove non ha tirato lo sciacquone. Di Amanda e Raffaele in quella stanza non c’è traccia, ma Rudy? Rudy è dappertutto, persino dentro Meredith. La violenza sessuale diventa una realtà assodata.
Guede è fuggito, è scappato in Germania: viene fermato, arrestato, ricondotto a Perugia. Gli vengono dati prima 30 poi 16 anni per omicidio in concorso. Il caso potrebbe chiudersi ma nel suo verbale, sotto la pressione degli inquirenti, Amanda Knox si era collocata sulla scena del crimine. Il suo ritratto, sui giornali, acquisisce i tratti fumosi di un burattinaio, uno sceneggiatore: c’è lei, dietro tutto ciò che è accaduto?
Il processo mediatico è molto più veloce della giustizia, segue tempi diversi, frenetici: non importa se Amanda ha visto Rudy solo due volte, non importa che Raffaele addirittura non lo abbia mai incontrato; erano insieme, sono tutti responsabili, un’orgia finita male, un gioco erotico di cui Meredith non voleva far parte. Le cose vanno così oltre che ad Amanda fanno credere di avere l’Aids per farle scrivere i nomi di tutti i ragazzi con cui ha avuto rapporti sessuali, salvo poi dirle che non era vero. Vengono scandagliati i suoi diari, ogni suo movimento è tenuto sotto stretta osservazione. Amanda e Meredith, il diavolo e l’acqua santa, il male e il bene, lo yin e lo yang.
A casa di Sollecito gli investigatori trovano un coltello su cui rinvengono tracce del DNA di Amanda sull’impugnatura e di Meredith sulla lama. Tutto porta a credere che sia l’arma del delitto. E 46 giorni dopo l’arresto degli indagati viene trovato il gancetto del reggiseno di Meredith, sotto un tappetino, sulla scena del crimine mai sigillata: sopra c’è una traccia di DNA. È di Raffaele.
Nessuno ha più dubbi: il 5 dicembre 2009 Amanda Knox viene condannata a 26 anni di carcere, Raffaele Sollecito a 25. Il caso è chiuso.
Nessuna storia è completamente obiettiva, razionale. Persino una fotografia può mentire: ciò che racconta può cambiare a seconda dell’inquadratura che viene scelta. L’imparzialità è un miraggio dai contorni confusi, per questo il contesto in cui ci si muove è tanto importante: Zodiac sarebbe forse stato catturato se avesse colpito solo qualche anno dopo; Meredith avrebbe forse avuto giustizia se non ci fosse stata quella pressione, quella fretta, quell’ansia da prestazione. Gli occhi di tutto il mondo erano puntati sulla polizia italiana. La stampa era pronta a dare in pasto agli avidi lettori ogni pezzetto di quella storia che fosse in grado di raccontare. Amanda Knox conquistava le prime pagine costantemente: agli occhi delle persone lei era colpevole prima ancora che venisse emesso il giudizio in primo grado.
Nel novembre del 2010 inizia il processo di secondo grado. Le zone d’ombra sono tante: è possibile parlare di un delitto in concorso tra complici che si sarebbero visti per la prima e unica volta sulla scena del crimine? I nuovi periti sollevano altri quesiti: sono stati rispettati tutti i protocolli di sicurezza per il repertamento del DNA? Le due prove regine, coltello e gancetto del reggiseno, vengono fatte a pezzi: sono state contaminate, le tracce di Knox sul primo e Sollecito sul secondo sono così labili che non possono essere prese sul serio. Dopo 1.427 giorni di carcere, Amanda e Raffaele vengono assolti.
La vicenda giudiziaria, lunga e complessa, conta ancora un appello bis con una nuova condanna e la Cassazione, che infine annulla senza rinvio. Nel 2015 i due ragazzi vengono proclamati innocenti. Nel 2021 Rudy Guede è stato scarcerato, in anticipo di qualche mese, come premio per aver partecipato attivamente all’opera di rieducazione prevista dalla pena. Con il suo ritorno in libertà il caso Kercher si è detto concluso.
Eppure… in italiano la parola killer è usata al maschile, maschile singolare. Ma la notte che Mez è stata uccisa, secondo quanto hanno dichiarato negli anni diversi esperti incaricati del caso, c’erano più persone in casa. Lo stesso Guede è stato incarcerato per concorso in omicidio: ma concorso con chi? L’uomo ha continuato a dire, fino al momento della scarcerazione, che c’erano due persone in via della Pergola quella notte. Lui “pensava” fossero Amanda e Raffaele, ma esclusi definitivamente loro allora di chi si trattava? Il corpo di Meredith è stato coperto, per chi fa profiling questo comportamento è indicativo del fatto che vittima e carnefice si conoscessero. L’arma del delitto non è mai stata trovata, così come non sono mai stati trovati i soldi rubati in camera di Kercher e non si è mai arrivati a una confessione. Le zone d’ombra rimangono dense e scure.
Di certo, c’è soltanto che Meredith oggi avrebbe quasi 37 anni e che è stata vittima tre volte: non solo del suo (o dei suoi) killer, ma anche della giustizia, lacunosa e ambigua, e della stampa, che l’ha sacrificata tra le note a piè di pagina per fare spazio in copertina alla morbosa storia dei suoi potenziali, ma solo nella fiction, assassini.
BOX – Amanda e Raffaele oggi
Dopo esser tornata negli Usa, Knox ha scritto un libro pubblicato nel 2013, Waiting to Be Heard e ha accettato di raccontare la sua storia per la serie su Netflix intitolata Amanda Knox. È diventata giornalista e si occupa di sostenere le persone incarcerate ingiustamente. È sposata con lo scrittore Christopher Robinson e nel 2021 ha avuto una figlia, Eureka Muse. Raffaele Sollecito ha preso la laurea specialistica in ingegneria informatica nel 2014 all’università di Verona e oggi si occupa di architetture in Cloud per società medio grandi a Milano.

