Autunno e inverno belli per chi vuole vestire bene ma essere sostenibile: come cambia la moda e quali sono le tendenze di vintage e second hand
Il riscaldamento climatico, l’inquinamento e le catastrofi ambientali e umanitarie hanno fatto sorgere un nuovo bisogno, soprattutto nelle nuove generazioni: essere sostenibili, oltre che alla moda. Una necessità che è particolarmente sentita da Generazione Z e Millenials, protagonisti dei cortei dei Fridays for Future, degli scioperi a scuola per il clima e sovrainformati da green influencer e pagine a tema. Non mancano però i rischi e i problemi. Il versante più scivoloso è proprio l’informazione, o meglio la sovrainformazione commerciale, in materia: i potenziali clienti sono infatti bombardati da claim green ed ecofriendly o che millantano di sostenere diritti umani e sociali. Ma tanto più grande è il brand in questione, tanto più aumenta il rischio che si tratti di “washing”, cioè di una strategia di comunicazione commerciale che con il miraggio di un ritorno sociale dell’acquisto cerca di attirare a sé i clienti. Ce ne sono diversi: il più noto è il “green-washing”, ad esempio promuovere piccole attività ambientaliste soprattutto nei Paesi della clientela occidentale ma tacere delle continue azioni di inquinamento nei Paesi produttori (che sono nel 90% dei casi Paesi del Sud del mondo). Ma anche il “pink-washing” (sostenere di contribuire ai diritti delle donne) o il “rainbow-washing” (usare claim che ammiccano alla comunità Lgbtq+) contribuiscono a creare un ambiente saturo di pubblicità ingannevole. Non migliorano la situazione influencer che usano il vibe green e cavalcano il bisogno di maggiore sostenibilità del pubblico per promuovere sponsorizzazione e advertising; di cui poi ovviamente intascano una percentuale.
La questione si complica quando parliamo di fast fashion, perché cambia il pubblico di riferimento: chi compra nei marchi di moda da 13 collezioni l’anno, infatti, è tendenzialmente un cliente con un basso potere d’acquisto, che però desidera comprare un capo che socialmente lo qualifichi come una persona al passo con i tempi. Colpa di un meccanismo psicologico detto Piramide di Maslow, contenuta in Teoria della motivazione umana dello psicologo statunitense Abraham Maslow che per primo la osservò nel 1943. I beni non necessari infatti, come il vestiario “alla moda” (quindi ovviamente non si parla di abbigliamento atto meramente a coprirsi e ripararsi dal freddo) e altri beni di consumo non servono soltanto a coprire i nostri corpi: ci descrivono, ci inseriscono o meno nel tessuto sociale, ci qualificano come appartenenti a un gruppo, a un ceto o a una classe sociali. E in un mondo dove ormai la moda non produce più due collezioni l’anno (Primavera-Estate e Autunno-Inverno), ma 17, e in cui viene impresso nella psiche individuale il bisogno di essere sempre al passo con le tendenze della comunità, ecco che il consumatore è spinto ad acquistare compulsivamente abbigliamento di cui in realtà non ha realmente bisogno e che, spesso, non mette nemmeno. Quante volte infatti facendo il cambio degli armadi ci troviamo di fronte a shirt o pantaloni e ci chiediamo in quale delirio onirico abbiamo pensato che fossero conformi ai nostri gusti? Si aggiunga che proprio i clienti adolescenti, anche per una congiunzione tra questi bisogni consumistici e la specifica età dello sviluppo, sono tra i primi a rincorrere un desiderio di “omologazione”. Spesso, camminando per strada, è possibile osservare gruppi di ragazzi e ragazze vestiti “con lo stampino”. Molto spesso, a bassissimo prezzo.
Un altro problema è appunto il costo. Uno dei paletti all’acquisto più lamentati dai consumatori è infatti proprio il prezzo di alcuni prodotti etici ed ecosostenibili. “Colpa” dei materiali di qualità e della filiera che paga in modo equo i suoi lavoratori, fattori che innescano un (auspicabile) aumento del prezzo in etichetta. Il guaio è che le generazioni più sensibili a questo tema sono proprio le generazioni col più basso potere di acquisto: secondo Bloomberg, Generazione Z e Millenials sono infatti al centro della più grave crisi inflazionistica degli ultimi 40 anni, la possono fronteggiare con un potere d’acquisto dato da stipendi che, Under 35, a volte non arrivano nemmeno agli 800 euro.
Le soluzioni sono due: fairtrade second hand o vintage (a seconda delle disposizioni del portafoglio). Secondo Erica Manna, giornalista di La Repubblica che si occupa del tema della moda sostenibile: «non si tratta solo di comprare giusto, ma di comprare meno e meglio. E grazie ai mercatini, alle app di second hand e a nuovi modelli di commercio ecosostenibili ed equosolidali, si sta spostando la tendenza da una mentalità “usa e getta” a una che va alla ricerca di una maggiore originalità, a un capo di abbigliamento che sia unico e personale». Naturalmente: «non è una cosa che sta solo sulle spalle dei consumatori, che magari possono essere ingannati dal prezzo basso sull’etichetta e non arrivare allo step di chiedersi “Ma com’è possibile che costi così poco?”. Per questo sono importanti anche le campagne di pressione sui brand, la macro battaglia contro i grandi marchi e i loro modelli di produzione e consumo»,precisa Manna. Tra cui quelle a cui ha preso parte a ottobre proprio Manna intervenendo all’evento Le ali non sono in vendita, iniziativa parte del call out dal titolo #payyourworkers contro Adidas a difesa dei diritti delle sue lavoratrici dell’Estremo Oriente.
Resta ancora qualche nodo: lo stile, che spesso è stato poco attento ai gusti del pubblico (un po’ troppo “fricchettone”, per così dire) e la questione della body positive, cioè dell’inclusione delle persone con fisico non conforme ai canoni di bellezza standard nei settori pubblicitario e della moda; con diverse marche etiche che però non contemplano le taglie forti nel loro piano taglie. Nel secondo caso per Manna: «purtroppo è un problema generale di mentalità, che ancora deve cambiare. Molti si riempiono la bocca con il termine “body positive” ma basta sfogliare un settimanale per vedere le taglie pubblicizzate quali sono. O penso all’affaire delle Farfalle dell’Atletica: la scoperta dell’acqua calda. Ma fa ben sperare, perché se c’è indignazione vuol dire che la mentalità sta cambiando».
E per lo stile? Grazie a kermesse come Rivestiti a Bologna, a mercatini come Vinokilo o a piattaforme di second hand online(dove tra l’altro anche gli artigiani possono vendere le proprie creazioni), le possibilità sono ora infinite. Anche nella moda etica non mancano alcuni must haveinteressanti. «Da quello che vedo e da ciò che ho nell’armadio – spiega col sorriso Manna – ti posso dire che un bel cappotto cammello, magari vintage o second hand, è un passe partout che sta bene con tutto e si può usare in infinite combinazioni». Via libera anche alle borse di pelle ed ecopelle (esistono alternative sostenibili come la pelle di cactus!), che se comprate di seconda mano o vintage non solo non impattano sull’ambiente come i materiali derivati dal petrolio, ma evitano anche l’abbattimento di un nuovo animale per la loro realizzazione. «Come tendenza sostenibile vedo che si usano sempre meno le borse di “plasticaccia”, magari riproduzioni di noti marchi – dice Manna – poi non bisognerebbe nemmeno avere 12 borse in armadio, perché andiamo – ride – chi è che ha davvero voglia tutte le volte di travasare il contenuto di una borsa nell’altra? Alla fine con una tracolla e uno zainetto in pelle si svolta l’autunno. I materiali sono molto più resistenti e durano più a lungo, ammortizzando la spesa iniziale; mentre il colore del cuoio si abbina praticamente a qualsiasi cosa».
Tessuto principe di questa stagione la lana, che non solo è un tessuto a impatto ambientale relativamente ridotto se paragonato ai “fratellastri” cotone e misto sintetico; ma se non mescolata ad altre fibre (quindi lana 100%) o in altissime percentuali nel capo (95-100% lana o 95-100% cashmere) può essere rigenerata, e con filiera 100% Made in Italy. Nella provincia di Prato infatti la tradizione dello “stracciaiolo”, un tempo lavoratore umile e di estrazione povera, è tornata alla ribalta rendendo il territorio toscano uno degli hub europei d’eccellenza della rigenerazione della lana. Ma esistono anche fibre improbabili che possono sostituire lana e cotone: la canapa ad esempio, un’alternativa più sostenibile ai campi intensivi di cotone, o il Lyocell, un derivato della polpa di legno di alberi come quercia, betulla o eucalipto. Se proprio non potete fare a meno di un caldo maglione di lana o cashmere, occhio all’etichetta: le marche etiche riportano infatti una certificazione di qualità, nella maggior parte dei casi GOTS, ma anche Eco Label e Demeter. Ultima tip, conclude Manna, gli accessori: «una sciarpa o un cappello di lana ecologica ed equa danno un tocco di colore al look».
Di: Caterina Maggi
