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    Home » Archivio Storico » 2022 » Arte distrutta, quando la vittima è la bellezza
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    Arte distrutta, quando la vittima è la bellezza

    Caterina MaggiDi Caterina MaggiDicembre 20, 2022
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    Trafugate, distrutte, scomparse o danneggiate. Le opere d’arte sono nel mirino da tempo, da ben prima del pomodoro sui girasoli

    Quando Anastasia Cherednychenko compare nello schermo della chiamata Zoom, intorno a lei la stanza è completamente al buio. Tiene nelle mani, vicino alla voce, il microfono di un paio di cuffie, e la luce del computer davanti a lei la fa sembrare pallida e ancora più lontana. Ci salutiamo, poi lei spiega: «perdonami, qui a Kiev oggi c’è il black out». La sua voce non trema, è sicura e cordiale; ma la luce digitale e spettrale dello schermo sembra improvvisamente fare le ombre intorno a lei ancora più gigantesche e incombenti.

    Nessuno resta in un Paese in guerra, a meno che non tema ciò che è al di là delle frontiere, o non abbia qualcosa da proteggere a casa. E Anastasia, manager di punta del Mystetskyi Arsenal (museo di arte e cultura di Kiev) ha più di qualcosa da proteggere, ha una missione: restare per cercare di salvaguardare l’arte ucraina. Un compito che ha già messo a rischio molti suoi colleghi e colleghe, soprattutto chi amministra musei e gallerie delle città del Donbass e dell’Ucraina Orientale. Non può darci troppe informazioni: l’ubicazione delle collezioni messe in salvo dai bombardamenti è tenuta nascosta per proteggerle, impedendo che diventino bersaglio della Russia. «Come Arsenal, abbiamo preparato le nostre collezioni per metterle al sicuro – racconta, – ma ora non posso dirvi di più sulla loro locazione per la loro sicurezza; è un’informazione – aggiunge – che il Ministero della Cultura ci ha chiesto di tenere riservata, solo loro possono fornire queste informazioni». Quello che può raccontarci è ciò che purtroppo è già accaduto: «la situazione delle nostre opere d’arte cambia a seconda che il fondo sia più o meno vicino al confine con la Russia. A Kherson ad esempio le truppe russe sono arrivate la mattina presto, e i musei non hanno potuto fare nulla e non possono farlo nemmeno adesso, perché Kherson è una città occupata. Ho parlato ieri con una mia collega che è riuscita a scappare in tempo da lì a fine estate, e mi ha detto che proprio ora i russi stanno trasferendo le opere d’arte nei loro musei; ovviamente, in modo del tutto illegale». A Chernihiv, poco lontano da Kiev e tra le città martiri ucraine che hanno fermato l’avanzata russa opponendo strenua resistenza per mesi, da febbraio a marzo sono piovute bombe in continuazione. Anche lì c’era un museo, il cui staff è riuscito a salvare la collezione. «Ma quanto può durare questa situazione? – si chiede Anastasia. – È lo stesso copione anche qui a Kiev, e in altre città: anche se sono protette, le opere sono comunque a rischio».

    Dostoevskji (ironia della sorte, un russo) scrisse che “il mondo sarà salvato dalla Bellezza”, ma oggi la domanda è: chi vuole cancellare la Bellezza dal mondo? Facciamo un passo indietro rispetto alla guerra. Come in un giallo, si deve ripercorrere la scena del delitto per trovare il colpevole; il percorso di questa investigazione deve perciò tornare nelle gallerie. Il 5 novembre scorso alcuni attivisti per l’ambiente gettano della zuppa sul Seminatore di Van Gogh. È un atto ormai diventato consueto, quasi svuotato della sua originaria carica polemica: troppo cibo lanciato contro i quadri perché il gesto possa ancora essere preso sul serio. Eppure ci sono già stati almeno 6 episodi di questo tipo, di cui il primo – la salsa contro i Girasoli sempre di Van Gogh – fece scandalo. Non è la prima volta però che l’arte in Occidente finisce vittima di un “attentato”. Anzi, a dirla tutta sono più le volte in cui viene distrutta per errore, per eccesso di zelo o per goffaggine, che non quelle in cui è “aggredita”. Lo sanno bene gli street artist, come Jace e Dan23 cui a Le Havre, nel 2015, era stato commissionato da una scuola un grande affresco, cancellato poi dai servizi di pulizia della città. Non che l’arte nei musei sia più al sicuro. Capitò anche a Marcel Duchamp: una sua porta scrostata esposta alla Biennale di Venezia del 1978 fu tinteggiata da un imbianchino eccessivamente zelante. Incidenti che colpiscono l’arte, ma che in fondo fanno sorridere. Non come la censura dell’arte, o il restauro, che talvolta fanno peggio della distruzione stessa. Ne sa qualcosa il Giudizio Universale di Michelangelo: Papa Pio IV ordinò che venissero aggiunte le mutande per coprire le grazie dei santi, che erano troppo nudi per i suoi gusti. Non se la passò meglio l’Ecce Homo di Elías García Martínez, restaurato da Cecilia Giménez. Il restauro fu un tale scempio da diventare più popolare dell’originale, come una sorta di meme ante litteram. Per questo è cambiata anche la mentalità dei restauratori: la linea scientifica predominante raccomanda di non aggiungere elementi, che siano pittorici o arti mancanti ad esempio nel caso delle sculture, per non snaturare le apparenze estetiche dell’opera originale. C’è anche chi ha interpretato la violenza sull’arte come una forma di performance artistica a sé stante: come Damien Hirst, che ha deciso di bruciare le sue opere dopo averle convertite in Nft. Un gesto artistico per interrogarsi sui prossimi orizzonti delle arti figurative.

    Gli ambientalisti si collocano sulla linea tra questi atti e gesti più violenti e vandalici. I loro attacchi non mirano alla distruzione dell’opera, ma più a ottenere la migliore resa mediatica con la minore spesa (anche in danni al dipinto) possibile: sono state scelte opere protette da vetro, e, quando non sono stati certi della presenza di questo, l’attacco ha riguardato solo la cornice. Non sempre gli atti di vandalismo sono così chirurgici e oculati. Il 21 maggio 1972 un uomo, László Tóth, aggredì la Pietà di Michelangelo con un martelletto da geologo all’urlo di: «Cristo è risorto! Io sono Cristo!». La Madonna ne uscì con il naso rotto, senza un occhio e l’avambraccio sinistro. Non solo: il restauro fu reso ancora più difficile da alcuni pezzi di marmo mancanti e recuperati solo mesi dopo: dei turisti americani avevano ben pensato di portarseli a casa come souvenir. Un altro attentato all’arte avvenne nel 2012 quando un uomo entrò nella National Gallery of Ireland, a Dublino, e sfondò con un pugno il dipinto Le Bassin d’Argenteuil avec un voilier di Monet del valore di 10 milioni di dollari. Ci volle più di un anno e mezzo per riportare il dipinto al suo stato originale, ma sarebbe potuta andare peggio: il vandalo aveva portato con sé alla mostra anche una latta di sverniciante.

    Anche l’invasamento religioso può motivare la distruzione di un’opera d’arte. Migliaia le opere distrutte perché contrarie alla morale religiosa corrente. Ultimi in ordine di tempo i tesori del museo di Mosul, l’arte siriana flagellata dai saccheggi di Isis e quando non venduta sul mercato nero dell’arte, fatta a pezzi. Ma si potrebbero anche citare i Buddah di Bamiyan, fatti saltare in aria dai talebani perché rappresentavano il passaggio di un’altra cultura tra le montagne afghane. O ancora prima il Rogo delle Vanità dei seguaci di Savonarola, dove furono dati alle fiamme anche dipinti di Botticelli.

    Ma il peggior nemico dell’arte sembra non essere il gesto di un folle, o un atto di protesta, e nemmeno la goffaggine di un visitatore o un restauratore. E le tracce di questo antagonista ci riportano sotto il cielo di Kiev. Cherednychenko parla lentamente, racconta di un delitto contro l’arte che ha un nome e una bandiera: «nessuno sa dove siano finite – dice delle opere di Kherson, – la mia collega avrebbe voluto sapere almeno dove si trovano, ma la situazione è pericolosa. E i russi di certo non chiedono cosa qualcuno voglia fare o sapere». A Mariupol la situazione è ancora più tragica. «Mariupol non esiste più. Il museo Kuindzhi è stato completamente distrutto, ma so che il personale era riuscito a mettere al sicuro e nascondere alcune opere. Purtroppo ad oggi abbiamo ragione di credere che i russi sappiano dove sono». Con la sua voce ferma Anastasia smaschera il peggior nemico dell’arte: la guerra e, in senso meno metaforico, l’Uomo stesso. Non è la prima volta che accade: la distruzione delle opere d’arte è arma d’eccellenza di ogni guerra, perché annientare il nemico vuol dire annientare anche l’identità. E quale metodo migliore se non azzerarne la tradizione artistica? Un metodo usato in passato, da quello più lontano a quello più recente: dai romani che rasero al suolo Cartagine alle opere inca e azteche distrutte dai conquistadores, alla Sfinge cannoneggiata da Bonaparte. Fino agli orrori del secolo scorso, tra cui spiccano quelli perpetrati dai nazisti: quasi 600mila opere d’arte sottratte a privati (soprattutto oppositori ed ebrei), musei, chiese e gallerie dalle truppe del Reich durante la Seconda Guerra Mondiale; circa 100mila mancano ancora all’appello. Una lista di tesori perduti che si somma a quella delle opere danneggiate da bombardamenti e razzie. Ma non sempre l’arte viene distrutta dal nemico, non subito almeno: diventa ostaggio, motivo di caricatura vigliacca e crudele. Come accadde ad autori illustri come Otto Dix, Piet Mondrian, Gustave Klimt, e addirittura Vincent Van Gogh; vittime, per volere di Joseph Goebbels, della mostra itinerante sull’Arte Degenerata del 1937. Un fatto storico che, racconta Cherednychenko, si sta ripetendo in Ucraina da anni. «È dal 2014 che le opere d’arte ucraine e dei musei ucraini vengono trasferite e non sappiamo dove – specifica, – sappiamo che diversi dipinti di Ajvazovskij sono stati spostati».

    «Hanno distrutto le opere che sono care agli ucraini, preservando quelle che hanno un valore per loro. Cercano di cancellare la nostra cultura», afferma con un sospiro, e prosegue: «vicino a questi musei non c’era niente: nessun obiettivo civile, nemmeno militare. Perché colpirli, se non per questo motivo?». Di alcune opere si è riusciti a scoprire l’ubicazione, nel peggiore dei modi. «Non è una cosa che riguarda solo i politici russi – puntualizza. – Anche i musei russi partecipano a questo, e hanno creato una propaganda anti ucraina. Prima hanno razziato Mariupol, poi nel Museo della Vittoria di Mosca hanno creato due mostre, “Il razzismo ucraino” e “Il nazismo ucraino”; vogliono far passare il messaggio che ucraini e occidentali sono tutti nazisti». C’è poi la questione delle opere rubate e rivendute: un copione già avvenuto in Siria e in Iraq, e che ora si ripete in Ucraina orientale: «quando hanno rubato le opere di Mariupol – ride amaramente Anastasia – si sono addirittura filmati». Qualcosa, in questo senso, si sta muovendo per l’Ucraina. «È stata elaborata una Lista rossa di opere ucraine che non possono essere comprate o vendute – promette. – È un progetto in collaborazione con ICOM Ucraina, il Ministero della Cultura, Interpol e tanti altri. Servirà a sensibilizzare i collezionisti e le gallerie del mondo e a metterli in guardia dal comprare arte rubata in zone di guerra ucraine e venduta illegalmente».

    Quando ci salutiamo, la sua camera è ancora al buio. I media diranno qualche ora dopo che Kiev si prepara all’evacuazione. Difficile dire cosa sarà delle creature di pittura, tela e bellezza per le quali Anastasia è rimasta, in un Paese in guerra, con l’obiettivo di proteggerle. Ci auguriamo di rivederci presto, magari di persona e nel suo museo. Sorride. Una luce che si trasmette al di là della webcam, che parla di quanto sacrificio ma anche di quanta importanza abbia tentare di salvare la Bellezza. Scacciando così via le tenebre di una stanza scura.

    Di: Caterina Maggi

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