Da decenni Ankara ha cambiato prospettiva e puntato all’Africa anziché all’Occidente imponendosi (non solo) sulla regione
La politica estera turca, da anni, segue una linea ben precisa che la avvicina, sempre di più, all’Africa. Gli investimenti economici turchi si sposano con una narrazione che punta all’affinità religiosa e al richiamo del fatto di essere uno Stato che non ha avuto impronte colonizzatrici in Africa e Ankara riesce così a proporsi come alternativa nuova e valida.
Sul finire degli anni ‘90 inizia a prendere piede, in Turchia, un progressivo cambiamento di paradigma intorno alla politica estera che, fino ad allora, guardava quasi unicamente verso Occidente. Nel 2003 la Turchia ha posto il primo importante mattone per la costruzione di un partenariato strategico in Africa, con lo Strategy for enhancing the economic and commercial relations with Africa e, qualche anno più tardi, quello di ottenere lo status di osservatore presso l’Unione Africana e il conseguente ruolo di partner strategico dell’UA dal 2008 è un secondo importantissimo mattone. Negli ultimi decenni Ankara ha operato anche perché in quasi tutti gli Stati (l’80% nel 2023) del continente africano fosse presente l’ambasciata turca in modo da proporsi come alternativa valida, conosciuta sul territorio, alle altre potenze che cercano di imporsi in Africa. Da una parte la Turchia è in contrapposizione al Vecchio Continente, che viene accusato di non aver mai veramente abbandonato la politica colonialista e porsi all’Africa con atteggiamento predatorio, dall’altro si pone come alternativa all’approccio aid-for-trade cinese (che non è visto particolarmente vantaggioso per gli Stati africani dato che porta a una crescita del debito).

È soprattutto nel Corno d’Africa che la Turchia ha lavorato più alacremente per assicurarsi una via di accesso all’Africa subsahariana e imporsi come attore principale a livello diplomatico date le continue crisi sociopolitiche della zona, riuscendo a inserirsi anche nel tessuto sociale (tramite investimenti sia aiuti umanitari).
Quando molti Stati hanno ritirato i propri diplomatici (a causa del terrorismo) dalla Somalia, la Turchia ha colto l’occasione di proporsi come partner stabile e in grado di proporre soluzioni a lungo termine. Nella lotta al terrorismo jihadista la Turchia ha realizzato, nel Sahel, infrastrutture e offerto aiuti umanitari e sempre in Sahel Ankara ha mostrato la sua capacità di concludere accordi di cooperazione di diversa natura.
Un altro elemento che la Turchia ha messo sul tavolo è stato, come anticipato, il fattore religioso. Il leader turco Erdogan ha infatti enfatizzato in ogni occasione utile l’Islam come fattore collante per i rapporti diplomatici, commerciali, economici e culturali tra Turchia e i diversi Stati africani.
La parola all’esperto
Delle mire turche in Africa abbiamo parlato con il professore di Relazioni Internazionali e Studi Strategici presso l’Università di Trieste, Federico Donelli autore, con Brendon J. Cannonb, del recente articolo Beyond National Boundaries: Unpacking Türkiye’s Role in the Sahel and Beyond Through Geopolitical Imagination sulla rivista Geopolitics.
Partiamo con la domanda più ovvia: perché la Turchia guarda all’Africa?
«Innanzitutto va specificato che la Turchia non guarda all’Africa da oggi, ma da decenni. La motivazione per cui ha iniziato a orientarsi verso l’Africa è fondamentalmente il rallentamento e le difficoltà di accesso all’Unione europea. La primissima agenda turca verso l’Africa – preciso che parliamo dell’Africa subsahariana, perché la Turchia con il Nord Africa e il Maghreb ha sempre avuto buoni rapporti – è infatti del 1998, quando ci sono le prime difficoltà di accesso all’Unione e Ankara inizia a pensare di rivedere il suo orientamento, che era incentrato unicamente verso Occidente. Si tratta di una strategia politica che verrà promossa da Erdogan quando vincerà le elezioni, come Primo Ministro e poi come Presidente; Erdogan infatti cercherà di riorientare la politica estera in quell’ottica che i teorici definiscono della multidirezionalità. La Turchia dunque smette di guardare unicamente all’Occidente, ma inizia a guardare diverse regioni, che sono l’Asia centrale, il Medio Oriente, l’estrema Asia e ovviamente l’Africa subsahariana. Oltre alla motivazione politica, poi, c’è una motivazione economica. La Turchia, in maniera molto simile al tessuto industriale italiano, ha una rete molto significativa di piccole e medie imprese, molte delle quali lavorano nel manifatturiero che, proprio a cavallo con il nuovo millennio e soprattutto con quello che sarà la crisi del 2008, hanno necessità di trovare nuovi mercati per l’export. Si tratta di un fattore importante che spinge a cercare nuove vie commerciali, parallelamente emerge anche la questione delle risorse naturali, cioè, di nuovo in maniera non dissimile all’Italia, la Turchia non avendo risorse come idrocarburi e terre rare, vede nell’Africa un luogo in cui andare a cercare concessioni in settori chiave come questi. Infine, c’è invece una componente legata a una questione di status, di ruolo, che si lega in misura anche maggiore alle ambizioni di Erdogan per far sì che la Turchia tornasse a essere una media potenza e soprattutto per aver modo di sedersi al tavolo delle potenze internazionali. L’Africa, da inizio millennio, diventa a tutti gli effetti un terreno di confronto e anche di competizione tra attori emergenti e potenze tradizionali e Ankara vuole prendere parte a questo confronto».

Quali sono le diverse fasi di questo interessamento turco per l’Africa?
«La fase di apertura è quella che va dal 2005 al 2011, in cui la Turchia cerca di ampliare il più possibile le reti commerciali e i rapporti diplomatici quindi apre ambasciate, consolati un po’ in tutta l’Africa. Si avviano attività soprattutto di cooperazione, quindi nel settore umanitario, nel settore educativo, dove un ruolo fondamentale nei primi 10 anni lo gioca al movimento di Gülen con cui poi le autorità turche litigheranno perché considerato responsabile del fallito colpo di Stato del 2016. Il primo cambiamento significativo che è quello del 2011, quando scatta un elemento di novità, cioè la Turchia, che fino a quel momento non si interessava alle vicende politiche dei Paesi africani, dal 2011 inizia lentamente, ma progressivamente, a interessarsi anche delle vicende politiche interne degli Stati africani. Il momento chiave è la visita in Somalia di Erdogan, la Somalia diviene di fatto il laboratorio della politica turca verso l’Africa e anche il grande investimento turco in termini politici economici in Africa, perché è proprio con l’impegno in Somalia che la Turchia vuol far vedere a tutti gli altri Stati africani, e alle popolazioni, la sua voglia di interessarsi delle sorti africane. Si tratta della proiezione di un’immagine di un attore capace di staccarsi sia dalla Cina sia dall’India, ma anche dalle potenze europee col passato coloniale. Un nuovo passaggio avviene tra 2016 e 2017 con una fase politica più strategica per via del peggioramento dei rapporti in Medio Oriente; Turchia e Qatar iniziano ad avere rapporti sempre più tesi con Arabia Saudita, Emirati Arabi e Iran. In questo scenario il Corno d’Africa, nei contesti come la Somalia, il Sudan, l’Etiopia, diventa un terreno di confronto per l’influenza tra questi diversi attori e per la Turchia diventa fondamentale aumentare la proiezione strategica, aprendo una dimensione più militare, incentrata sulla sicurezza, non a caso la Turchia inaugura una base militare a Mogadiscio che ovviamente ufficialmente nasce per addestrare l’esercito somalo, ma è, a tutti gli effetti, una pedina importante per Ankara nel contesto del Corno d’Africa. Inoltre, la Turchia aumenta i rapporti di cooperazione in materia di difesa e sicurezza e si avvia verso una fase ulteriore, che si apre dopo il Covid, intorno al 2021, quando la Turchia decide di mettere insieme tutti i puntini: la componente economica, la componente strategica, la componente politica e avviare una campagna, anche significativa, di allargamento dei rapporti in Africa in materia proprio di sicurezza e difesa. E lo fa in due modi: da una parte vendendo armi, inserendosi nel mercato della difesa soprattutto grazie ai risultati ottenuti dai droni – specialmente il modello TB2, il drone che viene usato sia nel Nagorno Karabakh, sia in Ucraina, sia in Libia che ha il vantaggio di essere molto efficiente e costare meno rispetto ai droni israeliani o statunitensi – e sancendo degli accordi di addestramento di unità speciali con vari Stati africani. Così, l’asset difesa diventa il cuore dell’agenda turca, attorno a questo c’è poi la componente retorica portata avanti da Erdogan a proposito delle istanze di riforma della governance globale. Il motto del Presidente turco è che il mondo sia più grande di cinque, ovvero critica il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e più in generale critica la governance globale gestita da pochi che taglia fuori molti e si fa portavoce anche dei Paesi africani nei contesti internazionali. Da questo punto di vista c’è anche una sorta di terzomondismo, in un libro avevo analizzato alcune similitudini tra la retorica di Erdogan e quella di Nasser che non si basa molto sul non allineamento, quanto sul porsi alla testa di movimenti di richiesta di cambiamento. Inoltre, c’è la componente religiosa, cioè l’utilizzo anche della dimensione religiosa che è fondamentale nei contesti dove ci sono delle comunità significative musulmane, perché è un elemento che caratterizza tutta la politica africana della Turchia dall’inizio fino a oggi parallelamente al coinvolgimento della società civile turca, soprattutto di alcune fasce della società civile turca come la classe media conservatrice in ascesa, ricca, che costituisce fondamentalmente l’elettorato forte di Erdogan e che inizia proprio col nuovo millennio, con l’aumento delle ricchezze private, a creare associazioni sia umanitarie sia educative che operano in tutta l’Africa, si tratta di attività con un contorno religioso molto significativo. Faccio sempre questo esempio: una Ong europea si occupa di costruire un pozzo d’acqua in un villaggio africano, sottolineando quanto è fondamentale per bere, per alimentarsi, per coltivare; una Ong turca fa la stessa operazione ma a questi elementi aggiunge quanto l’acqua sia fondamentale per l’Islam, perché prima della preghiera è necessario lavarsi. Insomma, la cosa è la stessa, ma la Turchia riesce a vendersi in maniera migliore. Un altro elemento è, poi, quello della Turkish Airlines che ha tratte ovunque in Africa ed è evidentemente parte di un piano più ampio, che comprende anche le agevolazioni che i cittadini africani hanno per richiedere visti e fare business in Turchia, che costa molto meno ed è molto più rapido rispetto a un visto per l’area Schengen».
In ottica geopolitica questa vicinanza tra Turchia e Africa come si inquadra?
«Ritengo che la Turchia sia un attore imprevedibile, non completamente affidabile, ma necessario per noi NATO. Quello che la Turchia sta facendo in questo momento, anche in Africa, può tornarci utile; la Turchia, proprio in virtù del fatto di essere un attore molto diverso da un qualsiasi altro attore della NATO, soprattutto dei Paesi della vecchia Europa, può muoversi in contesti in cui gli altri non riescono, e questo è un vantaggio. In Sahel, per intenderci, la NATO non ha una vera e propria presenza, a eccezione appunto della Turchia, e questo è un vantaggio strategico in un contesto sempre più complesso e di confronto da una parte con la Russia e dall’altra con la Cina. In alcune regioni dell’Africa in questo momento per le ditte la scelta è tra partner russi, cinesi o turchi e per la prospettiva occidentale quest’ultima è evidentemente la scelta più preferibile. E si tratta di un vantaggio a livello geopolitico perché nonostante tutto la Turchia è un membro della NATO che non ha nessun interesse a uscirne e anzi sa benissimo di poter far leva su questa sua rilevanza particolare. Si può fare un parallelo con l’Ucraina dove la Turchia è al contempo un problema, perché parla con la Russia, e una risorsa perché appunto è l’unica realtà della NATO ad avere un dialogo con la Russia e in una situazione di conflitto serve anche un dialogo che sia, in qualche modo, informale. Dunque in un contesto di instabilità, in un contesto difficile da comprendere, un attore NATO così, un po’ fuori dagli schemi, è utile alla NATO stessa».

Erdogan si sta impegnando per stabilizzare questa influenza turca in Africa, cosa potrebbe succedere invece nel dopo-Erdogan?
«Va intanto detto che la politica africana è criticata da una parte dell’opposizione, ma anche dalla parte più nazionalista dell’elettorato dell’AKP, il partito di Erdogan, che vede come uno sperpero di risorse l’investire in Africa. La Turchia, però, è stata abbastanza lungimirante, soprattutto all’inizio, da creare un rapporto con i Paesi africani e con le comunità africane di lunga durata. Ovvero, non ha legato direttamente o solamente con i governi, ma ha legato soprattutto con la popolazione, creando rapporti interpersonali. Lo ha fatto sia attraverso i legami commerciali, imprenditoriali, ma soprattutto con campagne di borse di studio, cioè la Turchia da 20 anni a questa parte promuove dei programmi di studio (per altro molto simili a quelli che promuoveva l’Italia negli anni ‘60 e ‘70) per i migliori studenti africani che vengono selezionati, con dei concorsi del all’interno dei Consolati e delle Ambasciate turche in Africa, e ottengono la borsa di studio per andare a studiare università turche. Una volta finito il percorso i laureati hanno due opzioni: rimanere in Turchia e buttarsi nel mondo del lavoro turco o magari andare all’estero oppure tornare nel Paese d’origine, nel secondo caso la Turchia non chiede nulla, mentre se il laureato sceglie di restare in Turchia o andare in un altro Stato è obbligato a restituire alla Turchia parte dei soldi spesi per la sua formazione. In questo modo è stato incentivato il ritorno ai Paesi d’origine e, forti del titolo universitario, a ottenere posizioni lavorative e dirigenziali di buon livello, così si è creata una rete di rapporti molto fitti e non legati unicamente al vertice, questo secondo me è un elemento che rimarrà. Si tratta, dunque, di un’agenda politica in grado di camminare sulle proprie gambe indipendentemente da Erdogan».
Foto di copertina: Diego Radames/Europa Press/ABACAPRESS.COM

