Per la prima volta l’Agenzia europea per i medicinali ha raccomandato una compressa contro il tumore del pancreas metastatico. Non è una cura e non va raccontata come un miracolo. Ma per una malattia che lascia pochissimo tempo, sei mesi in più sono una notizia che merita di essere spiegata bene.
Il 15 ottobre l’Agenzia europea per i medicinali ha dato il primo via libera a una compressa contro il tumore del pancreas metastatico, una delle forme di cancro con meno terapie a disposizione. Nello studio che ha portato al parere favorevole, chi ha preso il farmaco ha vissuto in media circa sei mesi in più rispetto a chi ha ricevuto la chemioterapia.
Non si tratta di una cura, ed è giusto dirlo subito. Ma per capire perché sei mesi siano considerati un risultato importante bisogna partire da quanto poco tempo, di solito, questa malattia lasci a chi riceve la diagnosi e alla sua famiglia.
Che cosa ha deciso l’Europa
Il comitato per i medicinali umani dell’EMA, l’Agenzia europea per i medicinali, ha raccomandato l’autorizzazione del daraxonrasib, un farmaco in compresse prodotto dall’azienda statunitense Revolution Medicines con il nome commerciale Rasonque.
Non è pensato per tutti i pazienti, ma per gli adulti con un tumore del pancreas metastatico, cioè già diffuso ad altri organi, che hanno già ricevuto almeno una terapia. Si rivolge, in altre parole, proprio alle persone che oggi hanno meno possibilità di cura.
Un tumore che si scopre quando è tardi
In Italia il tumore del pancreas colpisce ogni anno circa 13.600 persone, uomini e donne quasi in egual misura, e nel 2024 le nuove diagnosi sono state 13.585.
Il problema è che nelle prime fasi quasi non dà segnali, tanto che, secondo i dati riportati dalla Fondazione AIOM, solo in un paziente su cinque la malattia viene individuata quando è ancora localizzata e si può operare. A cinque anni dalla diagnosi è vivo l’11% degli uomini e il 12% delle donne, una delle percentuali più basse tra tutti i tumori, e dietro quei numeri ci sono persone che conosciamo o che, prima o poi, conosceremo.
Sei mesi in più
Il daraxonrasib blocca le proteine RAS, che quando sono alterate da una mutazione spingono le cellule tumorali a moltiplicarsi senza freno. Nel tumore del pancreas queste mutazioni sono molto frequenti e per decenni sono state considerate un bersaglio quasi impossibile da colpire, il che rende questa notizia ancora più significativa.
Lo studio che ha convinto l’EMA ha coinvolto 500 adulti con un tumore metastatico già trattato, il 92% dei quali con una mutazione di RAS. Chi ha preso la compressa ha vissuto in media 12,4 mesi, contro i 6,7 mesi di chi ha ricevuto la chemioterapia, e anche il tempo prima che la malattia tornasse a peggiorare è raddoppiato, passando da 3,6 a 7,2 mesi.
Detto in parole semplici, sono circa sei mesi di vita in più. Può sembrare poco, ma per chi ha davanti una prognosi di pochi mesi sei mesi possono essere un’estate, un compleanno, la nascita di un nipote, il tempo per sistemare le cose o semplicemente per viverle.

Una compressa invece della flebo
C’è poi un aspetto che nei comunicati occupa poche righe ma che nella vita di tutti i giorni pesa moltissimo. Come ogni terapia oncologica, anche questa ha i suoi effetti indesiderati, soprattutto diarrea, eruzioni cutanee, infiammazioni della bocca, nausea e vomito, ma nello studio gli effetti gravi sono stati meno frequenti che con la chemioterapia, il 43,6% dei pazienti contro il 57,5%, e solo l’1,2% ha dovuto interrompere la cura per la tossicità, contro l’11,2% di chi faceva la chemio.
E soprattutto si prende per bocca, a casa. Chi ha accompagnato un familiare in day hospital sa che cosa significhi tra mattine passate in sala d’attesa, permessi chiesti al lavoro e la stanchezza del ritorno, perché la malattia non riguarda mai soltanto chi ne è colpito. Non a caso quattro donne su dieci con un tumore al seno temono di perdere il lavoro. Una cura più leggera da gestire significa anche una famiglia un po’ meno schiacciata, soprattutto nelle case dove il lavoro basta a malapena per vivere.
E in Italia, quando?
Il parere dell’EMA, però, non è ancora un’autorizzazione. Ora la decisione passa alla Commissione europea, che di solito segue l’indicazione dell’Agenzia, e solo dopo ogni Paese dovrà fissare prezzo e rimborsabilità, un compito che da noi spetta all’AIFA.
L’EMA ha esaminato il dossier in meno di 150 giorni, contro i 210 di una valutazione ordinaria, proprio perché lo considerava prioritario, mentre negli Stati Uniti la FDA lo aveva già approvato il 26 agosto. Ora resta da vedere se anche i passaggi italiani terranno lo stesso passo, perché per questi pazienti ogni mese di attesa è un mese che conta.
Chi oggi è in cura può intanto parlarne con il proprio oncologo, che è in grado di valutare se rientra tra le persone a cui il farmaco è destinato e se esistono strade per accedervi prima.
La speranza non sostituisce la prevenzione
Il daraxonrasib non cambia il fatto che il tumore del pancreas resti difficile da scoprire e da curare, ma colpisce un bersaglio considerato per decenni irraggiungibile e dimostra che anche qui la ricerca può fare passi avanti concreti.
Nel frattempo vale la pena ricordare che una parte del rischio di ammalarsi dipende da fattori che possiamo cambiare, e che per il pancreas i più noti sono il fumo, il diabete e l’obesità.
Non è una cura e non va raccontata come tale. Ma quando una malattia toglie tempo, anche un farmaco che ne restituisce un po’ è una buona notizia.
Domande frequenti sul nuovo farmaco per il tumore al pancreas
È un farmaco in compresse, con il nome commerciale Rasonque, che blocca le proteine RAS coinvolte nella crescita del tumore. L’EMA ne ha raccomandato l’autorizzazione per gli adulti con adenocarcinoma del pancreas metastatico che hanno già ricevuto almeno un trattamento.
Nello studio su 500 pazienti la sopravvivenza mediana è stata di 12,4 mesi con il daraxonrasib e di 6,7 mesi con la chemioterapia. Anche il tempo prima che la malattia peggiorasse è raddoppiato, da 3,6 a 7,2 mesi.
Non c’è ancora una data. Dopo il parere dell’EMA del 15 ottobre 2026 serve la decisione della Commissione europea, poi in Italia l’AIFA dovrà stabilire prezzo e rimborsabilità. Nel frattempo è bene parlarne con il proprio oncologo.


