Sette giovani su dieci pensano che la politica possa migliorare la vita delle persone, ma più della metà non trova un posto dove partecipare. La nuova indagine dell’Istituto Toniolo racconta una generazione molto meno distante di quanto si dica, e molto più ignorata di quanto si ammetta.
Le immagini di Milano dello scorso fine settimana le abbiamo viste tutti, con le vetrine rotte in via Torino, i petardi tra il Duomo e il Castello e più di duecento ragazzi fermati, in gran parte minorenni e, secondo le prime ricostruzioni, senza alcun legame con partiti o movimenti organizzati. Il giorno prima migliaia di studenti avevano sfilato in molte città italiane per chiedere scuole più sicure e più fondi per l’istruzione, e quasi ovunque lo avevano fatto in modo pacifico. Nel racconto che ne è seguito, però, le due cose si sono confuse in un’unica immagine, quella di una generazione arrabbiata, lontana dalle istituzioni e incapace di farsi capire.
Proprio in quei giorni sono usciti i primi dati di una ricerca che dice quasi il contrario, e che oggi viene presentata all’Università Cattolica di Milano durante Parole a Scuola 2026. Non assolve la violenza, che resta da condannare senza giri di parole, ma sposta la domanda. Non si tratta tanto di capire perché i giovani si siano allontanati dalla politica, quanto di chiedersi se la politica abbia mai davvero lasciato loro lo spazio per avvicinarsi.
Una generazione meno disinteressata di quanto si racconti
L’indagine è stata realizzata da Ipsos Doxa per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo tra il 27 luglio e il 7 settembre, su un campione di 2.002 ragazze e ragazzi tra i 18 e i 34 anni che vivono in Italia. Secondo i primi risultati diffusi dall’Istituto Toniolo, oltre sette giovani su dieci ritengono che la politica possa migliorare la vita delle persone, e il 68,6% pensa che sia possibile impegnarsi in prima persona per cambiare la società. Il 71% indica tra i problemi principali del Paese la scarsa attenzione dei cittadini al bene comune, che è una preoccupazione civile prima ancora che politica.
Sono numeri che smentiscono l’idea, ripetuta ormai con una certa pigrizia, di ragazzi chiusi nei telefoni e indifferenti a tutto ciò che accade fuori. Lo dice in modo esplicito Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell’Osservatorio, quando spiega che “i dati smentiscono l’idea di una generazione distante e disinteressata”. Il disinteresse, se c’è, sembra andare semmai nella direzione opposta.
Il problema sono le porte chiuse
La stessa ricerca mostra infatti che più del 55% dei giovani considera limitati o del tutto inesistenti gli spazi di partecipazione offerti alle nuove generazioni, e che oltre il 62% è convinto di non avere alcuna influenza sulle decisioni del Governo. Il quadro che ne esce è quello di persone che vorrebbero esserci e che, quando provano a entrare, trovano una politica poco aperta alla partecipazione reale, fatta di consultazioni spesso simboliche e di decisioni sul loro futuro prese da chi quel futuro lo vivrà molto meno a lungo.
Mi colpisce che, a fronte di dati come questi, il dibattito pubblico continui a ruotare intorno alla presunta apatia dei ragazzi, come se la distanza fosse una loro scelta e non, almeno in parte, la conseguenza di un sistema che li tiene ai margini. In un Paese che invecchia, e in cui gli elettori sopra i sessant’anni pesano sempre di più, i giovani sono una minoranza anche nei numeri, e una politica che ragiona sul consenso finisce per parlare soprattutto a chi vota di più e da più tempo.

Chi ha meno si sente ancora più fuori
C’è poi un aspetto che rischia di passare in secondo piano e che invece, a mio avviso, è il cuore della questione. Secondo Rosina “il senso di esclusione e frustrazione risulta più alto per chi proviene dalle classi sociali più svantaggiate”, cioè per i ragazzi che avrebbero più bisogno di una politica capace di cambiare le cose e che invece la sentono più lontana. È un divario che si vede già nelle urne, perché alle elezioni europee del 2024, le prime in cui l’affluenza nazionale è scesa sotto la metà degli aventi diritto, secondo l’analisi post voto di Ipsos oltre tre quarti delle persone in difficoltà economica non hanno espresso un voto valido, contro meno di un terzo di chi sta bene.
Per un ragazzo che vive con un contratto a termine, che non sa se potrà permettersi una casa e che magari è pagato troppo poco per vivere pur lavorando, la promessa che la partecipazione serva a qualcosa è difficile da credere, perché la sua esperienza quotidiana gli dice altro. Non sorprende allora che tra i valori indicati come prioritari nella ricerca ci siano soprattutto il lavoro e l’uguaglianza, e che tra i più giovani, quelli tra i 18 e i 22 anni, l’uguaglianza venga addirittura al primo posto.
Molto osservati, poco visti
Prima di questa indagine, l’Osservatorio aveva lavorato con alcuni gruppi di adolescenti, e da quei colloqui era emersa una rabbia diffusa e spesso sottovalutata, legata alla sensazione di non essere ascoltati e di essere continuamente giudicati. Elena Marta, docente di psicologia sociale e di comunità alla Cattolica, l’ha riassunta con una frase che mi sembra descrivere bene anche quello che è successo a Milano, perché gli adolescenti, racconta, “si sentivano molto osservati, ma poco visti”. Li guardiamo quando rompono una vetrina, quando finiscono in un video o in una statistica sulla devianza, ma raramente quando chiedono una scuola più inclusiva o un futuro più equo.
Rosy Russo, fondatrice e presidente di Parole O_Stili, che organizza l’evento insieme alla Cattolica e all’Istituto Toniolo, ha posto la domanda in modo ancora più diretto: “Continuiamo a chiederci perché i giovani siano distanti dalla politica, ma siamo davvero disposti ad ascoltarli?”. E ha aggiunto che ascoltarli non significa condividere ogni loro idea, ma riconoscerli come interlocutori, perché i ragazzi non sono soltanto i cittadini di domani, sono cittadini di oggi, con diritti e responsabilità.
La Costituzione come bussola
C’è infine un dato che contraddice un altro luogo comune, quello di una generazione senza riferimenti. Oltre due giovani su tre considerano la Costituzione ancora adeguata, o bisognosa al massimo di qualche aggiornamento, e tre su quattro vorrebbero che i suoi principi orientassero di più le scelte politiche. Non chiedono quindi di buttare all’aria le regole, ma che vengano prese sul serio, a partire da quell’articolo 3 che parla di uguaglianza e che chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono a ciascuno di partecipare davvero alla vita politica del Paese.
Forse è proprio qui che dovremmo partire, invece di inseguire ogni volta l’allarme del momento. Una generazione che crede ancora nella politica e nella Costituzione, ma che si sente esclusa, non ha bisogno di prediche, ha bisogno di posti veri nei luoghi dove si decide, di consigli comunali e consulte che contino qualcosa, di scuole in cui l’educazione civica non sia un’ora in più ma un’esperienza concreta. Altrimenti rischiamo di consegnare ai ragazzi soltanto una nostalgia del futuro, la sensazione che le cose avrebbero potuto andare diversamente e che nessuno abbia chiesto loro un parere.
Domande frequenti su giovani e politica
Secondo l’indagine Ipsos Doxa per l’Istituto Toniolo, realizzata nel 2026 su 2.002 giovani tra i 18 e i 34 anni, oltre sette su dieci ritengono che la politica possa migliorare la vita delle persone e il 68,6% pensa che sia possibile impegnarsi per cambiare la società. Allo stesso tempo, oltre il 62% è convinto di non avere alcuna influenza sulle decisioni del Governo.
Più che di disinteresse, la ricerca parla di mancanza di spazi. Oltre il 55% dei giovani considera limitati o inesistenti gli spazi di partecipazione offerti alle nuove generazioni, e il senso di esclusione è più forte tra chi proviene dalle classi sociali più svantaggiate.
È un evento gratuito dedicato a insegnanti, educatori e genitori, organizzato da Parole O_Stili, Università Cattolica del Sacro Cuore e Istituto Giuseppe Toniolo. La quarta edizione si tiene il 24 ottobre 2026 alla Cattolica di Milano, con 32 panel e 19 laboratori sul dialogo tra generazioni, ed è l’occasione in cui viene presentata la nuova ricerca sui giovani e la politica.


