Neil Young ha ottant’anni e non ha smesso di arrabbiarsi. Ha fatto di nuovo causa a Donald Trump, chiedendo 10 milioni di dollari al suo comitato elettorale per aver suonato “Rockin’ in the Free World” nei comizi delle elezioni di metà mandato. È la stessa canzone per cui lo aveva già portato in tribunale nel 2020, ed è una canzone che, a sentirla davvero, con Trump non c’entra niente.
Ci sono artisti che si ascoltano e artisti con cui si cresce, e Neil Young per molti di noi appartiene alla seconda specie. Quella voce sottile e un po’ stonata che sembra sempre sul punto di rompersi, le chitarre di Crazy Horse che graffiano come carta vetrata, la capacità di passare da una ballata sussurrata a un muro di distorsione senza mai sembrare un’altra persona. In più di sessant’anni di carriera Young non ha mai fatto quello che ci si aspettava da lui, e anche per questo la notizia di questi giorni non sorprende chi lo ama. Sorprende semmai che a ottant’anni, quando potrebbe limitarsi a guardare il proprio mito dall’alto, abbia ancora voglia di combattere per una canzone.
Lunedì 26 ottobre i suoi avvocati hanno depositato una causa contro il Trump 47 Committee, il comitato di raccolta fondi legato a Donald Trump, chiedendo 10 milioni di dollari di risarcimento per l’uso non autorizzato di “Rockin’ in the Free World” durante i comizi in vista delle elezioni di midterm del 3 novembre. Sei anni fa Young aveva già portato in tribunale la campagna elettorale di Trump per lo stesso motivo, e aveva ottenuto la promessa che non sarebbe più successo.
Cosa contesta la causa di Neil Young
La denuncia, cinque pagine depositate davanti alla corte federale del distretto orientale della Virginia, parte da un comizio a Youngstown, in Ohio, il 12 ottobre. Secondo gli avvocati di Young, il comitato ha fatto suonare la canzone poco prima che Trump salisse sul palco e lo avrebbe fatto anche in molti altri incontri elettorali a sostegno dei candidati repubblicani, senza avere né una licenza né il permesso dell’autore e sapendo benissimo di non averli. Trump non è citato personalmente, ma la causa sostiene che fosse al corrente di tutto, compreso il fatto che Young quel permesso non l’avrebbe mai dato.
Oltre ai 10 milioni, Young chiede che il giudice vieti al comitato di usare in pubblico questa e qualsiasi altra sua canzone, e parla di un danno alla propria reputazione, perché sentire il suo brano prima di un discorso di Trump può far credere che lui lo sostenga. Nella denuncia c’è una frase che chi conosce Neil Young potrebbe aver scritto da solo, quella in cui la canzone viene definita “l’opposto di tutto ciò che Donald J. Trump rappresenta”. Come ha fatto notare Music Business Worldwide, la causa non spiega come si arrivi a quella cifra, molto più alta dei 150.000 dollari che la legge americana prevede come massimo per ogni opera in caso di violazione volontaria. Per ottenerla Young dovrà dimostrare danni reali o guadagni fatti dal comitato grazie al suo brano. Per ora né il comitato né la Casa Bianca hanno commentato.
Una canzone nata in una notte
Per capire perché Young ci tenga tanto bisogna tornare all’inverno del 1989. George Bush era appena diventato presidente dopo gli otto anni di Reagan, Young era in tour negli Stati Uniti con la sua band di allora, i Restless, e un viaggio in Unione Sovietica che il gruppo aspettava era saltato. Fu il chitarrista Frank “Poncho” Sampedro, compagno di tante battaglie con i Crazy Horse, a buttare lì la frase che avrebbe cambiato tutto, “keep on rockin’ in the free world”, Young la prese come un ritornello e, racconta Sampedro, scrisse la canzone in una notte a Portland. La mattina dopo, sul pullman, gli disse soltanto che l’aveva finita.
Il 21 febbraio 1989, al Paramount Theatre di Seattle, la suonarono dal vivo per la prima volta senza averla mai provata, con Sampedro che spiegava gli accordi al bassista mentre suonavano. Quella versione era già quasi identica a quella che sarebbe uscita in autunno nell’album Freedom, che la contiene due volte, acustica in apertura ed elettrica in chiusura, come se Young volesse farci sentire la stessa rabbia prima sussurrata e poi urlata. La storia di quella notte, ricostruita da Rockol a partire dai ricordi di Sampedro, è una di quelle che spiegano meglio di qualsiasi biografia come lavora Young, d’istinto, senza rete e senza correzioni.
Un ritornello frainteso da trent’anni
Il paradosso di “Rockin’ in the Free World” è tutto qui. Il ritornello, ripetuto come un coro da stadio, sembra un inno alla libertà americana, ma le strofe raccontano un’altra America, quella dei senzatetto che dormono per strada, della droga, di una donna che abbandona il suo bambino perché non può mantenerlo. E prendono in giro, con un sarcasmo che non lascia scampo, i “mille punti di luce” e la “nazione più gentile” promessi da Bush mentre lo Stato si ritirava. È una canzone di denuncia travestita da festa, e forse è proprio per questo che chi non ascolta le parole continua a usarla come una marcia trionfale.
Nel tempo è diventata molto più di un singolo arrivato al secondo posto della classifica rock americana. Young la suonò a Saturday Night Live nel settembre 1989 con un’energia tale che, raccontò poi, si era allenato apposta per arrivare in studio con la stessa carica che di solito aveva solo a fine concerto. Nel 1993 la cantò sul palco degli MTV Video Music Awards insieme ai Pearl Jam, i ragazzi di Seattle che lo consideravano un padre. Erano gli anni in cui la stampa aveva cominciato a chiamarlo il godfather of grunge, perché quelle chitarre sporche e quella rabbia senza filtri le aveva suonate vent’anni prima di loro. Da allora i Pearl Jam la suonano spessissimo, quasi fosse loro. Michael Moore la scelse per i titoli di coda di Fahrenheit 9/11, e Rolling Stone l’ha inserita tra le cinquecento canzoni più importanti di sempre. Ancora oggi, più di trentacinque anni dopo, è difficile trovare un concerto di Neil Young che non finisca con quelle chitarre.
Dieci anni di braccio di ferro con Trump
Il rapporto tra Trump e questa canzone comincia nel giugno 2015, quando l’imprenditore annunciò la sua prima candidatura scendendo la scala mobile della Trump Tower proprio sulle note di “Rockin’ in the Free World”. Il management di Young fece sapere subito che non era autorizzato, e Trump rispose su Twitter dandogli dell’ipocrita. Qualche mese dopo, con una generosità che oggi fa quasi tenerezza, Young disse a Rolling Stone di non serbare rancore, perché la campagna sosteneva di aver pagato una licenza e lui ci credeva, e in fondo una canzone, una volta uscita, appartiene a tutti.

Le cose sono cambiate nel 2020, quando la canzone è tornata nei comizi, compreso quello del 4 luglio al monte Rushmore. Young ha tolto i suoi brani dalla licenza che la società di gestione dei diritti ASCAP concede ai comitati politici e ad agosto ha fatto causa alla campagna di Trump davanti al tribunale federale di Manhattan, per “Rockin’ in the Free World” e per “Devil’s Sidewalk”. Nella denuncia scriveva di non voler mancare di rispetto agli elettori americani, ma di non poter accettare che la sua musica diventasse il tema di “una campagna di ignoranza e odio”. A dicembre ha ritirato la causa, e oggi i suoi avvocati spiegano che la campagna non si era nemmeno difesa e si era impegnata a non usare più la canzone senza il suo permesso.
La differenza, adesso, sta nel nome di chi l’ha suonata. Il Trump 47 Committee è un soggetto diverso dalla campagna del 2020, un comitato creato insieme al Partito repubblicano per raccogliere fondi, e il tribunale dovrà decidere se quella promessa valga anche per lui. Intanto Young non è solo. Hanno protestato contro Trump anche gli ABBA e i White Stripes, e a febbraio Trump ha chiuso con un accordo la causa degli eredi di Isaac Hayes, che lo accusavano di aver fatto suonare “Hold On, I’m Coming” 133 volte nei suoi eventi.
Una canzone è di chi la scrive
Sarebbe sbagliato leggere questa storia come una semplice antipatia. La stessa canzone Young l’ha lasciata usare a Bernie Sanders nel 2016 e alla convention democratica del 2024, dopo il discorso di Tim Walz, perché il punto non è chi la suona ma che cosa le si fa dire. Una volta uscito, un brano appartiene anche a chi lo ascolta, ai ricordi che ci attacchiamo sopra e alle persone con cui lo cantiamo, ed è quello che rende il rock un linguaggio condiviso tra generazioni. Un comizio però non è un concerto, e lì una canzone smette di essere di tutti e diventa il messaggio di qualcuno.
Neil Young è nato in Canada ed è diventato cittadino americano proprio nel 2020, e non ha mai fatto finta di essere neutrale, né sulla politica né sulla musica. Nel 2022 aveva ritirato i suoi dischi da Spotify per protestare contro la disinformazione sui vaccini, rinunciando a una fetta enorme di ascolti, e ci è tornato solo due anni dopo. A ottant’anni continua a scegliere le sue battaglie con la stessa testardaggine di quando ne aveva venti, che poi è anche un modo di invecchiare come si vuole e non come ci si aspetta.
Chi lo ama come me sa che Neil Young non è mai riuscito a restare in disparte. Nel 1970, dopo che la Guardia nazionale aveva ucciso quattro studenti alla Kent State University, scrisse “Ohio” e la incise con Crosby, Stills e Nash nel giro di pochi giorni. Nel 2006, in piena guerra in Iraq, dedicò un intero album, Living with War, a George W. Bush e alle sue scelte. Oggi, a ottant’anni, va in tribunale per difendere una canzone di trentasette anni fa, ed è sempre lo stesso uomo, con la stessa chitarra e la stessa convinzione ostinata che la musica debba dire qualcosa e non servire a qualcuno. Il tribunale della Virginia dirà chi ha ragione sui diritti, ma sul significato di quella canzone Neil Young ha già vinto da un pezzo.
Domande frequenti sulla causa di Neil Young contro Trump
Il 26 ottobre 2026 Neil Young ha citato in giudizio il Trump 47 Committee, il comitato di raccolta fondi legato a Donald Trump, per aver fatto suonare senza licenza la sua canzone “Rockin’ in the Free World” durante i comizi per le elezioni di midterm, in particolare a Youngstown, in Ohio, il 12 ottobre. Chiede 10 milioni di dollari e il divieto di usare in futuro i suoi brani.
Sì. Nell’agosto 2020 aveva fatto causa alla campagna elettorale di Trump davanti al tribunale federale di Manhattan per l’uso di “Rockin’ in the Free World” e “Devil’s Sidewalk”. Il caso si è chiuso a dicembre 2020 e, secondo la nuova denuncia, la campagna si era impegnata a non usare più la canzone senza il suo permesso.
Neil Young la scrisse in una notte nel febbraio 1989, partendo da una frase del chitarrista Frank Sampedro, e la pubblicò nell’album Freedom. Le strofe raccontano povertà, senzatetto e droga e prendono in giro la retorica del presidente George Bush. Il ritornello viene spesso scambiato per un inno patriottico, ma nelle intenzioni di Young è amaro e ironico.


