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    Il turismo che fa l’Italia

    Alessia TurchiDi Alessia TurchiGiugno 20, 2025
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    Il presidente di Federalberghi traccia le sfide e le opportunità per un turismo competitivo, sostenibile e davvero all’altezza del potenziale italiano

    di Alessia Turchi

    Nel cuore di un’Italia che torna protagonista nel panorama turistico globale, Bernabò Bocca guida Federalberghi da oltre vent’anni. Imprenditore alberghiero, osservatore lucido e voce autorevole del settore, Bocca conosce a fondo le sfide – e le opportunità – che attendono l’ospitalità italiana. Dall’urgenza di una pianificazione economica coerente al tema delicato degli affitti brevi, fino alla prossima rivoluzione dell’intelligenza artificiale, racconta la sua visione per un turismo più competitivo, sostenibile ed orgogliosamente “made in Italy”.

    Presidente Bocca, il turismo vale circa il 13% del PIL italiano tra diretto e indiretto. A suo avviso, cosa manca perché questo settore riceva una pianificazione economica coerente con il suo peso reale nell’economia del Paese?
    «Negli ultimi anni – e quest’anno in particolare – il turismo si è confermato il settore trainante dell’economia italiana. Le nostre analisi, condotte con le Camere di Commercio, mostrano che solo il 30% della spesa di un turista va all’albergo, mentre il 70% si riversa sull’indotto. Questo significa che ogni turista porta benefici enormi, non solo alle strutture ricettive, ma a tutto il sistema economico nazionale. Il turismo, inoltre, non può delocalizzare né meccanizzarsi: non possiamo sostituire il personale con macchine e questo lo rende strategico anche per l’occupazione futura. L’Italia continua ad attrarre turisti da tutto il mondo e, con piacere, vediamo che anche molti italiani stanno riscoprendo le bellezze del proprio Paese. Allo stesso tempo, però, la concorrenza internazionale cresce, Paesi come l’Arabia Saudita stanno investendo massicciamente nel turismo, anche in infrastrutture ed accessibilità. Per questo è fondamentale continuare ad investire nella riqualificazione delle oltre 30.000 strutture alberghiere italiane. Ogni euro speso nel turismo ha un ritorno significativo per tutta l’economia nazionale».

    L’Italia continua ad essere una delle mete più ambite al mondo, ma sconta carenze infrastrutturali e burocratiche. Quanto incidono questi limiti sulla competitività del nostro sistema turistico e sulla possibilità di attrarre investimenti nel settore dell’ospitalità?
    «L’Italia è indubbiamente un Paese straordinariamente bello, e da questo punto di vista partiamo con un vantaggio competitivo naturale rispetto ad altri. Tuttavia, la bellezza da sola non basta perché se, per raggiungere una destinazione turistica, un viaggiatore impiega ore interminabili a causa della carenza di collegamenti adeguati, oppure – una volta sceso dall’alta velocità – si ritrova costretto ad affrontare tratte regionali inefficienti che raddoppiano i tempi di percorrenza, è evidente che questo diventa un ostacolo concreto alla competitività del nostro sistema. Oggi le persone non fanno più vacanze da tre settimane, ma tanti soggiorni brevi. Ed in questo scenario la qualità delle infrastrutture, soprattutto legate ai trasporti, è determinante».

    Qual è secondo lei la prossima grande trasformazione che attende il settore alberghiero italiano?
    «Ovviamente, come c’è stata la grande rivoluzione con l’avvento di Internet che ha cambiato il mondo, io credo che nei prossimi anni l’intelligenza artificiale sarà la grande sfida per il turismo – e non solo. L’intelligenza artificiale avrà applicazioni in grado di influenzare il turista finale nella scelta del luogo in cui trascorrere la vacanza. E su questo tema dobbiamo farci trovare pronti. L’AI è come una macchina di Formula 1, l’importante è saperla guidare. Perché non vorrei che la nostra Formula 1 fosse guidata da altri soggetti che magari hanno interesse ad indirizzare i flussi turistici non in Italia, ma altrove.

    Spesso si parla di moda, cibo e design, ma anche l’hotellerie rappresenta una vetrina del Made in Italy. In che modo gli hotel italiani possono essere ambasciatori della nostra identità culturale ed estetica nel mondo?
    «All’estero l’Italia continua a suscitare una profonda ammirazione, basta dire di essere italiani per percepire negli altri uno sguardo di stima, quasi di fascinazione. Dovremmo esserne più consapevoli e smettere di agire in modo frammentato. È tempo di muoverci insieme, come un’unica grande narrazione del Made in Italy perché solo così potremo davvero valorizzare tutto il nostro straordinario potenziale. Sono convinto che, quanto più sapremo fare sistema con gli altri settori, tanto più ne trarrà beneficio l’intero Paese. Moda, design, enogastronomia non sono mondi separati dal turismo, al contrario costituiscono insieme ad esso un’unica esperienza immersiva, quella che il visitatore vive quando sceglie di venire in Italia. Chi arriva nel nostro Paese non si limita a soggiornare in un albergo, ma entra in contatto con il nostro stile di vita, con la nostra cultura, con la nostra bellezza diffusa».

    Negli ultimi anni è esploso il fenomeno degli affitti brevi, spesso senza regole. Qual è la sua posizione su questo tema sempre più controverso?
    «Il settore oggi va bene, ma il proliferare incontrollato degli affitti brevi sta diventando un problema serio. È una giungla, un Far West che va regolamentato. Secondo i dati ufficiali del Ministero, in Italia ci sono 640.000 strutture registrate: solo 30.000 sono alberghi, le restanti 610.000 appartamenti — senza contare quelli non dichiarati. Continuare ad ampliare un’offerta non regolamentata rischia di saturare il mercato ed abbassare la qualità. Non è solo concorrenza sleale verso gli alberghi: oggi anche molti sindaci denunciano che non si trovano più case in affitto per le famiglie, soprattutto nelle grandi città. Per me, è semplice: se affitti una stanza nella casa in cui vivi, va bene. Ma se un appartamento viene messo a reddito tutto l’anno, deve seguire le stesse regole di un hotel, a partire dal cambio di destinazione d’uso e dal pagamento di IMU e TARI. Con norme più serie – come in molti altri Paesi – il fenomeno si ridimensionerebbe ed il mercato tornerebbe più equilibrato».

    È presidente di Federalberghi dal 2000, una posizione che comporta grande responsabilità. Quali sono stati i momenti più complessi che ha affrontato in questi anni, e quale la sua più grande soddisfazione?
    «Il momento più complesso, ovviamente, è stato durante il Covid. Oggi parliamo di turismo e va tutto bene, ma ricordiamoci che per due anni abbiamo avuto le aziende chiuse. Non che hanno fatturato di meno – chiuse! Quello è stato sicuramente il momento più difficile. La cosa di cui vado più fiero è come gli imprenditori sono riusciti a superare quel periodo, rialzandosi più forti di prima e facendo tornare l’Italia leader nel turismo. Ricordiamoci che nel 2024, per la prima volta, l’Italia ha superato la Francia per numero di arrivi turistici. Oggi siamo secondi solo alla Spagna. L’obiettivo è diventare leader in Europa, puntando non solo sulla quantità ma anche sulla qualità del turismo».

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    Alessia Turchi
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    Si occupa di comunicazione e strategia, con un percorso professionale dedicato allo sviluppo di progetti editoriali e alla valorizzazione di persone, imprese e idee. Oggi è Vice Direttrice de Il Mondo – Rivista, dove scrive di cultura, società, innovazione e dei cambiamenti che attraversano il nostro tempo. In precedenza ha collaborato con l’Associazione Luca Coscioni e partecipato a iniziative e trasmissioni dedicate ai temi del lavoro, dell’inclusione e dei diritti.

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