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    Elena Cattaneo, scienza e democrazia

    Alessia TurchiDi Alessia TurchiGennaio 30, 2025
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    La scienziata e senatrice a vita su pari opportunità, libertà di scelta, libertà di ricerca e rapporto tra scienza e politica

    Farmacologa, docente all’Università Statale di Milano e biologa di fama internazionale, Elena Cattaneo è una delle voci più autorevoli della scienza italiana. Accademica dei Lincei, dirige il laboratorio di biologia delle cellule staminali e ha pubblicato oltre 200 articoli scientifici, concentrandosi sulla malattia di Huntington, una malattia neurodegenerativa per la quale studia strategie per rallentarne o impedirne l’insorgenza.

    Dal 2013 Senatrice a vita, terza donna nella storia italiana a ricevere questo incarico, Elena Cattaneo è da sempre impegnata a promuovere il metodo scientifico come fondamento del progresso e della democrazia, unendo l’attività di ricerca sulle cellule staminali ad un forte impegno civile contro le limitazioni alla libertà di ricerca in Italia. Nel suo ultimo libro, Scienziate: Storie di vita e di ricerca, racconta le storie di 10 donne della scienza contemporanea, offrendo modelli di ispirazione per le nuove generazioni e denunciando gli ostacoli che ancora frenano il pieno riconoscimento del talento femminile.

    La senatrice a vita Elena Cattaneo. Per gentile concessione

    Senatrice Cattaneo, leggendo il titolo del suo ultimo libro, Scienziate, il lettore potrebbe immaginare di trovarvi le biografie di personalità scientifiche note a tutti, penso al Premio Nobel Rita Levi Montalcini o alla prof.ssa Margherita Hack. Invece, un aspetto che colpisce leggendo il suo volume è che, nel parlare di donne e scienza non troviamo nessuno di questi nomi noti. È un segnale che gli esempi di donne che si realizzano nella scienza stanno aumentando? Possiamo parlare di una rivoluzione?
    «Montalcini e Hack sono personalità immense, dal punto di vista umano e scientifico, che appartengono alla storia migliore del nostro Paese oltre che a quella della scienza, e ormai credo si possa dire che non abbiano bisogno di presentazioni o di narrazioni. Nel libro ho voluto dare spazio a 10 scienziate di oggi, studiose che con passione e impegno hanno raggiunto obiettivi enormi destreggiandosi tra le difficoltà della nostra epoca. Il mio auspicio è che le nuove generazioni possano riconoscersi e immedesimarsi in queste donne, ritrovare nelle loro storie gli stessi dubbi e le incertezze ma anche il coraggio necessario a compiere un passo, a fare una scelta che si ritiene importante, senza paura di sbagliare o di sentirsi inadeguate».

    Cosa manca perché la rivoluzione delle pari opportunità si realizzi?
    «Manca la consapevolezza, in uomini e donne, del fatto che tutti noi siamo cresciuti e viviamo immersi in stereotipi di genere. In Scienziate racconto come io stessa per anni sia stata sinceramente convinta che la mia scelta di fare ricerca in un ambito in cui la presenza maschile era preponderante non avesse comportato alcuna discriminazione nei miei confronti. Questo succede perché le forme in cui il gender gap si manifesta sono poco evidenti, spesso inconsapevoli e particolarmente insidiose. La letteratura scientifica mi ha aperto gli occhi. Leggendo gli studi di diverse colleghe che dedicano le loro ricerche a una maggiore comprensione delle disparità di genere, mi sono resa conto che la questione, oltre ad essere molto pervasiva, è straordinariamente complessa».

    Mi spieghi meglio…
    «Gli effetti degli stereotipi si riflettono tanto nelle scelte formative delle ragazze, quanto nelle ambizioni di tante donne che spesso cadono vittime della sindrome dell’impostore, credendo di non meritare successi o promozioni o di essere inadeguate in ruoli di responsabilità. La strada è ancora molto lunga ma la scienza può essere di grande aiuto: partendo dai dati possiamo provare a ipotizzare soluzioni e modalità di cambiamento. Ma serve la determinazione di tutti».

    Nel libro c’è anche una parte molto intima e quasi inedita, mi riferisco al racconto della sua famiglia e del suo percorso di formazione. Quale messaggio vorrebbe rimanesse impresso nei suoi lettori dalla lettura della sua biografia?
    «La mia famiglia, scegliendo di sacrificare tanto altro, mi ha permesso di studiare e di fare esperienze precluse a tanti altri ragazzi della mia età. I miei genitori, mio padre operaio Fiat e mia madre casalinga, mi hanno insegnato il valore del lavoro e l’importanza di investire energie per raggiungere gli obiettivi che mi sarei posta, di fatto lasciandomi libera di esplorare per trovare la mia strada. È stata questa libertà che, passo dopo passo, mi ha permesso di avvicinarmi e appassionarmi alla ricerca scientifica».

    Professoressa, venendo ora alla sua attività scientifica, a proposito di sfide, nel 2024 ha vinto un Synergy grant, uno dei bandi europei più competitivi. Ci può raccontare in cosa consiste questo progetto?
    «Innanzitutto, ci tengo a sottolineare che anche in questo caso si tratta di una storia di “scienza al femminile”. Insieme a me, ad elaborare e portare avanti il progetto, ci sono infatti altre tre colleghe, dall’Università di Torino, da quella di Lund, in Svezia, e dall’Università Tecnica della Danimarca. Il progetto durerà 6 anni per un importo complessivo di 10 milioni di euro e ha l’obiettivo di rivoluzionare il campo delle terapie a base di cellule staminali embrionali per le malattie neurodegenerative, sviluppando prodotti cellulari in grado di rispondere alle diverse esigenze terapeutiche dei pazienti».

    Lei ha più volte denunciato i limiti posti in Italia alla libertà di ricerca scientifica, fra questi anche il divieto di isolare cellule staminali dagli embrioni. Crede che gli avanzamenti scientifici possano contribuire al superamento di questi divieti?
    «Le evidenze scientifiche, purtroppo, non sono sempre le basi da cui la politica italiana prende spunto per elaborare le decisioni che riguardano tutti i cittadini. Se così fosse non ci ritroveremmo ad essere l’unico Paese dell’Unione europea ad aver aggiunto limitazioni alla sperimentazione animale, non avremmo reso di fatto impossibile la sperimentazione in campo di organismi geneticamente modificati o, per fare un esempio più recente, non avremmo vietato produzione e commercializzazione della carne coltivata, cioè di un prodotto che in Europa non esiste, non viene prodotto né commercializzato. In particolare, sul fronte della ricerca sulle cellule staminali, noi ricercatori italiani ci siamo dovuti piegare all’ipocrisia di non poterle isolare – pena il carcere – dalle blastocisti sovrannumerarie destinate al “congelamento distruttivo” ma di poterle studiare se sono i colleghi stranieri a fornircele. Una situazione che non rende giustizia al Paese perché mortifica il talento, la competenza, l’impegno e la passione di chi vorrebbe vedere l’Italia alla guida, e non alla rincorsa, del treno dell’innovazione».

    Nella doppia veste di scienziata e senatrice a vita, che rapporto crede vi sia tra scienza e democrazia?
    «Credo che l’una non possa fare a meno dell’altra, nel senso che dove c’è scienza c’è libertà, responsabilità e quindi democrazia. E viceversa. La scienza e il metodo scientifico hanno lo straordinario potere di “spersonalizzare” un’affermazione o una tesi, aiutando ad oggettivare la materia di cui si sta discutendo, così da ridurre i conflitti. Poi, forti di questa conoscenza, entra in campo la dialettica democratica che, attraverso il Parlamento, ha la responsabilità di individuare quale, tra le politiche possibili, sia quella da mettere in campo nell’interesse di tutti i cittadini». 

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    Alessia Turchi

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