Dal primo gennaio 2027 in Grecia i ragazzi sotto i 15 anni non potranno più avere un profilo social, e toccherà alle piattaforme controllarlo. È una scelta coraggiosa, ma chiudere la porta ai più piccoli non cambia ciò che li aspetta dall’altra parte, cioè piattaforme costruite per trattenere chiunque il più a lungo possibile.
Nella notte tra il 22 e il 23 ottobre il Parlamento di Atene ha approvato la legge che rende i social vietati ai minori di 15 anni, e lo ha fatto con i soli voti di Nuova Democrazia, il partito del premier Kyriakos Mitsotakis, mentre il Pasok si è fermato a un “presente” e il resto dell’opposizione ha votato contro. Il ministro per la Governance digitale Dimitris Papastergiou ha difeso il testo in aula con una frase che merita di essere ricordata, perché dice molto del modo in cui l’Europa ha affrontato finora la questione: “Sarebbe stato molto facile non fare assolutamente nulla oggi e aspettare la legge europea perfetta”. Poi ha aggiunto che “dobbiamo ai nostri figli la loro infanzia”, ed è difficile dargli torto.
Eppure, a leggere bene questa legge, la domanda che resta aperta non è se sia giusto proteggere i bambini, su cui siamo tutti d’accordo, ma se basti fissare un’età per farlo davvero.
Cosa prevede la legge greca sui social vietati ai minori
Il principio è semplice e, per certi versi, rivoluzionario. Dal 1° gennaio 2027 non saranno più i genitori a dover sorvegliare l’età dei figli, ma le piattaforme a doverla verificare, e il consenso di mamma e papà non basterà ad aggirare il limite. Per farlo le aziende potranno usare il Kids Wallet, l’app pubblica che il governo greco ha sviluppato per il controllo parentale, oppure il Gov.gr Wallet, ma anche altri sistemi, purché siano affidabili, proporzionati e rispettosi della privacy. Secondo il ministero, alla piattaforma non arriva né il nome né la data di nascita del ragazzo, ma soltanto la conferma che ha superato la soglia. C’è anche un dettaglio curioso, che racconta bene la volontà di rendere la regola semplice da applicare, perché tutti i nati nello stesso anno vengono considerati come se compissero gli anni il primo gennaio, e quindi i ragazzi nati nel 2012 potranno iscriversi da subito, anche se il loro quindicesimo compleanno arriverà soltanto in estate.
Sulle sanzioni Atene si appoggia al Digital Services Act europeo, che consente multe fino al 6% del fatturato mondiale annuo, e il ministro di Stato Akis Skertsos, che ha firmato il disegno di legge, ha precisato che si tratta di “un tetto legale, non di una sanzione probabile”. La Grecia arriva così prima di quasi tutti in Europa e segue la strada dell’Australia, che dal 10 dicembre 2025 vieta i social ai minori di 16 anni e che, secondo l’autorità eSafety, ha visto chiudere più di 4,7 milioni di account nel primo mese. Ci aveva provato anche la Francia, dove però il Consiglio costituzionale il 14 agosto ha bocciato il divieto per gli under 15, giudicandolo una limitazione non proporzionata della libertà di espressione.
Quello che il processo a Meta ha già dimostrato
Mentre l’Europa discute di età, negli Stati Uniti la questione è stata affrontata da un’altra parte, e il risultato dovrebbe farci riflettere. Il processo di Oakland contro Meta, in cui decine di Stati americani accusavano l’azienda di aver progettato Instagram e Facebook per favorire un uso eccessivo da parte dei più giovani, non è mai arrivato a sentenza. A fine agosto, dopo appena una settimana di udienze, Meta ha scelto di chiudere la partita con un accordo da circa 17 miliardi di dollari da versare in dieci anni, approvato dalla giudice Yvonne Gonzalez Rogers, senza ammettere alcuna responsabilità.
Più della cifra, che per un’azienda con oltre 200 miliardi di ricavi l’anno resta sostenibile, contano le modifiche che Meta si è impegnata a introdurre. Per gli utenti minorenni ci saranno un limite predefinito di due ore al giorno e un blocco notturno dalla mezzanotte alle sei, che solo un genitore potrà togliere, niente notifiche di notte e durante l’orario scolastico, niente conteggio dei like sotto i loro post, niente filtri che imitano gli effetti della chirurgia estetica e la possibilità di scegliere un feed che non sia guidato dall’algoritmo. A controllare che tutto questo venga fatto sul serio sarà un revisore indipendente.
In altre parole, dopo anni in cui ci è stato detto che lo scroll infinito, le notifiche e i like fossero semplicemente il modo in cui funzionano i social, abbiamo scoperto che quelle funzioni si possono spegnere, limitare e cambiare, quando qualcuno lo impone. È questo, a mio avviso, il punto che il divieto greco rischia di lasciare in ombra.

Il giorno del quindicesimo compleanno
Un divieto per età protegge i ragazzi fino a una certa data e poi li consegna, da un giorno all’altro, alle stesse piattaforme di prima, con gli stessi meccanismi pensati per tenere incollato chiunque allo schermo. Il quattordicenne greco del 2027 non potrà aprire un profilo, ma il giorno in cui potrà farlo troverà esattamente ciò che avrebbe trovato un anno prima, senza aver imparato nulla nel frattempo su come difendersene. Resto convinta che un divieto netto, da solo, rischi anche di produrre esclusione, perché per un adolescente il telefono è pure il luogo in cui si organizza la vita con gli amici, e che la tecnologia vada insegnata più che soltanto allontanata, così come oggi, in molte città, c’è chi prova a spegnere il telefono per ritrovarsi e scopre di non saperlo più fare.
Non a caso, la proposta che la Commissione europea ha presentato il 17 settembre, l’EU KIDS Act, prova a tenere insieme le due cose. Prevede il divieto di account social sotto i 13 anni, dei “mini account” con il consenso dei genitori, poche funzioni e al massimo un’ora al giorno tra i 13 e i 15, e un profilo autonomo solo da quell’età, ma soprattutto vieta lo scroll infinito, le notifiche notturne e gli algoritmi che trascinano i ragazzi da un contenuto all’altro. E ribalta l’onere della prova, perché saranno le grandi piattaforme a dover dimostrare che i loro servizi sono sicuri fin dalla progettazione. È, curiosamente, molto vicina a ciò che chiedeva il Pasok ad Atene, cioè account sorvegliati per i ragazzi di 13 e 14 anni invece di un muro unico per tutti.
E l’Italia aspetta
Da noi, intanto, il disegno di legge bipartisan per la tutela dei minori nella dimensione digitale, presentato nel 2024 al Senato da Lavinia Mennuni e alla Camera da Marianna Madia, che prevede proprio il divieto sotto i 15 anni e la verifica dell’età all’apertura dell’account, è fermo in commissione da mesi, mentre il governo lavora a una bozza propria di cui non si conoscono ancora né i tempi né la forma. Abbiamo vietato gli smartphone in classe, e già questo non era scontato, ma su ciò che accade quando i ragazzi escono da scuola continuiamo ad aspettare.
La Grecia ha avuto il merito di non restare a guardare e di dire una cosa che fino a poco tempo fa sembrava impensabile, cioè che la responsabilità di sapere chi c’è dall’altra parte dello schermo spetta a chi lo schermo lo gestisce e ci guadagna. Ma il prossimo passo, per Atene come per Roma e per Bruxelles, non può limitarsi a decidere quando i ragazzi possono entrare. Deve riguardare ciò che trovano una volta dentro, perché un social progettato per non lasciarti andare resta pericoloso a 14 anni come a 16, e a volte anche a 40.
Domande frequenti sui social vietati ai minori
La legge approvata dal Parlamento greco il 23 ottobre 2026 entra in vigore il 1° gennaio 2027. Da quella data le piattaforme dovranno verificare l’età degli utenti e impedire l’iscrizione ai ragazzi sotto i 15 anni, anche con il consenso dei genitori. I nati nello stesso anno sono considerati come se compissero gli anni il primo gennaio.
Il Kids Wallet è un’app pubblica del governo greco che comunica alla piattaforma soltanto se l’utente ha superato o meno la soglia dei 15 anni, senza trasmettere nome o data di nascita. Le aziende possono usarlo, ma possono scegliere anche altri sistemi, purché affidabili, proporzionati e rispettosi della privacy.
No. In Italia i ragazzi possono dare da soli il consenso al trattamento dei dati dai 14 anni, ma non esiste un divieto di accesso ai social. Il disegno di legge bipartisan che prevede il limite dei 15 anni e la verifica dell’età è fermo in commissione al Senato, mentre il governo sta preparando un proprio testo.


