Il neo presidente Trump torna con un suo storico obiettivo. Ma né i locali né l’Europa sembrano essere d’accordo
Durante la campagna elettorale, ma anche dopo il suo insediamento, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ribadito più volte di voler comprare la Groenlandia (come nel 2019). Le sue dichiarazioni non sono state prese come una boutade propagandistica, tanto che il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha recentemente proposto una maggiore presenza NATO nel Paese e il partito di governo locale, il Siumut, ha annunciato da poco la proposta di un referendum in proposito. Ma perché questo Stato estremo, noto ai più solo grazie a Risiko!, è al centro del dibattito internazionale? E, in primis, di che territorio si parla?

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La Terra Verde (e non solo)
Innanzitutto, l’interesse per questa terra ha diverse ragioni strategiche ed economiche. La Groenlandia ha un’importanza strategica per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti: si trova tra l’Atlantico e l’Artico, e la base militare di Thule, già sotto controllo statunitense, è un asset chiave per la difesa missilistica e la sorveglianza radar; è ricca di risorse minerarie, tra cui terre rare, uranio e petrolio e, con lo scioglimento dei ghiacci dovuto al cambiamento climatico, queste risorse diventano sempre più accessibili; inoltre, lo scioglimento dei ghiacci apre nuove rotte di navigazione nell’Artico, che potrebbero ridurre i tempi di trasporto tra Europa, Nord America e Asia, rendendo la Groenlandia un punto strategico per il commercio globale. Infine, la Groenlandia è un’area di interesse crescente per la Cina e la Russia, che stanno investendo nella regione. Acquisire l’isola avrebbe permesso agli USA di limitare l’influenza di queste potenze nell’Artico. L’idea di acquistare la Groenlandia non è nuova (gli Stati Uniti tentarono già nel 1946), ma la Danimarca e il governo locale groenlandese rifiutarono categoricamente l’offerta di Trump durante il suo primo mandato, affermando che l’isola non era in vendita.
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La storia
La Groenlandia, la più grande isola del mondo (oltre due milioni di chilometri quadrati, un terzo dell’Europa, con appena 57mila abitanti), ha una storia ricca e complessa che abbraccia migliaia di anni. Gli Inuit, discendenti delle culture preistoriche Saqqaq, Dorset e Thule, sono i principali abitanti dell’isola e hanno sviluppato una cultura resiliente adattandosi a uno degli ambienti più estremi del pianeta.

Le prime tracce di insediamento umano in Groenlandia risalgono a circa 4.500 anni fa con la cultura Saqqaq, seguita dalla cultura Dorset. Intorno all’anno 1200 d.C., la cultura Thule, antenata diretta degli attuali Inuit, si diffuse in tutta l’isola, portando innovazioni come le slitte trainate da cani e la caccia alle balene. Il nome “Groenlandia” deriva dal norreno “Grœnland”, che significa “terra verde”. Secondo le saghe nordiche, Erik il Rosso scelse questo nome per attirare coloni sull’isola, nonostante gran parte del territorio sia coperto da ghiaccio perenne. Storicamente, nel 982 d.C., il navigatore norvegese scoprì il territorio e fondò i primi insediamenti europei sulla costa sud-occidentale. I coloni norreni vissero lì per alcuni secoli, ma scomparvero misteriosamente nel XV secolo, probabilmente a causa dei cambiamenti climatici e dell’isolamento dal resto dell’Europa.
Nel 1721, il missionario protestante Hans Egede riaprì i contatti tra la Groenlandia e l’Europa settentrionale, stabilendo missioni cristiane e rafforzando il dominio danese. La Danimarca dichiarò ufficialmente la Groenlandia sua colonia nel 1814, consolidando il controllo sull’isola. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Groenlandia fu temporaneamente sotto l’influenza degli Stati Uniti, mentre la Danimarca era occupata dalla Germania nazista. Dopo la guerra, l’isola fu integrata come parte ufficiale del Regno di Danimarca nel 1953, ottenendo lo status di provincia.
L’indipendentismo
Su una collina sopra la cattedrale di Nuuk, la capitale, si erge una statua di sette piedi del missionario protestante Egede, e negli anni ’70, la statua fu improvvisamente ricoperta di vernice rossa, un chiaro segnale di dissenso. Era evidente che non tutti, tra la maggioranza Inuit, erano felici dei cambiamenti introdotti da Egede oltre due secoli prima. L’alcolismo diffuso tra la popolazione locale, come nei nativi americani, rappresentava una delle conseguenze più devastanti della presenza danese in Groenlandia, accanto a progressi innegabili come la modernizzazione del sistema sanitario e dell’istruzione. Tuttavia, nonostante il simbolismo della statua vandalizzata, il sogno dell’indipendenza della Groenlandia dalla Danimarca era solo agli albori. Nel 1979, la Groenlandia ottenne l’autogoverno e con esso una maggiore autonomia. Nello stesso periodo, presso la scuola di formazione per insegnanti, il movimento studentesco radicale chiedeva che l’insegnamento fosse impartito nella lingua madre groenlandese.

Decenni dopo, la Groenlandia torna al centro dell’attenzione internazionale. Nel 2019, Trump avanzò l’idea di acquistare la Groenlandia, suscitando scalpore. Interrogato su un possibile utilizzo della forza economica o militare per acquisire l’isola, rispose: «No, non posso escluderlo. Ma posso dire questo: ne abbiamo bisogno per la sicurezza economica». La reazione danese fu immediata: il primo ministro Mette Frederiksen dichiarò che «la Groenlandia non è in vendita», sottolineando che il futuro dell’isola sarebbe stato deciso dai groenlandesi.
Ora il tycoon è ripartito all’attacco ma un sondaggio recente indica che solo il 6% dei groenlandesi vorrebbe che il proprio paese diventasse parte degli Stati Uniti, con il 9% indeciso e l’85% contrario. Tuttavia, il dibattito sull’indipendenza resta acceso e si intreccia con le complesse dinamiche economiche e sociali dell’isola.
La percezione dei danesi come “imperialisti benevoli” è stata erosa nel tempo da una serie di rivelazioni sugli abusi perpetrati nei confronti dei groenlandesi. Tra il 1966 e il 1970, una campagna di sterilizzazione forzata colpì quasi la metà delle donne in età fertile, spesso senza il loro consenso. Inoltre, negli anni ’60 e ’70, centinaia di bambini groenlandesi furono allontanati dalle loro famiglie e affidati a genitori adottivi danesi, talvolta senza il consenso delle madri biologiche. Il primo ministro groenlandese Múte Egede definì queste azioni «un vero e proprio genocidio», riaccendendo il dibattito sui rapporti tra Groenlandia e Danimarca. Nel luglio 2024, un piccolo gruppo di groenlandesi ha chiesto un risarcimento allo Stato danese, il che potrebbe aprire la strada a numerose richieste simili.
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Sondaggi recenti mostrano che circa due terzi della popolazione groenlandese sostiene l’indipendenza, ma le sfide economiche restano enormi. Attualmente, la Groenlandia dipende dal cosiddetto “block grant” danese, un sussidio annuale di circa 480 milioni di sterline. Senza questa somma, l’isola dovrebbe trovare nuove fonti di reddito, ad esempio attraverso lo sfruttamento delle risorse minerarie.
Secondo Javier Arnaut, economista presso l’Università della Groenlandia, l’autosufficienza economica è il principale ostacolo all’indipendenza. «Se il gap finanziario potesse essere colmato aumentando le entrate fiscali tramite progetti minerari o turistici, un percorso più chiaro verso l’indipendenza potrebbe emergere», ha affermato sui suoi social.

Anche il sistema di welfare è una preoccupazione chiave. Molti groenlandesi vogliono l’indipendenza, ma non a scapito della sicurezza sociale garantita dalla Danimarca. L’Islanda, che si separò dalla Danimarca nel 1944, rappresenta un esempio di come sia possibile mantenere legami sanitari ed educativi con l’ex madrepatria anche dopo l’indipendenza.
Mentre gli Stati Uniti corteggiano la Groenlandia, altri paesi sembrano offrire alternative più appetibili. Sondaggi indicano che i groenlandesi preferirebbero rafforzare i legami con Canada, Islanda e Norvegia piuttosto che con gli USA o la Danimarca. Jenseeraq Poulsen, direttore di Oceans North Kalaallit Nunaat, sottolinea che la Groenlandia è ormai matura per decidere il proprio destino. «Non dovremmo chiedere il permesso a nessuno. La nostra sicurezza in noi stessi ci impone di prendere decisioni da adulti, come una nazione sovrana», ha dichiarato alla BBC.
Ulrik Pram Gad, esperto di politica artica, suggerisce che una “libera associazione” con la Danimarca o gli Stati Uniti potrebbe essere una via percorribile, modellata su accordi simili nel Pacifico. Tuttavia, il punto centrale resta l’autonomia decisionale: «La Groenlandia vuole meno vincoli e più sovranità», conclude.
Il dibattito sull’indipendenza della Groenlandia rimane aperto, influenzato da considerazioni economiche, storiche e geopolitiche. Mentre i groenlandesi riflettono sul loro futuro, la domanda principale rimane: quale percorso porterà al massimo beneficio per la popolazione dell’isola? Con una combinazione di pragmatismo e visione a lungo termine, la Groenlandia dovrà scegliere tra indipendenza, alleanze strategiche e nuove opportunità di sviluppo.
Tra il bianco e il rosso

La bandiera della Groenlandia, chiamata “Erfalasorput” (“La nostra bandiera” in groenlandese), è stata adottata ufficialmente il 21 giugno 1985. Disegnata dall’artista groenlandese Thue Christiansen, è composta da due bande orizzontali di uguale larghezza: la parte superiore è bianca, mentre quella inferiore è rossa. Al centro è presente un disco diviso in due metà, con la parte superiore rossa e quella inferiore bianca. I colori riflettono quelli della bandiera danese, mentre il disco simboleggia il sole che tramonta all’orizzonte e il paesaggio ghiacciato della Groenlandia. La bandiera rappresenta l’identità unica del popolo groenlandese e la sua connessione con la natura e la cultura Inuit. E non c’è neanche una stella, né un po’ di blu. Con buona pace di Trump.
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di: Giulia GUIDI
foto: ANSA/SHUTTERSTOCK
