Il 30 settembre il Tennessee ha tentato di giustiziare Christa Pike con due dosi di pentobarbital senza riuscirci, e il caso riapre la questione del limite che la Costituzione americana pone al potere dello Stato sul corpo del condannato

Il Campidoglio del Tennessee a Nashville, sede dell’ufficio del governatore. Foto: Kaldari / Wikimedia Commons – Pubblico dominio
Mercoledì 30 settembre il Tennessee avrebbe dovuto eseguire la condanna a morte di Christa Pike, cinquant’anni, unica donna nel braccio della morte dello Stato. Le è stata praticata l’iniezione letale, poi una seconda dose di pentobarbital, ma la detenuta ha perso conoscenza senza morire e ha continuato a respirare. Trasferita in un ospedale di Nashville, secondo i suoi avvocati è rimasta per giorni incosciente e collegata a un ventilatore, come riportato dall’Associated Press. Martedì 6 ottobre gli stessi legali hanno però comunicato che è cosciente e parla, pur continuando a ricevere cure critiche, e hanno definito la ripresa senza precedenti dal punto di vista medico, con una prognosi ancora incerta. L’esecuzione non è riuscita, e una vicenda iniziata più di trent’anni fa pone ora una domanda che supera il singolo caso giudiziario. Quando uno Stato ha già tentato di togliere la vita a una persona e ha fallito, può semplicemente riprovarci?
La questione riguarda la pena di morte, ma anche il limite del potere dello Stato sul corpo di un individuo e il significato concreto del divieto, contenuto nell’Ottavo Emendamento della Costituzione americana, di infliggere pene “crudeli e inusuali”.
L’esecuzione di Christa Pike che non è riuscita
Nel gennaio 1995, quando aveva 18 anni, Christa Pike partecipò insieme ad altri due giovani all’uccisione della diciannovenne Colleen Slemmer, sua compagna al Job Corps di Knoxville, e nel 1996 fu condannata a morte. La gravità del delitto non è in discussione, Pike ha riconosciuto le proprie responsabilità e la madre della vittima ha dichiarato, dopo il fallimento dell’esecuzione, di non aver avuto giustizia per la figlia.
Negli anni i legali della donna hanno chiesto che la pena fosse commutata in ergastolo, richiamando la sua età all’epoca dei fatti, una storia documentata di abusi e le diagnosi di disturbo bipolare e di disturbo da stress post-traumatico. Il governatore Bill Lee ha negato la clemenza il 28 settembre. Il giorno dell’esecuzione una corte d’appello federale ha sospeso la procedura poco prima dell’inizio, ma nella stessa giornata la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rimosso lo stop con un voto di sei a tre e la procedura è cominciata in serata.
Il Tennessee Department of Correction ha dichiarato di aver seguito ogni passaggio previsto dal protocollo e di non poter procedere oltre, perché le regole dello Stato non contemplano altre procedure. Secondo gli avvocati di Pike le cose sono andate diversamente. Gli accessi venosi non sarebbero stati posizionati correttamente e il farmaco sarebbe finito, in tutto o in parte, nei tessuti delle braccia, che al ricovero risultavano gonfie, ustionate e coperte di vesciche. Lo Stato non ha ancora fornito spiegazioni.
Il governatore, che ha definito l’accaduto profondamente inquietante e ha ricordato come l’esecuzione di una sentenza legittima resti una delle responsabilità più importanti dello Stato, ha sospeso tutte le esecuzioni fino alla fine del 2026 e disposto una revisione indipendente. Sabato 3 ottobre il commissario dell’amministrazione penitenziaria, Frank Strada, ha annunciato le proprie dimissioni.
I legali di Pike hanno chiesto al governatore di commutare la condanna in ergastolo senza possibilità di libertà condizionale, giudicando insufficiente la sola revisione indipendente.
La pena è morire o subire il tentativo di morire?
Una condanna a morte autorizza lo Stato a togliere la vita al condannato. Il punto giuridico, però, non è soltanto se la pena capitale sia consentita negli Stati che la prevedono, ma se sottoporre di nuovo una persona a una procedura di esecuzione, dopo che la prima ha prodotto sofferenza senza provocarne la morte, possa oltrepassare il limite fissato dall’Ottavo Emendamento. Non è una questione completamente nuova.
Willie Francis e la sedia elettrica che non funzionò
Il 3 maggio 1946, in Louisiana, Willie Francis, condannato a morte l’anno prima a sedici anni, fu legato alla sedia elettrica. L’interruttore venne azionato, ma un problema tecnico impedì che morisse e il ragazzo, che di anni ne aveva ormai diciassette, fu riportato in cella. Lo Stato decise di riprovarci e il caso arrivò alla Corte Suprema con il nome di Louisiana ex rel. Francis v. Resweber. La difesa sostenne che un secondo tentativo avrebbe violato sia il divieto di essere puniti due volte per lo stesso reato sia la protezione contro le pene crudeli e inusuali.
Il 13 gennaio 1947 la Corte, con una decisione molto divisa, cinque voti contro quattro, respinse la tesi, ritenendo che il guasto della prima esecuzione non rendesse automaticamente incostituzionale un secondo tentativo. Francis fu riportato sulla sedia elettrica e giustiziato il 9 maggio 1947, a diciotto anni. I quattro giudici dissenzienti consideravano invece una pena crudele e inusuale sottoporlo di nuovo alla scarica. A ottant’anni di distanza la domanda posta dal caso Pike è quasi identica.
L’iniezione letale doveva essere la soluzione
La storia dei metodi di esecuzione negli Stati Uniti è anche la storia del tentativo di rendere la pena capitale meno visibilmente violenta. L’iniezione letale si è affermata come alternativa a sistemi come la sedia elettrica, e il gesto medico, il lettino, i farmaci hanno contribuito a costruire l’idea di una morte più controllata. Il Tennessee utilizza oggi un protocollo basato sul solo pentobarbital, adottato alla fine del 2024, che prevede una seconda somministrazione se la prima non basta ma non indica che cosa fare quando fallisce anche questa. Secondo il Death Penalty Information Center, nell’era moderna nessun detenuto era mai sopravvissuto alla somministrazione dei farmaci letali.
I problemi, del resto, non cominciano con Pike. Nel 2022 il governatore Lee aveva sospeso tutte le esecuzioni dopo lo stop a quella di Oscar Smith, e una revisione indipendente aveva accertato che lo Stato non rispettava il proprio protocollo. Le esecuzioni sono riprese nel 2025 e a maggio di quest’anno quella di Tony Carruthers è stata annullata perché il personale non riusciva a stabilire un accesso endovenoso nemmeno dopo oltre un’ora di tentativi. Quando il metodo pensato per essere prevedibile non produce la morte, il problema diventa anche politico e giuridico, perché una procedura di Stato non si valuta soltanto sull’intenzione con cui viene applicata ma su ciò che accade realmente alla persona che la subisce.
Le donne nel braccio della morte sono pochissime
Il caso ha un’altra particolarità. Pike è l’unica donna nel braccio della morte del Tennessee e, se l’esecuzione fosse riuscita, sarebbe stata la prima donna giustiziata nello Stato in oltre due secoli. Secondo il Death Penalty Information Center, al 1° gennaio 2026 negli Stati Uniti le donne con una condanna a morte erano 47, il 2,3% del totale, e dal ripristino della pena capitale nel 1976 ne sono state giustiziate 18. Numeri molto piccoli, che rendono il caso eccezionale ma non isolato rispetto alla questione che solleva.
Il diritto comincia dai casi più difficili
È facile discutere di diritti fondamentali quando riguardano persone nelle quali ci riconosciamo, molto più difficile farlo davanti a chi è stato condannato per un crimine terribile, ed è proprio lì che una garanzia giuridica mostra la propria natura. Riconoscere un diritto a una persona condannata non significa cancellare il reato, negare il dolore della vittima o chiedere alla sua famiglia di rinunciare alla giustizia, ma chiedersi quali limiti debba rispettare lo Stato quando esercita il potere più estremo che possiede.
Il Tennessee aveva stabilito che la pena fosse la morte e il 30 settembre ha cercato di eseguirla senza riuscirci. Resta una domanda a cui nessun protocollo farmacologico può rispondere da solo, cioè se una condanna a morte comprenda anche il diritto dello Stato di tentare più volte di provocarla, e forse è proprio nella distanza tra ciò che una legge consente e ciò che una società considera ancora accettabile che si misura il significato dei diritti civili.
Domande frequenti sull’esecuzione fallita di Christa Pike
Il 30 settembre il Tennessee ha somministrato a Christa Pike due dosi di pentobarbital senza riuscire a ucciderla. Dopo giorni in ospedale, incosciente e collegata a un ventilatore, secondo i suoi avvocati il 6 ottobre è cosciente e parla, ma resta in cura.
Nel 1947 la Corte Suprema, nel caso di Willie Francis, ha ammesso un secondo tentativo con cinque voti a quattro. Il caso Pike riapre la questione alla luce dell’Ottavo Emendamento, che vieta le pene crudeli e inusuali.
Il governatore Bill Lee ha sospeso tutte le esecuzioni fino alla fine del 2026 e disposto una revisione indipendente. Il 3 ottobre il commissario delle carceri, Frank Strada, ha annunciato le dimissioni.
