(Adnkronos) – Giorgia Meloni non intende mollare la presa sull’energia. Specialmente nel braccio di ferro (figurato) con l’Unione europea. Nonostante il quasi scontato via libera di oggi del Parlamento allo scostamento di bilancio – la richiesta è di oltre 14 miliardi per continuare a far fronte ai rincari dei costi e altri 14 miliardi da investire in difesa -, dall’assemblea di Assolombarda la premier continua a tenere il punto anche sulla richiesta di maggiore flessibilità che, dice, “riproporrò io personalmente al Consiglio europeo” di giovedì e venerdì, perché “si tratta di una proposta semplice, di buonsenso, oltre che di responsabilità”.
Parallelamente, come fanno sapere fonti di Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio si muove con il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il primo ministro belga Bart De Wever. Con una lettera spedita, questa volta, al presidente del Consiglio europeo António Costa, i tre leader chiedono un collegamento tra semplificazione, caro energia e competitività industriale. La lettera, spiegano dal governo, invita infatti ad approfondire tre strade: una corsia preferenziale per accelerare gli investimenti in settori prioritari, a partire da energia e digitalizzazione; un freno contro nuovi oneri burocratici; e una riduzione generalizzata degli obblighi di ‘reporting’ Ue, soprattutto per le Pmi.
D’altronde, i prezzi energetici sempre più elevati mettono in crisi anche la “competitività delle nostre imprese”, dice Meloni davanti alla platea degli industriali lombardi. Dopo aver elencato tutte le misure messe a terra “per proteggere gli italiani dal caro energia”, con uno stanziamento di oltre 60 miliardi di euro, la premier vuole andare oltre la gestione dell’emergenza. “Se noi non costruiamo risposte strutturali di lungo periodo, rischiamo di essere sempre più in balia dell’emergenza”, scandisce dal palco, enumerando ancora gli interventi fatti in questi anni di governo, con particolare attenzione soprattutto alla ripresa dopo 40 anni del “cammino del nucleare”, che conta sia operativo entro il prossimo decennio. “Se ci si continuerà a lavorare”, aggiunge come postilla.
Peccato, però, che le misure italiane non bastino, ed è la stessa Meloni a esserne consapevole. “Noi possiamo introdurre in Italia tutte le misure che vogliamo, ma rischiamo di non raggiungere comunque lo scopo se parallelamente non c’è su questo fronte un deciso cambio di passo anche in Europa”, mette agli atti la premier in una delle tante stoccate rivolte all’Europa. Sugli Ets, un “meccanismo che gonfia artificialmente i prezzi, che crea squilibri tra gli Stati membri, che danneggia le nostre imprese”, per Meloni l’approccio deve essere tutt’altro che ideologico. Perché “da una parte noi perdiamo competenze, lavoro, filiere e dall’altra non abbiamo neanche meno emissioni globali” e quindi questa “non è questa la strada giusta per restituire all’Europa autonomia strategica, forza, peso economico”. “Se l’Ets li rende insostenibili, l’Europa non diventa più verde, diventa più debole e più dipendente”, motivo per cui si sta cercando di allargare il fronte di chi chiede interventi radicali. Anche questo, la presidente del Consiglio lo sa bene, “non è e non sarà una trattativa facile, ma faremo come sempre la nostra parte”.
Una parte che prevede di essere tutt’altro che accondiscendenti. “L’Italia non siede al tavolo europeo per dire sempre sì – formalizza l’inquilina di Palazzo Chigi -. Siede lì per dire quello che va detto quando va detto, anche se è scomodo, anche quando costa. Perché l’Italia è tra le nazioni che l’Europa l’hanno fondata e ha il diritto e il dovere di dire quando qualcosa non va non per indebolirla, ma esattamente per il contrario: per renderla più forte”. E dunque non è un caso che con la Commissione europea si stia lavorando “per costruire un meccanismo che consenta di contenere il prezzo del gas utilizzato per produrre energia elettrica”, sperando che si arrivi presto a una soluzione condivisa.
Di sicuro, le risorse “non si possono reperire tagliando su coesione e politica agricola che sono la precondizione per la competitività”, perché “non si può costruire l’autonomia strategica se si taglia sull’unica autonomia che abbiamo, cioè quello che mangiamo”, afferma Meloni.
Che si concentra anche su altri temi, uno su tutti: la crescita dell’Italia, “ancora troppo debole”, ma che “ha dimostrato in questi anni di saper reggere l’onda d’urto di uno degli scenari più complessi e incerti di sempre”.
Se sull’energia la tirata d’orecchie è più all’Unione europea, sulle previsioni la presidente del Consiglio sembra rivolgersi con una punta di fastidio all’Istat. “I dati per i primi sei mesi di quest’anno ci dicono che la crescita per il 2026 può arrivare all’1%, in linea con le principali economie europee”, e dunque “quando veniamo sistematicamente sottovalutati dai nostri stessi organismi un po’ dispiace”. “Questi risultati – prosegue Meloni – devono in ogni caso incoraggiarci, non è una crescita che ci soddisfa, non potrebbe esserlo, però è un segnale che non va neanche sminuito ma qualcosa su cui insieme possiamo costruire”.
Come per altro si è costruito tanto sull’intelligenza artificiale, che “potrebbe rappresentare la più radicale tra le rivoluzioni che l’uomo ha conosciuto”. “Se noi fossimo così superficiali da farci ammaliare dalle sue potenzialità senza interrogarci su tutto quello che il suo avvento può comportare a mio avviso rischieremo di pagare un prezzo molto alto”, dice. Anche sulle disuguaglianze: “L’impatto dell’intelligenza artificiale può verticalizzare e concentrare quella ricchezza molto di più e noi dobbiamo sapere di che cosa stiamo parlando perché altrimenti non riusciamo a governare il fenomeno”, scandisce ancora la premier. E non a caso annuncia che in manovra ci sarà una misura di buon senso, pensata insieme al ministro Giancarlo Giorgetti, che prevede delle agevolazioni fiscali per gli investimenti in software utilizzati tramite i contratti di cloud.


