(Adnkronos) – L’exploit alla Mostra del Cinema di Venezia, il Premio speciale della giuria, le dure condanne del governo israeliano. Poi il successo nelle sale italiane: già quasi 4 milioni di euro di incassi, secondo i dati Cinetel.
Naza
, il documentario sulla guerra a Gaza di Yuval Abraham e Rachel Szor, non è soltanto uno dei casi cinematografici dell’anno. È anche una delle più riuscite operazioni di comunicazione politica e culturale legate al conflitto israelo-palestinese.
Il film, costruito intorno alle testimonianze anonime di 24 membri dell’esercito e dell’intelligence israeliana, racconta il funzionamento dei sistemi di individuazione degli obiettivi militari nella Striscia, il ricorso all’intelligenza artificiale e i criteri utilizzati per valutare le possibili vittime civili. Una ricostruzione durissima, che attribuisce alle autorità israeliane la responsabilità di avere accettato deliberatamente livelli elevati di perdite tra la popolazione palestinese.
Il governo israeliano respinge queste accuse e considera il documentario una rappresentazione distorta delle operazioni militari. Benjamin Netanyahu lo ha attaccato pubblicamente, arrivando a proporre una legge per revocare la cittadinanza a chi diffama i soldati israeliani.
La controversia non ha frenato la circolazione del film. Al contrario, ha contribuito a trasformarlo in un evento mediatico internazionale. Ma dietro questo risultato non ci sono soltanto i due registi. C’è una rete consolidata di testate, fondazioni, organizzazioni culturali e soggetti attivi nel campo del boicottaggio di Israele. Una rete i cui finanziamenti e collegamenti professionali sono in buona parte pubblici e documentabili, e che l’Adnkronos ha potuto verificare. Non dimostrano l’esistenza di una cabina di regia, ma aiutano a comprendere come Naza sia diventato un prodotto di portata globale.
La forza comunicativa del progetto emerge anche dalla reazione che ha provocato in Israele.
Netanyahu ha accusato il documentario di diffamare i militari israeliani e, a settembre, ha annunciato l’intenzione di promuovere norme più severe contro chi li rappresenta come criminali di guerra. Le dichiarazioni hanno alimentato un confronto politico interno, mentre i registi hanno denunciato minacce e intimidazioni.
Ma le contestazioni non arrivano soltanto dal governo.
In una risposta dettagliata pubblicata il primo ottobre, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno accusato il film di contenere errori sostanziali, testimonianze decontestualizzate e una rappresentazione fuorviante delle procedure di selezione degli obiettivi.
In particolare, l’esercito contesta che sia mai stato autorizzato un attacco con una previsione di 500 vittime civili, come riferito nel documentario. Respinge inoltre l’idea che sistemi di intelligenza artificiale possano decidere autonomamente chi colpire, sostenendo che i dati elaborati dagli strumenti tecnologici siano sottoposti a ulteriori verifiche e a una catena di autorizzazioni umane.
La posizione israeliana è che il film confonda le stime preliminari dei possibili danni collaterali con le decisioni operative definitive, trascurando le misure adottate per ridurre i rischi per i civili. Un’altra critica riguarda il contesto: l’attenzione ai bombardamenti israeliani lascerebbe sullo sfondo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, la questione degli ostaggi e l’utilizzo di infrastrutture civili da parte delle milizie palestinesi.
I registi e il quotidiano britannico Guardian, che ha co-prodotto Naza, hanno risposto di avere consultato oltre cento fonti, tra cui ufficiali con responsabilità nei processi decisionali, e di avere verificato le testimonianze attraverso documenti e riscontri indipendenti.
Per comprendere come Naza sia arrivato a un pubblico tanto vasto bisogna risalire alle organizzazioni giornalistiche dalle quali provengono le inchieste su cui si basa.
Il Guardian, co-produttore con James Wilson (JW Films), rappresenta il principale canale di visibilità internazionale, e si parla anche di una futura distribuzione streaming gratuita proprio sul sito del quotidiano britannico per aumentare al massimo la diffusione. Tra i produttori esecutivi c’è Jonathan Glazer, regista premio Oscar per La zona d’interesse.
Un’altra componente importante è rappresentata da +972 Magazine e dalla sua testata in ebraico, Local Call, entrambe concentrate da anni nel documentare le azioni militari israeliane.
Yuval Abraham lavora proprio per Local Call, fondata e pubblicata congiuntamente dall’organizzazione statunitense Just Vision e da 972 Advancement of Citizen Journalism, l’associazione israeliana editrice di +972 Magazine.
Secondo i registri dei contributi assegnati dalle Open Society Foundations, la rete fondata dal finanziere George Soros e oggi guidata dal figlio Alexander, negli anni sono stati deliberati 1,125 milioni di dollari a favore di Just Vision e altri 400mila dollari a 972 Advancement of Citizen Journalism. Una parte dei finanziamenti aveva esplicitamente come obiettivo lo sviluppo di Local Call.
Anche il
Rockefeller Brothers Fund
ha sostenuto Just Vision, con due contributi pluriennali da 335mila e 300mila dollari, assegnati rispettivamente nel 2021 e nel 2024.
Le stesse fondazioni finanziano, separatamente, altre organizzazioni attive nella difesa dei diritti palestinesi, comprese alcune che sostengono esplicitamente il boicottaggio di Israele.
La questione va precisata: questi sono finanziamenti a organizzazioni giornalistiche e culturali, non contributi accertati alla produzione cinematografica di Naza. Non esistono elementi pubblici sufficienti per sostenere che Open Society, il Rockefeller Brothers Fund o altri donatori abbiano commissionato il film o ne abbiano condizionato i contenuti.
Resta però un dato significativo: una parte delle strutture giornalistiche che hanno alimentato il progetto opera da anni grazie anche al sostegno di grandi fondazioni internazionali, all’interno di un ambiente culturale apertamente ostile alle politiche del governo israeliano.
Il confine tra informazione e mobilitazione politica non è nascosto da alcune delle organizzazioni coinvolte. Viene, anzi, rivendicato.
In un’intervista pubblicata dal Jewish Liberation Fund, Dana Mills, responsabile dello sviluppo delle risorse di +972 Magazine, ha spiegato che l’obiettivo della testata è coniugare giornalismo indipendente e attivismo contro occupazione e apartheid.
La sua formulazione è particolarmente esplicita: “Il nostro stesso lavoro giornalistico è il nostro attivismo”.
Mills afferma contemporaneamente che la redazione mantiene standard professionali rigorosi e considera la propria indipendenza un elemento fondamentale. La testata non rivendica la neutralità delle proprie posizioni, ma sostiene che una precisa visione politica possa convivere con il rigore delle inchieste.
Del resto, Just Vision descrive apertamente la propria missione come un’attività che combina giornalismo, cinema documentario e coinvolgimento strategico del pubblico, con l’obiettivo di influenzare il dibattito e le percezioni sul conflitto israelo-palestinese.
È proprio questa integrazione tra produzione di contenuti e capacità di mobilitazione a rappresentare uno degli aspetti più peculiari dell’ecosistema che circonda Naza.
I collegamenti passano anche attraverso le persone. Noa Yachot, membro del consiglio di amministrazione di +972 Magazine e senior editor del Guardian negli Stati Uniti, compare fra i coproduttori del documentario. Nello stesso consiglio di +972 siede Yousef Munayyer, già direttore esecutivo della US Campaign for Palestinian Rights, organizzazione che sostiene il movimento Bds (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni).
Tra i produttori esecutivi figura inoltre Wendy vanden Heuvel, collegata a PalFest, iniziativa culturale palestinese che sostiene campagne di boicottaggio nei confronti di determinati editori israeliani.


