Entro il 2050 circa un quinto della popolazione mondiale avrà più di 60 anni. Un cambiamento epocale che potrebbe avere ripercussioni importanti

La popolazione mondiale sta invecchiando. Un dato di fatto che plasma non solo i modelli di consumo ma anche quelli sociali e lavorativi. Un esempio? La richiesta di personale infermieristico specializzato nell’assistenza e nella cura delle malattie della terza (se non quarta) età. Ma anche la volontà di riuscire a migliorare la propria qualità della vita. Gli stereotipi di un tempo, infatti, tendono ad essere sovvertiti, compresi quelli economici. 

Avendo lavorato più tempo e in una società caratterizzata da uno sviluppo economico più forte dettato dalla ripresa dei consumi dopo il drammatico periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, i cosiddetti baby boomer hanno accumulato più risparmi rispetto ai loro predecessori. Non solo ma, rispetto ai successori, hanno una maturità superiore ed una più ampia visione di vita oltre ad una sicurezza più radicata sulle scelte da fare in tutti i campi. Ne deriva che, essendo la parte numericamente più ampia nella maggior parte delle società occidentali, o comunque in quelle tecnologicamente ed economicamente più sviluppate, la fascia più anziana è anche quella responsabile di una parte significativa della spesa  in categorie di prodotti essenziali quali cibo e bevande, edilizia e servizi pubblici, salute e tempo libero. Un tema che non riguarda più solo il “Vecchio Continente” che sempre di più sta diventando un “Continente Vecchio” e nemmeno la stanca società statunitense. 

L’invecchiamento della popolazione e quindi il progressivo cambiamento di tutti i parametri di consumo e di produzione, da tempo ha investito intere nazioni. La prima è stata il Giappone. Tokyo, infatti, da diversi anni deve fare i conti con un primato per molti versi poco invidiato e cioè essere la nazione con la popolazione più anziana al mondo. Oggi il problema investe anche la Cina. Con la fine della politica del “figlio unico” avvenuta nel 2016 Pechino sperava di riuscire a correggere il percorso di denatalità che si stava intravedendo da diversi anni. Purtroppo, però, nonostante le decisioni e gli incoraggiamenti, il trend non sembra essersi invertito. La Cina ha smesso di crescere soprattutto sul fronte demografico. La conferma è nei numeri. Per la prima volta dal 1961 i dati confermavano una contrazione delle nascite già dal 2022 mentre nel 2023 un quinto della popolazione (ovvero 290 milioni di persone) aveva oltre 60 anni. Un problema che potrebbe diventare ancora più grave se si pensa che le proiezioni per il 2035 parlano di 400 milioni di persone anziane. Tanto che, a sorpresa, le autorità cinesi sono state costrette a mettere mano alle politiche di pensionamento alzando l’asticella dell’età pensionabile forti anche del deciso miglioramento della qualità della vita. 

L’invecchiamento della popolazione mondiale è un problema che si manifesta su più fronti. Infatti anche negli USA come in Cina e in Italia (ormai da tanto tempo) i giovani preferiscono emigrare. Una base lavorativa sempre più esigua provoca inevitabilmente un aumento della pressione tributaria il che, a sua volta, crea indubbiamente molte difficoltà per chi vuole creare una famiglia. 

Ma la cosiddetta Longevity Economy potrebbe essere una risorsa? Indubbiamente sì. E non solo per la ricerca medica che è partita per prima con la riprogrammazione epigenetica, cioè il ripristino della funzionalità giovanile delle cellule che invecchiano. Ma, più in generale, per i settori di consumo tradizionale e, tra questi, tre in particolare: nutrizione, benessere e tecnologia indossabile. Nel primo caso molte aziende guardano alle potenzialità degli integratori. Nel secondo si punta su trattamenti a livello cellulare per rallentare l’invecchiamento cutaneo e riparare i tessuti danneggiati. Nel terzo l’attenzione è per lo sviluppo di dispositivi intesi come strumenti di monitoraggio sempre più ampio e completo. La terza (o quarta) età è dunque un settore con infinite potenzialità. Un esempio arriva proprio dalla Cina dove, immediatamente dopo la pandemia, il Consiglio di Stato cinese aveva chiesto non solo di «promuovere attivamente l’economia d’argento» ma anche di favorire la nascita e lo sviluppo di «industrie favorevoli agli anziani»

Non è da meno Washington che, guardando alle necessità degli over 50, parla appunto di “economia della longevità”, cambiando tutti i paradigmi di quello che precedentemente era considerato un “peso per la società” in un’occasione per sviluppare un’economia diversificata dal valore di oltre 8 trilioni di dollari  solo negli Stati Uniti. Infatti le donne e gli uomini che si avviano verso la fase più matura dell’esistenza non sono più persone che si sentono “anziane” ma hanno sviluppato, complici anche i dettami consumistici e salutistici della società nella quale hanno vissuto, una forte propensione verso il cosmopolitismo, i viaggi e l’apprendimento, in particolare tecnologico. 

A differenza del passato, quindi, sono le fasce anagraficamente più mature a rappresentare dei veri e propri trend setter tanto da arrivare ad essere spesso promotrici di correnti di interazione e di dinamismo sociale. Anche perché, grazie alla maturità raggiunta, spesso chi non è più giovane riesce a gestire meglio la tecnologia senza diventarne schiavo. Per questo motivo le aziende stanno puntando verso una strategia precisa: creare un nuovo tipo di intimità con il consumatore. Cosa significa questo? Mentre lo sviluppo psicofisico di un bambino o i trend generazionali degli under 25 sono prevedibili, gli adulti e gli anziani offrono una serie molto più diversificata di differenze in termini di salute fisica, stabilità finanziaria e interessi personali. Nella stessa fascia d’età possono esserci anziani fisicamente attivi ed economicamente stabilizzati che puntano a consumi di alta gamma e di forte peso verso settori specifici come i viaggi, auto, lusso ma anche soggetti più fragili che devono combattere con patologie debilitanti come l’artrite o il diabete e che, perciò, hanno una qualità di vita relativamente limitata e indirizzata verso specifiche esigenze mediche. Il nuovo indirizzo per molte aziende sarà perciò obbligatoriamente quello di favorire una cultura del servizio altamente personalizzata che si focalizzi, ad esempio, verso una profilazione dei servizi  streaming per aziende come Netflix e Amazon oppure sulla creazione di app di incontri online per aumentare la socializzazione e la nascita di interazioni sociali. La stessa Alda Merini era solita ricordare che «ci sono adolescenze che si innescano a novant’anni». Altre opzioni potrebbero essere quelle che sfruttano l’intelligenza artificiale e l’analisi predittiva per permettere la compilazione in autonomia di un messaggio o di un’ordinazione per un servizio di delivery. 

La volontà di fondo sarà quella di non considerare l’invecchiamento come un momento di declino fisico e cognitivo ma una risorsa, un periodo della vita in cui la sfida della longevità può essere non solo gestita al meglio ma anche ritardata. Lo aveva capito tempo fa Rita Levi Montalcini convinta che «contrariamente all’opinione corrente, il cervello non va fatalmente incontro con gli anni a un processo irreversibile di deterioramento. Sia Tiziano che Michelangelo e molti altri artisti di straordinarie capacità creative – Picasso tra questi – continuarono a realizzare opere di eccezionale valore sino a tarda età.»