La Cina ha alzato lo sguardo verso l’Occidente: progressivo cambiamento dei consumi e necessità di dover guardare alle (tante) esigenze di una popolazione in fase di cambiamento
La Cina è vicina, anche nei problemi tipicamente occidentali. Decenni addietro era, infatti, vista come una terra che l’Occidente poteva sottomettere e conquistare economicamente riducendola ad una gigantesca fabbrica per le sue esigenze, fabbrica in cui la manodopera era sterminata e a basso prezzo. Ma la storia, che è da sempre maestra ma che ha pochi alunni disposti ad ascoltarla, anche questa volta ha provveduto ad insegnare al mondo.
Ecco allora che Pechino ha preso coscienza delle sue potenzialità e, con pazienza, è riuscita a crescere diventando la seconda (e in alcune voci anche prima) potenza mondiale. Non solo, ma forte dei cambiamenti sociali che da tempo si registrano e grazie anche alle nuove politiche sui dazi del presidente USA Donald Trump, la Cina sta rivedendo radicalmente le dinamiche di consumo interno e di import internazionale, una strategia che sta trasformando Pechino da mercato di conquista ad un ostacolo per la vendita per i brand europei. Ma cosa sta succedendo?
Per capirlo è bene considerare che non esiste una sola causa per spiegare quanto sta accadendo e che ciò che è sotto gli occhi di tutti è frutto di un trend che si è delineato negli anni passati. Da un punto di vista prettamente sociologico, come detto, si è evidenziata, negli anni, la nascita di una borghesia che ha rivendicato sempre più diritti soprattutto in ambito lavorativo. Il colpo di grazia, però, è arrivato con il Covid. La pandemia ha portato ad una generale revisione delle prerogative ma anche difficoltà nella circolazione delle merci, in particolare quelle la cui produzione chiama in causa elementi prodotti in nazioni diverse.
Un esempio paradigmatico è il settore automobilistico che, proprio nel periodo post-Covid, ha visto il brand Byd diventare il marchio più venduto in Cina scavalcando il tedesco Volkswagen. La prova è nei numeri. Gli utili 2024 di Volkswagen hanno accusato un calo rispetto al 2023 dell’8,3%, calo dettato soprattutto dallo stress sul panorama cinese. È andata peggio per Porsche e Bmw rispettivamente con un -28% e -13,4 %. Anche per questo motivo i brand europei dell’auto hanno deciso di adottare, a loro volta, un’altra strategia di attacco: offrire vetture create in Cina e personalizzate per le esigenze dei consumatori locali.
Come Washington, quindi, anche Pechino punta ad una “nazionalizzazione” dei consumi forse più silenziosa rispetto a quella propagandata da Trump. Una strategia che deve combattere con i numeri. Infatti gli ultimi dati macro pubblicati dall’Ufficio nazionale di statistica vedono ad aprile vendite al dettaglio aumentate del 5,1% rispetto all’anno precedente invece del 5,5% previsto e del 5,9% registrato nel mese precedente. Numeri che, come sottolineato dall’ufficio statistico confermano che «le basi per una ripresa economica duratura devono essere ulteriormente consolidate».
Prossimo obiettivo? L’America Latina. Infatti recentemente la Colombia ha firmato un’intesa per entrare nella Belt and Road Initiative (BRI), la famosa “Nuova via della Seta” che promuove l’espansione globale delle infrastrutture e che fornisce un ulteriore tassello a Pechino per continuare il suo cammino per la collaborazione economica in America Latina. L’accordo prevede crediti da 8,44 miliardi di euro ai Paesi membri della Comunità di Stati Latinoamericani e Caraibici (Celac). Non è estraneo al richiamo cinese nemmeno il Brasile che nello stesso periodo ha chiuso con Pechino 36 accordi commerciali per un valore complessivo di 4,40 miliardi di euro. Le firme permetteranno alla nazione sudamericana di poter contare ancora sulla forte collaborazione con la Cina a sua volta confermata come primo partner commerciale del Brasile.
Partendo da questi segnali sembrerebbe confermato quel cambio delle rotte commerciali provenienti dalla Cina osservato da qualche tempo e nato come alternativa per rompere l’asset Washington -Bruxelles .
Resta il punto interrogativo sulla questione dazi. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump all’inizio del mese di aprile aveva imposto tariffe del 145% sulle importazioni dalla Cina, una misura che, sebbene fosse stata ampiamente annunciata durante la campagna elettorale, nessuno aveva previsto essere così pesante. Da parte sua Pechino non aveva perso tempo imponendo a sua volta dazi del 125% sulle importazioni americane. Si sono poi susseguite una lunga serie di correzioni e dichiarazioni il cui scopo era quello di mitigare i primi effetti (disastrosi soprattutto sulla Borsa mondiale) delle tariffe doganali.
Alla fine, però, sia Washington che Pechino hanno deciso di sedersi ad un tavolo e negoziare. Un punto di incontro iniziale che, però, non garantisce la soluzione di quella che è a tutti gli effetti una guerra commerciale. Da qui la scelta di Pechino di diversificare la sua rete di esportazioni puntando, anche, sulla resilienza che da sempre ha caratterizzato non solo la sua supply chain e la sua rete produttiva ma, soprattutto, l’intero approccio economico della nazione.
Una certezza, però, resta. Dall’avvio del progetto di “nuova normalità” voluto dal presidente cinese Xi Jinping e che puntava principalmente a promuovere lo sviluppo di un’economia della qualità invece che della quantità, si è visto un progressivo deterioramento delle performance cinesi. Un deterioramento che trova radice nel rallentamento della domanda interna, a sua volta frutto del calo della fiducia dei consumatori.
La strategia voluta da Xi, infatti, aveva decisamente stravolto quelli che fino ad allora erano i pilastri fondamentali per Pechino e cioè i continui investimenti e le esportazioni. Entrambi, infatti, avevano risvolti difficilmente controllabili. I primi creavano indebitamento, le seconde, invece, l’incertezza di una dipendenza costante dall’estero. Per questi motivi i vertici politici, complice anche la pandemia che costrinse a rivedere molti paradigmi fino ad allora considerati indistruttibili, decisero di puntare sulla gestione (e sul potenziamento) della domanda interna, ampiamente controllabile dalle direttive centrali e quindi indipendente da una domanda internazionale che dopo il Covid dimostrava tutta la sua volatilità. Ma questa rivoluzione portava con sé un’ulteriore incognita ovvero la necessità di dover rimodellare gran parte del tessuto produttivo locale.
A questo, come detto, si è aggiunto il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump e delle sue (volubili) politiche sui dazi che hanno rimescolato le carte in tavola dopo quattro anni di amministrazione Biden focalizzata verso provvedimenti improntati alla sicurezza economica. Ed è anche alla luce di quanto detto che la crescita del PIL al 5% vista nel 2024 e giudicata tra le più basse degli ultimi anni potrebbe trasformarsi nel 2025 in una crescita compresa tra il 4% e il 4,5%.
Sullo sfondo, però, anche un’altra incognita ovvero quella riguardante i tanti dati macro che da qualche tempo la Cina ha smesso di rendere pubblici. Si tratta di indicatori utili per comprendere l’andamento economico di una nazione e che, alla luce della crisi del settore immobiliare che ha coinvolto la Cina, potrebbero rendere più trasparente il quadro. Pechino, comunque, potrà sempre giocare il suo asso nella manica, il predominio mondiale nel settore sempre più vitale delle terre rare. La saggezza cinese, infatti, ha permesso all’allora leader di Pechino Deng Xiaoping di dire “il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare”. Ed era solo il 1987.