Nel maggio del 1985 la scoperta del buco dell’ozono portò a cambiamenti epocali. L’adozione negli anni di strategie globali sta finalmente dando i risultati sperati: il buco dell’ozono potrebbe chiudersi una volta per tutte entro il 2066
Un buco che in realtà buco non è. Il buco dell’ozono può infatti essere descritto meglio come una grande macchia blu che colora la Terra e che nel concreto è un assottigliamento dello strato di ozono (O3) nell’atmosfera sopra l’Antartide. L’utilizzo del termine “buco” da parte degli scienziati avviene come metafora per segnalare la zona nella quale le concentrazioni di ozono si trovano sotto al valore minimo storico di 220 Unità Dobson. Ha rappresentato per moltissimi anni una delle problematiche ambientali più dibattute per la sua capacità di esporre il nostro pianeta alle radiazioni solari, ma l’impegno che portiamo avanti da circa 40 anni per provare a combatterlo sta dando per davvero i suoi frutti.
Il buco dell’ozono venne scoperto nel 1985, nel corso della primavera australe, da un gruppo di scienziati della British Antarctic Survey. Un fenomeno piuttosto complesso che permetteva ai raggi ultravioletti di arrivare direttamente alla superficie terrestre, contribuendo alla creazione di problemi di salute all’essere umano, tra cui danni oculari e melanomi.
Ma è davvero così importante l’ozono? Sì. L’ozonosfera è quell’area della stratosfera terrestre dove si forma l’ozono atmosferico, uno scudo sottile ma efficientissimo, capace di proteggere la Terra dalle radiazioni del Sole. A provocare l’eliminazione di questo importante gas è l’azione in atmosfera dei clorofluorocarburi, composti chimici che un tempo venivano utilizzati come refrigeranti in frigoriferi, sostanze isolanti, condizionatori e propellenti per aerosol. A stabilire il loro abbandono, dopo averne capito la nocività, fu il Protocollo di Montreal, il più popolare tra i trattati ambientali, a cui nel 1987 aderirono 90 nazioni: oggi ne fanno parte circa 197, i Paesi rappresentati all’Onu. La convenzione, che entrò in vigore due anni dopo e che è tutt’oggi valida, prescrive delle regole e dei limiti piuttosto serrati e un percorso di contenimento in vista del completo abbandono di tutti i composti dannosi per l’ozono.
Recentemente, un team di esperti supportato dalle Nazioni Unite ha esposto un rapporto di valutazione scientifica sul consumo dell’ozono: secondo i pronostici il buco potrebbe chiudersi entro il 2045 sopra l’Artico ed entro il 2066 sopra l’Antartide. L’analisi, infatti, dimostra che la progressiva soppressione di circa il 99% delle sostanze dannose è riuscita negli anni a ostacolare la crescita del buco. Si tratta di un annuncio decisamente rilevante data la stretta connessione del fenomeno al cambiamento climatico, la cui mitigazione è anch’essa supportata dal Protocollo di Montreal e la cui politica fino ad adesso ha limitato il riscaldamento globale di circa 0,5 °C. Nel 2016, un accordo noto come emendamento di Kigali al Protocollo di Montreal ha fatto sì che venisse richiesta una graduale diminuzione della produzione e del consumo di determinati idrofluorocarburi (HFC), composti che non limitano direttamente l’ozono ma agevolano il cambiamento climatico.
La progressiva chiusura del buco dell’ozono è quindi un’ottima notizia ma va anche sottolineato un altro fatto: sullo spessore di questo strato pesano diverse variabili ambientali come il vortice polare, la stagionalità e i fenomeni climatici El Niño e La Niña.
“Se rilevare un aumento statisticamente significativo dell’ozono è relativamente semplice, attribuire questi cambiamenti a fattori specifici è più difficile”, ha commentato Peidong Wang, ricercatore del Dipartimento di Scienze della terra, atmosferiche e planetarie del Mit (Massachusetts Institute of Technology). È stato Wang, insieme ad alcuni colleghi, tra cui Susan Solomon, ad ottenere per la prima volta prove quantitative che documentano che la causa determinante per la ricomposizione dello strato di ozono antartico è effettivamente lo sforzo globale per la riduzione dei cfc, i composti chimici contenenti cloro, fluoro e carbonio. Già più di 50 anni fa, nel 1974, il professore dell’Università della California Frank Sherwood e il suo assistente Mario Molina, avevano avvertito rispetto al pericoloso utilizzo dei cfc, nocivi per la loro capacità di arrivare alla stratosfera e rilasciare atomi di cloro in quantità sufficienti a colpire lo strato di ozono che protegge il nostro pianeta.
Solomon e Wang sono arrivati a questi risultati straordinari grazie all’adozione di un approccio rivoluzionario che ha fatto ottenere, nel 2021, il premio Nobel per la fisica a Klaus Hasselmann (l’ideatore): il fingerprinting, metodo ereditato dagli studi sul cambiamento climatico per riconoscere gli effetti antropogenici dalla naturale variabilità meteorologica. Di recente i risultati ottenuti sono stati pubblicati sulla rivista Nature.
Il fingerprint è un sistema che serve a isolare l’influenza di specifici fattori climatici su un avvenimento, come, per esempio, convalidare e stimare l’impronta dell’essere umano proprio sul cambiamento climatico. Ogni procedimento ha una sua impronta digitale piuttosto identificabile e imparare a riconoscerla è un passo importante per capire quanto e come impattano le nostre azioni, per provare a migliorarci. I due ricercatori del Mit hanno usato questo metodo per identificare l’effetto delle riduzioni degli inquinanti che interferiscono con l’ozono. Si sono serviti di moltissime simulazioni in cui è avvenuta una mappatura delle trasformazioni nello strato dell’ozono fino ad individuare degli schemi che, confrontati con le osservazioni satellitari dello strato di ozono sopra l’Antartide dal 2005 a oggi, hanno appurato che, con un livello di sicurezza del 95%, lo schema più simile ai dati reali è quello dovuto alla riduzione dei cfc in atmosfera.
Secondo gli autori Solomon e Wang questo test fa sperare nel fatto che i problemi ambientali possano essere risolti e che l’impegno della società possa fare veramente la differenza. Inoltre, stando a quanto ritiene la ricercatrice, se la propensione al recupero dell’ozono continuerà, entro una decina di anni potremmo arrivare ad un momento in cui non ci sarà un impoverimento dello strato di ozono in Antartide: “è emozionante pensare che alcuni di noi possano vedere il buco dell’ozono scomparire completamente nel corso della propria vita. E saranno state le persone a renderlo possibile”, ha concluso. Anche Peidong Wang si è mostrato piuttosto ottimista: “tutto questo ci dà anche la fiducia di poter risolvere i problemi ambientali. Ciò che possiamo imparare dagli studi sull’ozono è come diversi Paesi possano rapidamente seguire questi trattati per ridurre le emissioni”.