L’impero degli EV di Musk paga il prezzo della sua discesa in politica. Tra atti di vandalismo, tracolli in borsa e spot alla Casa Bianca, Tesla perde presa sul suo target
«L’abbiamo presa prima che Musk diventasse nazista» si giustifica Elisabetta Piccolotti, deputata AVS e moglie del segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, parlando della Tesla Model Y in loro possesso e promettendo di venderla una volta saldato il leasing. Gli adesivi-disclaimer da attaccare sul paraurti delle Tesla sono del resto l’accessorio di auto-indulgenza del momento («Tesla d’epoca – Edizione pre-follia»). Tra goffi sensi di colpa, sterili prese di posizione e violenti sabotaggi, il movimento #BoycottTesla e in generale tutte le operazioni di boicottaggio commerciale del colosso hanno effettivamente “impoverito” Elon Musk, che sembra aver dimenticato la prima legge del capitalismo: la scelta razionale del consumatore.
La crisi del settore automobilistico e in particolare il rallentamento della mobilità elettrica aiutano solo in parte a spiegare i guai di Musk – se, con un patrimonio netto di 395,6 miliardi di dollari, di guai possiamo parlare. In effetti secondo il Bloomberg Billionaires Index, Musk è al contempo sia il più ricco, sia quello che ha perso più soldi, 116,3 miliardi in meno solo dal suo record post-elettorale. Come? Complessivamente, i ricavi automobilistici totali di Tesla sono calati del 20%, le entrate totali del 9%. Il tonfo più rumoroso avviene in borsa, dove gli utili per azione Tesla crollano ben sotto le previsioni – festeggiano intanto gli short seller che, scommettendo sul ribasso del titolo, hanno guadagnato 16 miliardi di dollari. Secondo ACEA (European Automobile Manufacturers’ Association), nel primo trimestre del 2025 la categoria di veicoli più apprezzata dai consumatori europei sono stati quelli ibridi, mentre il mercato delle auto con batterie interamente elettriche fatica a raggiungere le vette sperate, arrivando a costituire appena il 15,2% delle nuove registrazioni, un dato deludente rispetto agli obiettivi prefissati ma comunque in netta crescita, +23.9%. Nonostante questo, Tesla nel contesto europeo perde il 45% del volume di vendite. Allargando il contesto UE all’area EFTA più Regno Unito, le perdite di Musk si assestano a -37,2%.
Ancora più emblematico è il caso tedesco: in Germania, principale mercato UE dell’automotive, il singolo segmento dell’elettrico registra ancora crescite significative (+54%) a fronte di un drastico calo complessivo, mentre Tesla perde ancora il 62% delle vendite, resta dietro Volkswagen e si fa superare da BMW. Difficile pensare che gli interventi a gamba tesa di Musk alle ultime elezioni tedesche non abbiano prodotto effetti in tal senso, considerando anche gli affari del miliardario in Germania: la sua Gigafactory (uno stabilimento di circa 11mila impiegati fuori Berlino) è da mesi in preda a un fermento sindacale, dopo la protesta avviata da oltre tremila dipendenti per chiedere migliori condizioni di lavoro e oltre le manifestazioni degli ambientalisti; lo scorso anno un gruppo estremista di sinistra ha rivendicato un attacco incendiario che ha danneggiato le linee elettriche dell’impianto. Il mercato USA non si discosta dalle tendenze del contesto europeo: timida crescita dell’elettrico e flessione delle vendite Tesla (-13%), persino nell’Eden degli EV, in California, si riduce sensibilmente la fetta di mercato occupata dalle Tesla. Per non parlare del flop del Cybertruck, lanciato da Musk con la promessa di “oltre un milione di prenotazioni”, salvo venderne meno di 50mila per problematiche di vario tipo, compreso il ritiro di migliaia di veicoli per l’uso di una “colla sbagliata”. Alla base del boicottaggio non ci sono solo le posizioni politiche di Musk, ma pesano anche le sue politiche aziendali. Ha fatto scandalo, e non poco, il processo mosso contro lo stabilimento Tesla in California nel quale si sarebbero consumati ripetuti atti di razzismo, mobbing, molestie sessuali e persecuzione nei confronti dei dipendenti afroamericani; un’approfondita inchiesta del quotidiano The Nation ha parlato di “cultura tossica di Tesla” e ambienti segregati (le denunce raccolte dai dipendenti in 10 anni sono migliaia).
Se come si diceva non saranno le briciole di patrimonio cadute dal tavolo a far disperare Musk, preoccupano invece gli atti di vandalismo, i danneggiamenti privati, gli incendi nelle concessionarie (dopo il rogo doloso nel Tesla Center di Roma, Andrea Stroppa, referente italiano di Musk, è finito sotto scorta), i lanci di uova, le carrozzerie ricoperte di formaggio, le vetrine infrante a colpi di pistola e le molotov contro le stazioni di ricarica. Le violenze hanno fatto schizzare anche i prezzi delle assicurazioni auto sulle Tesla (quasi +30% su base annua). Trump, che per mostrare il suo sostegno all’alleato gli ha comprato una Model S rosso fiammante (per la rubrica “premium spot alla Casa Bianca”), ha condannato le azioni “illegali” come “terrorismo interno”, mentre Musk invoca persino l’arresto dei “ricchi finanziatori democratici” delle proteste. Fermo restando l’ovvia e netta distinzione tra il boicottaggio organizzato di movimenti come Tesla Takedown, che promettono di promuovere metodi non violenti e hanno portato le manifestazioni in 250 città, e le incursioni violente di gruppi estremisti, incuriosisce l’invettiva del capitalista contro le libere scelte dei consumatori.
Un recente sondaggio di Hill Research per l’American EV Jobs Alliance illustra bene una situazione già nota: il 78% dei democratici si dice interessato a comprare un veicolo elettrico, tra chi è già convinto e chi attende condizioni di mercato più favorevoli. Quanto all’audience politica di Musk, solo il 15% dei repubblicani si ritiene seriamente interessato all’acquisto, contro il 44% che “probabilmente non comprerà mai” auto elettriche. I primi possono ormai attingere a un’offerta più che adeguata – se non eccessiva: risale già al 2024 il sorpasso su Tesla della cinese BYD, oggi primo produttore al mondo di veicoli elettrici; i secondi nutrono simpatie alterne nei confronti del miliardario e difficilmente diventeranno lo zoccolo duro dei suoi affari. Come ci ha già insegnato Naomi Klein, nel calcolo costi-benefici di un attore razionale l’identificazione con le credenze e i valori rappresentati dal brand sono ancora determinanti. Quanto all’altra audience di Musk, quella costituita dagli investitori di Tesla, l’85% di loro ritiene che la discesa in politica e l’impegno come DOGE abbia avuto impatti negativi o “estremamente negativi” sull’azienda (Morgan Stanley).
Potrebbe essere un’occasione per gli entusiasti della mobilità elettrica, ambientalisti in un primo momento allineati alla missione di Musk, di rivedere la sostenibilità del percorso di transizione: «il cambiamento climatico – lo spiega bene Boycott Tesla – non si risolve con auto elettriche da 70mila dollari». Il magnate sudafricano nel frattempo prova a mettere un cerotto: «altre spese per la politica in futuro? Ritengo di aver fatto abbastanza…». «Amen», devono aver sospirato i suoi investitori.