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Il progetto, nato dall’idea di tre fratelli iraniani, ha riunito musicisti e musiciste di 11 nazionalità diverse per tenere alta l’attenzione su quanto sta accadendo nel Paese

Le manifestazioni che stanno scuotendo l’Iran da 8 settimane sono considerate le più grandi dalla Rivoluzione islamica del 1979, che trasformò il Paese in una repubblica sciita ispirata alla shari’a (la legge coranica) guidata, all’epoca, dall’ayatollah Khomeini.

Le proteste sono scoppiate in seguito alla morte di Jina Mahsa Amini, la 22enne curda arrestata dalla polizia religiosa perché “non indossava correttamente il velo”, ma ben presto si sono tramutate in un urlo contro il regime, guidato dalla guida suprema Ali Khamenei e dal presidente Ebrahim Raisi.

A fare da cassa di risonanza alle istanze della popolazione iraniana sono anche i cittadini esuli, come i tre fratelli musicisti che hanno dato vita al Barbad Project. Si tratta di un ensemble musicale nato dai tre giovani originari di Teheran e trapiantati in Italia. Il collettivo, del quale fanno parte più di 70 musicisti provenienti da tutto il mondo, unisce la musica tradizionale persiana con la cultura europea.

Il progetto, che esiste da diversi anni, nei giorni scorsi, ha pubblicato un video in cui i musicisti e le musiciste, originari di 11 Paesi differenti, suonano insieme il brano Sad Eastern.

Uno dei tre fratelli (preferiscono che i loro nomi non vengano divulgati per paura di ripercussioni sui loro familiari rimasti in Iran) ha raccontato a La Stampa il loro intento.

«Noi vogliamo libertà, niente altro – ha spiegato uno dei membri del gruppo – Il nostro Paese è ricco, ci sono tutte le risorse necessarie per vivere bene, tranne la libertà. Perfino nella musica tutto ciò è evidente: prima di pubblicare un brano in Iran c’è un gruppo di persone che decide per te. Il velo per le donne è l’esempio più eclatante».

Sull’evoluzione delle proteste spiega: «Nessuno è in grado di vedere cosa succederà, ma la situazione è molto più seria che in passato. Tutto il mondo non sta protestando: le persone importanti ci sostengono, tutti ne parlano. Una cosa del genere non era mai successa. I miei amici dicono che internet non funziona perché il governo la interrompe a intervalli alterni, ma ciononostante io so che sono tantissimi tutti i giorni per strada e nelle piazze e nelle strade, per chiedere solo una cosa: libertà».

di: Francesca LASI

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