Un Paese lacerato in cui regime e opposizione protraggono una sanguinosa convivenza, fra le ombre del narcotraffico internazionale e dei delicati rapporti con gli Usa 

«El horror y la esperanza»: così si intitola la “Guernica” venezuelana del fumettista Eduardo Sanabria, noto come EDO. Un murales che, reinterpretando il capolavoro del maestro Picasso, denuncia la passione evangelica del suo popolo, alle prese con l’orrore del sangue della repressione e la speranza di far sentire la propria voce.

L’iperinflazione, una crisi sanitaria e alimentare che degrada le condizioni di vita del 94,5% della popolazione (lo studio dell’Università cattolica Andrés Bello è del 2021) e un prolungato isolamento internazionale descrivono una situazione che, lungi dall’essere emergenziale, è ormai normalizzata agli occhi del mondo, che chiude gli occhi anche davanti alle insidie violente di una dittatura illiberale come quella di Nicolás Maduro. Di recente, una missione indipendente internazionale delle Nazioni Unite in Venezuela è tornata a evidenziare “gravi violazioni che comprendono tortura e violenza sessuale”, fra le quali metodi come shock elettrico, asfissia e stress positions – una pratica che costringe la vittima in posizioni di tensione in cui tutto il peso viene scaricato su pochi muscoli. Non dovrebbe stupire quindi se ad oggi il 25% della popolazione del Venezuela è stata costretta a lasciare il Paese per fuggire dalla fame, dalle persecuzioni politiche e dall’irreperibilità di farmaci e beni di prima necessità. Ma facciamo un passo indietro per capire come si è arrivati a questo.

Nel 2013 il Venezuela, rimasto orfano di Chavez, colma il vuoto di una dittatura durata 14 anni affidando le briglie del potere al suo delfino Nicolás Maduro, che si insedia alla presidenza della Repubblica ritagliandosi uno spazio di protagonismo assoluto, bersagliato da un’opposizione feroce ma incapace di scalfire politicamente il suo potere, saldo anche grazie al fedele supporto dell’esercito. Da semplice autista di autobus ai vertici dei sindacati, fino alla presidenza del Partito Socialista Unito del Venezuela, Maduro riprende il modello del chavismo anche e soprattutto nei suoi caratteri più autoritari, anteponendo un rigido accentramento del potere attorno alla sua élite al rispetto delle procedure democratiche; il regime di Maduro si contraddistingue fin da subito per l’aspra contrapposizione con le forze antagoniste guidate da Leopoldo López prima e da Juan Guaidó poi. Una frattura tutt’altro che puramente politica e ben fotografata nell’iconica scena di Guaidó ripreso dalle telecamere di tutto il mondo nel tentativo di scavalcare il cancello del Palazzo legislativo per partecipare ad una sessione dell’assemblea, mentre i militari federali cercano di trattenerlo per chiedergli i documenti. È il gennaio del 2020 e ci sono appena state delle contestatissime elezioni parlamentari, con Maduro che conquista 256 seggi su 277 rispetto ad un’affluenza del 30%. Un voto che non fa che ratificare una maggioranza parlamentare di fatto già esautorata: già nel gennaio del 2019 Maduro era uscito vincitore dalle elezioni presidenziali svoltesi tra illegalità e violenze, rigettate dall’opposizione che di tutta risposta aveva nominato proprio Guaidó come presidente ad interim del Paese, facendo fede all’articolo 233 della Costituzione venezuelana che attribuisce al presidente dell’Assemblea nazionale l’incarico di facente funzioni del capo dello Stato in assenza (e in attesa) di un presidente regolarmente eletto.

È così che arriviamo ai giorni nostri: da un lato un presidente ratificato da elezioni ufficiali ma democraticamente e proceduralmente incerte, forte soprattutto dell’appoggio dell’esercito; dall’altro il presidente dell’Assemblea nazionale e leader dell’opposizione che detiene la carica di presidente ad interim, supportato da una legittimità costituzionale ma di fatto privo di poteri.

Quella del Venezuela, però, è una storia estremamente complessa dove il sangue della popolazione repressa non è che una macchia sulla fitta trama di relazioni internazionali in cui si inserisce, passando con disinvoltura dall’essere uno strategico partner economico all’incarnare un pericoloso regime illegittimo. Parliamo ad esempio del delicato e fragile equilibrio che lega Caracas e Washington, in lenta ma evidente metamorfosi dopo il passaggio di consegne fra Trump e Biden. Basti pensare come di recente un falco repubblicano della politica interventista quale John Bolton, già diplomatico sotto Reagan e Bush (padre e figlio) prima di Trump, abbia candidamente ammesso in un’intervista resa alla Cnn di aver “aiutato a organizzare molti colpi di stato”, precisando in un secondo momento che si trattava proprio del Venezuela. Un “colpo di stato” in realtà orientato a “garantire una continuità costituzionale e favorire un’uscita legittima da una crisi politica altrimenti insolvibile” come spiega la giornalista italo-venezuelana Marinellys Tremamunno, che abbiamo intervistato.

Con l’arrivo di Biden alla Casa Bianca però le cose cominciano a cambiare. L’opposizione al regime venezuelano, pur ferma nella critica alle repressioni e violazioni dei diritti, si fa meno integerrima e sembrerebbe condurre verso una graduale cancellazione delle sanzioni imposte

nel 2019, compreso un embargo petrolifero che sembra il primo paletto destinato a cadere. Così a fine maggio, a tre mesi dall’inizio della guerra in Ucraina, il Dipartimento del Tesoro statunitense dà il suo esplicito consenso all’esportazione di petrolio venezuelano verso compagnie europee (Eni e la spagnola Repsol) e la nazionale Chevron. Una scelta accelerata dalla crisi energetica innescata dalla questione ucraina, con gli Usa ben determinati a rinunciare al petrolio russo, anche se si tratta di attingere ai pozzi di uno stretto alleato di Putin oltre che nemico di vecchia data di Washington; alla luce della netta opposizione del fronte repubblicano a questa distensione, secondo Tremamunno è probabile che per un azzeramento delle sanzioni bisognerà attendere perlomeno il primo semestre del 2023, né è scontato che questa sia una bella notizia per il popolo venezuelano: «per me – afferma la giornalista – si tratterebbe di un gravissimo errore che non favorirebbe in alcun modo una soluzione politica pacifica e che non farebbe che finanziare ulteriormente un regime criminale, lasciando il popolo affamato come prima». Un’opinione condivisa solo da parte dell’opposizione di Guaidó, con diverse voci che premono invece per una distensione e invocano un po’ di respiro all’economia del Paese, a vantaggio di tutti. Da un lato ci si chiede dunque se le sanzioni, un tema oggi così attuale, abbiano davvero sortito gli effetti sperati. Dall’altro per l’Occidente la condanna, anche se poco più che nominale, a quella che Tremamunno definisce una “rete criminale organizzata” ha un valore molto più ideologico che economico. Da tempo la giornalista non è che una delle voci di denuncia del regime di Maduro il cui coinvolgimento nel narcotraffico internazionale è al centro di diverse inchieste relative al “Cártel de los Soles”, un vero e proprio cartello della droga controllato dai generali delle forze armate del Venezuela e a stretto contatto con omologhe organizzazioni criminali di Colombia e Messico; oltre ad ospitare permanentemente militari russi e funzionari del Governo cubano con l’esplicito compito di tutelare la sicurezza del presidente, spiega ancora Tremamunno, il Venezuela intrattiene anche floridi rapporti commerciali con gli altri Paesi “non allineati” o comunque ostili alla Nato, dalla produzione di droni iraniani a quella di fucili russi. «La testa di Maduro, dunque, ha un prezzo anche per l’Occidente»: le sanzioni non possono risolvere la crisi, ma rappresentano l’inevitabile linea di confine di un mondo diviso in blocchi, in un continente in cui il multilateralismo è ancora acerbo, legato alle influenze esterne “che si diffondono come metastasi in buona parte dell’America latina”. I tentativi diplomatici di riaprire un dialogo alla pari fra gli attori della regione sono, ad oggi, tutti falliti: «c’è molta ingenuità a livello internazionale da parte di chi si aspetta un dialogo sincero con un Paese criminale che, in quanto tale, non può nutrire un interesse vero e spassionato verso il dialogo». A partire dal Vertice delle Americhe che mai come quest’anno testimonia lo scricchiolare della leadership statunitense, che ha preferito scagliare la prima pietra e non invitare Venezuela, Cuba e Nicaragua piuttosto che rispondere all’impellenza di un dialogo. Fallito anche il progetto del Gruppo di Lima: dei 12 Stati membri inizialmente riunitisi per favorire una transizione pacifica dal regime di Maduro, oggi la maggior parte ha rinnegato Guaidó, anche per le transizioni politiche di vari Esecutivi che oggi più di ieri ammiccano al progetto del “Socialismo del XXI secolo”, dalla Bolivia alla Colombia.

I tentacoli del Venezuela post-chavista arrivano però anche in Italia. Nei giorni scorsi si è riaperto il dibattito sui presunti finanziamenti di Maduro che sarebbero pervenuti al Movimento 5 Stelle tre anni fa attraverso una valigetta da tre milioni e mezzo di dollari. Il presidente di Rousseau Davide Casaleggio è tornato ad accusare Giuseppe Conte, all’epoca premier, di essere venuto a conoscenza del dossier ben prima che la stampa spagnola facesse deflagrare lo scandalo, ma di non essersi speso abbastanza per fare chiarezza sulla vicenda. «La giustizia italiana deve avere una risposta – commenta Tremamunno. – Io non ho dubbi che il Movimento abbia ricevuto dei soldi dal Venezuela, così come ai tempi la giustizia spagnola aveva dimostrato che i finanziamenti di Maduro avevano raggiunto anche Podemos». A che scopo? «L’obiettivo dichiarato era quello di sostenere economicamente movimenti politici esteri ideologicamente vicini al Socialismo del XXI secolo di Chavez, del quale erano presenti riferimenti espliciti nei primi programmi politici pentastellati – spiega ancora la giornalista. – Riferimenti poi accuratamente rimossi vista la cattiva pubblicità che la vicinanza ad un regime complice di narcotrafficanti e Paesi promotori del terrorismo avrebbe portato loro».

Prima ancora di questa intricata matassa che tiene annodati i vertici del potere, rimane il popolo venezuelano. Un popolo che non rifiuta lo scontro diretto con le braccia armate della repressione, che ha imparato a raccontare la propria coscienza civile sui muri e che deve ancora compiere la sua rivoluzione per la libertà. La lotta del pueblo per l’autodeterminazione democratica, la liberazione dal giogo armato dei cartelli e l’emancipazione dai caudillos illiberali, 200 anni dopo, è un fenomeno ancora tutto da compiersi.