Una matrioska di anime

Una storia intima e delicata, un viaggio nei meandri più profondi dell’animo umano, dal buio fitto della depressione al palpitare luminoso della vita

Che cos’è l’anima? Se ponete questa domanda a Google il risultato è un’accozzaglia di definizioni che spazia dalla religione all’enciclopedia Treccani, dalla Bibbia a Harry Potter, dai blog di psicologia ai trattati filosofici. Il termine deriva dal greco ànemos, “soffio”, “vento”, e rappresenta il seme vitale di un essere vivente, quei “21 grammi” di un essere umano teorizzati da Duncan MacDougall e descritti in una celebre canzone come “i più pesanti che un uomo ha”. Secondo Margherita Firpo, scrittrice genovese, l’anima è una matrioska. O, meglio, l’anima è un qualcosa di frangibile che, una volta rotto, viene conservato su vari livelli, sovrapposti l’uno all’altro, nel tentativo di evitarne il ricongiungimento e di proteggere il centro della vita, quel nucleo luminoso che rende più intenso qualunque sentimento.

Una matrioska di anime è la storia di una famiglia spezzata. Marianeve Colibrì ha perso suo marito e sé stessa in un tragico incidente d’auto. Con la morte di Guido la sua anima è andata in frantumi e per sopravvivere la sua mente ha eretto dei muri, che l’hanno allontanata dalle persone care prima e dal mondo poi, in un vortice di depressione che il lettore percepisce attraverso le frasi spezzate della protagonista e il suo tono amaro, ironico a tratti, ma di un’ironia feroce che trasmette insofferenza. Neve ha rinnegato il dolore, recludendo fuori qualunque sentimento per non impazzire, e passa le giornate tra il letto e la finestra, parlando solo con il cane e rifiutando l’aiuto della sorella Lucina. Si trincera nella sua solitudine, al riparo nello scrigno più grande di quella matrioska che protegge, sì, ma soffoca anche. Vive in uno spazio temporale che è solo suo, tra passato e presente. Nessuno, nemmeno il lettore, che rimane così sempre spettatore della storia e mai protagonista, riesce a fare breccia nella sua realtà ovattata, nel suo incubo che continua a ripetersi, sempre uguale, in un vortice di follia alla Inception; nessuno, finché dal passato non si palesa una figura dimenticata, ma solo perché simbolo di un dolore troppo marcato: sua cognata. Con il ritorno della sorella di Guido, Marianeve è costretta a forzare la serratura della sua anima e, un pezzo alla volta, ad aprire la matrioska, per affrontare quel mostro fatto di sentimenti rinnegati, depressione e morte, un mostro che, sotto la maschera, ha le sue stesse fattezze.

Una matrioska di anime è un libro che affronta con delicatezza temi difficili come quello della depressione, della perdita e del lutto. Margherita Firpo racconta una storia intima e sceglie di farlo con un registro confidenziale, tanto che a tratti si ha la sensazione di dialogare con la protagonista del romanzo; Marianeve sembra rivolgersi direttamente al lettore nei suoi lunghi monologhi ma lo stile prettamente colloquiale del romanzo, se da una parte rende fluida e veloce la lettura, dall’altra penalizza la profondità di una storia drammatica, che appare così bidimensionale e perde spessore, pur lasciando a chi legge una tiepida sensazione di speranza una volta girata l’ultima pagina.