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Secondo il fratello sarebbe stata percossa e uccisa, ma sul corpo nessun segno; ancora giallo sulla sua morte

Liliana Resinovich è deceduta per “morte asfittica tipo spazio confinato (plastic bag suffocation), senza importanti legature o emorragie presenti al collo” e la morte risalirebbe “a 48-60 ore circa prima del rinvenimento del cadavere stesso”.

Queste le conclusioni dei consulenti del pm, Fulvio Costantinides e Fabio Cavalli, incaricati dalla Procura di Trieste di indicare l’epoca della morte e le cause che l’hanno determinata, la cui consulenza è stata depositata, come ha reso noto in un comunicato la stessa Procura della Repubblica. A seguito del confronto con i consulenti nominati dalle altre parti, i consulenti della procura scrivonoche :“Il cadavere non presenta lesioni traumatiche possibili causa o concausa di morte, con assenza per esempio di solchi e/o emorragie al collo, con assenza di lesioni da difesa, con vesti del tutto integre e normoindossate, senza chiara evidenza di azione di terzi”. Sta alla Procura ora mettere o no un punto alla vicenda. Nella nota, però, il Procuratore, Antonio De Nicolo, spiega che nel decidere «bisognerà considerare i cambiamenti che verranno introdotti dalla imminente entrata in vigore della riforma penale e le carenze nell’organico dei magistrati».

Non basta però a mettere fine a quello che da più di un anno si configura come un vero e proprio giallo. Liliana Resinovich scomparve di casa, a Trieste, a metà dicembre, mentre il corpo fu ritrovato il 5 gennaio. Cosa sarebbe successo in quel lasso di tempo? Dove si trovava? Era forse ospitata da qualcuno? E se sì, chi era a conoscenza del luogo? Troppi dettagli sono rimasti senza risposta. Dalle sue ricerche in Internet, a maggio, era emerso come la donna si fosse più volte rivolta ai motori di ricerca per capire come attuare procedure di divorzio; lo stesso fratello aveva sostenuto che Liliana fosse stata picchiata, ma sul corpo non è stato rinvenuto, secondo i consulenti del pubblico ministero, alcun segno evidente di violenza da parte di terzi. All’epoca anche il marito non aveva voluto credere a quella che ora sembra l’ipotesi più accreditata dagli inquirenti, quella del suicidio. E poi, resta un altro punto oscuro: i codici bancari, nascosti dietro un quadro e della cui ubicazione sapevano solo lei e il fratello.

di: Caterina MAGGI

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