SHUTTERSTOCK

Evi e Piccolotti dell’alleanza Verdi-Sinistra Italiana hanno affermato di aver ricevuto numerose segnalazioni, ma alla Regione Umbria non risulta e chiede che siano presentate delle prove “per procedere con le opportune verifiche” per una pratica che “lede fortemente i diritti delle donne”

Nelle ultime ore le polemiche intorno alla corretta applicazione della legge 194 che garantisce il diritto all’aborto sono entrate nelle campagna elettorale. Elisabetta Piccolotti ed Eleonora Evi dell’alleanza Verdi-Sinistra Italiana ha denunciato di aver ricevuto delle segnalazioni relative alla Regione Umbria: le donne che intendono accedere all’interruzione volontaria di gravidanza sarebbero costrette ad ascoltare il battito cardiaco del feto, sul modello di quanto accade nell’Ungheria di Orban.

Il ministro della Salute Roberto Speranza ha dichiarato di non essere conoscenza di questi fatti ma “se ci sono elementi va valutata un’eventuale ispezione”.

L’Assessorato regionale alla Salute ha smentito: «in nessuna azienda sanitaria o ospedaliera della Regione Umbria, risulta che le donne che chiedono l’interruzione di gravidanza siano costrette ad ascoltare il battito del feto».

«Trattandosi di una denuncia grave di un fatto che lede fortemente i diritti delle donne e tocca una tematica delicata come quella dell’interruzione della gravidanza – si legge nella nota della Regione Umbria -, sarebbe opportuno che coloro che hanno portato all’attenzione questa gravi fatti, li circostanziassero in modo da permettere alle autorità sanitarie di procedere con le opportune verifiche. In caso contrario, ribadendo che anche dal riscontro chiesto tempestivamente oggi alle aziende, non risultano in Umbria fatti del genere, la Regione si vedrà costretta a dover tutelare nelle sedi opportune tutti i professionisti e gli operatori che lavorano con professionalità e correttezza, nel sistema sanitario regionale».

Piccolotti ed Evi hanno definito l’ascolto del battito “una gravissima forma di pressione psicologica tesa a ingenerare sensi di colpa”.

di: Francesca LASI

FOTO: SHUTTERSTOCK