Autorevole ma mai autoritario, è lui il maestro della Lega dei Campioni, vincente da giocatore e da allenatore

Siamo nel 1959, anno in cui la Vecchia Signora, la Juventus, vinse l’11esimo titolo in Serie A, con Omar Sivori che raggiunse l’ambito titolo di capocannoniere, dopo aver segnato 92 gol in 32 partite. Sono gli anni di un giovanissimo Gianni Rivera, che vinse con il Milan tre Scudetti, quattro Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe ed una Coppa Intercontinentale fino al ritiro nel ’79. Ma sono momenti di ferite oggi ancora aperte per certe squadre, come per il Genoa e il “caso-Cappello”, quando Gino Cappello incontrò Giovanni Cattozzo, difensore dell’Atalanta, e gli lasciò un milione di lire come acconto per perdere la partita.

Nel frattempo, in Via Vallicella, a Reggiolo, nel pieno centro contadino di un’Italia prossima al boom economico, un bambino, tifoso dell’Inter e con Sandro Mazzola nel proprio cuore, passava le sue giornate a tirare calci ad un pallone contro un muretto, in quella piccola realtà fatta di emozioni semplici e familiari. Cresciuto nei campi ad aiutare i propri genitori, quando poteva svincolarsi dal lavoro e dagli studi, fuggiva in quella stradina e continuava a prendere a pallonate quel muro, comprendendo sempre più quella che sarebbe stata la sua strada, fatta di sacrifici e soddisfazioni. Nonostante gli amici del padre lo incoraggiassero a intraprendere un percorso da ciclista, iscrivendolo anche a competizioni che vinse, questo giovane ragazzo era sempre più sicuro di quale fosse la sua strada.

Oggi quel pezzo di cemento non c’è più, ma quel bambino, ormai diventato adulto, lo conosciamo tutti e non è un “semplice umano”, ma la leggenda della storia del calcio mondiale, il re indiscusso della Champions League: Carlo Erminio Ancelotti.

Da ragazzo inizia a giocare nella squadra del suo paese natale, mostrando immediatamente un grande talento: abile nel ragionamento e nel coordinare le azioni, ma scarso in velocità. A 16 anni passa ufficialmente nelle giovanili del Parma e, nel frattempo, in panchina arriva Cesarone, Cesare Maldini, che comprende immediatamente le doti da centrocampista di Ancelotti, ma con le sue spiccate capacità nell’organizzare inserimenti in area pericolosi, non può che essere schierato come attaccante dietro le spalle delle punte, Fabio Bonci e Mario Scarpa. Dopo tre stagioni favolose, arriva il fatidico secondo posto conquistato nel girone A della C1, che porta il Parma allo spareggio. Ma è contro la Triestina, a Vicenza, che il 19enne Ancelotti diventa l’eroe della promozione, segnando la doppietta sull’1-1 che porta il Parma in Serie B.

Un giorno speciale, non solo per l’incontro: è presente lo stato maggiore della Roma al completo, dal presidente Dino Viola, al tecnico Nils Liedholm e perfino il consulente di mercato, Luciano Moggi. I giallorossi si portano a casa Ancelotti, dopo averlo strappato di mano alla Beneamata, a seguito di una trattativa importante tra il presidente Ceresini e Moggia, che concludono l’affare per la bellezza di un miliardo e mezzo di lire, e metà della somma finisce nelle tasche dei Ducali. Apparentemente, sembra una follia investire così tanto per un giovanissimo Carlettoappena 20enne, che invece si è rivelata una scelta più che vincente. La Lupa,nella quale approda in Serie A, evidenzia un percorso positivo in continua scoperta: nonostante il primo momento di difficoltà, comprensibile per un ragazzo proveniente da realtà locali e contadine, riesce in pochissimo tempo ad entrare nelle dinamiche del gruppo e a farsi volere bene dai tifosi. Purtroppo, non tardano ad arrivare le prime difficoltà per Carletto: il 25 ottobre dell’81, a seguito di un contrasto con Casagrande, mediano della Fiorentina, subisce una distorsione al ginocchio destro, interessando in particolare i legamenti. E proprio in quel preciso momento, inizia un percorso lento, fatto di sofferenza e perdite.

Finito sotto i ferri, avvia i primi recuperi nel gennaio dell’82, ma nel mezzo della ripresa ripiomba nell’oblio: saltano i legamenti crociati, episodio al quale segue un’altra operazione. Però, il dolore fisico non è l’unica difficoltà: nel frattempo, il Ct azzurro Enzo Bearzot, che stava organizzando la squadra per l’esordio al Mundial ’82 di Spagna, non può prenderlo in considerazione e sfuma, per il giovane Carletto, un’occasione importante.

Rinchiuso in sé stesso, Ancelotti si prepara per ritornare sul tappeto erboso più forte che mai. E si presenta agguerrito, entrando in campo come protagonista della stagione ’83-’84 e l’anno dopo, guadagnata la fascia da capitano, porta i giallorossi ad un passo dalla finale, persa anticipatamente contro il Lecce.

Nonostante il presidente Viola pensasse di aver ottenuto tutto il possibile da Ancelotti, c’è chi invece, a Milano, intravede in lui un futuro ricco e radioso. È Arrigo Sacchi a vedere quel potenziale rivoluzionario, convincendo anche il presidente Silvio Berlusconi. Così l’affare va in porto, per 5,8 miliardi di lire, e Carletto diventa “l’uomo nuovo” del calcio “stile Sacchi”: Sacchi idealizza, Ancelotti concretizza. Nel Milan non cerca la gloria personale ma gioca per il gruppo. Amaramente la sorte continua ad incombere negativamente e nell’88, dopo aver trionfato come primo giocatore con la Nazionale di Azeglio Vicini, si ferma nuovamente per l’asportazione del menisco del ginocchio destro, perdendo la possibilità di presentarsi alle Olimpiadi di Seul. Un anno dopo l’operazione, a causa di un infortunio al ginocchio sinistro durante i quarti di finale della Coppa dei Campioni che ha visto competere MilanMalines, deve rinunciare alla semifinale. Ma Carletto non molla e s’impegna per presenziare alla finale vittoriosa contro il Benfica, a Vienna.

Nell’ultima stagione rossonera in panchina subentra Fabio Capello, nuovo comandante al timone che traghetta i Diavoli verso lo Scudetto. Il 17 maggio 1992, durante la partita MilanVerona, Capello fa entrare Ancelotti gli ultimi 20 minuti dell’incontro e con una doppietta unica, saluta definitivamente il pubblico di San Siro, concludendo il suo percorso da giocatore, pronto ad iniziare quella che è divenuta una carriera da allenatore a dir poco strabiliante.

Tante, tantissime le qualità uniche da tecnico, ma fra tutte spicca la capacità di creare un importante feeling con i giocatori, in qualsiasi squadra Carletto mettesse piede. Infatti, è l’allenatore più amato d’Europa, capace di entrare nelle menti e nei cuori dei campioni, tra i quali Karim Benzema e Cristiano Ronaldo al Real Madrid. Da sempre ha puntato prima di tutto sul gruppo, lasciando in disparte le doti tecniche. In grado di fare la differenza sia dentro che fuori dal campo, Ancelotti è un vero e proprio uomo-spogliatoio, una guida costantemente pronta al confronto per migliorare, ma anche per migliorarsi.

Effettivamente, come si può non apprezzare un allenatore che non ha riserbo nel mostrare il suo lato più “scanzonato” tra performance canore e balletti vari. Ad esempio, dopo il 4-0 all’Espanyol, che ha permesso al Real Madrid di essere incoronata ufficialmente la regina della Liga, il tecnico non si è tirato indietro durante i festeggiamenti: sul pullman, che ha portato la squadra in giro per la città, Carletto si è scatenato in un ballo con il brasiliano Vinícius Júnior. Immancabilmente, Rodrygo Goes ha rincarato la dose, postando sui social una foto assieme ad alcuni compagni, con una didascalia alquanto esplicativa, “The BOSS”, dove Ancelotti è ritratto intento a fumare un sigaro con gli occhiali da sole, in una posizione decisamente autorevole ma ironica.

Eppure le doti del tecnico non si limitano ai balletti: non c’è Ancelotti senza campionato vinto, non c’è Ancelotti senza canzone per festeggiare. Dopo la Bundesliga nel 2017, alla guida del Bayern Monaco traghettato verso la vittoria, vincendo il quarto campionato in Champions, Carletto si dà al canto scegliendo un pezzo iconico della musica italiana, I migliori anni della nostra vita di Renato Zero. Ma l’aspetto più interessante di questa storia è che la società ha apprezzato così tanto le sue qualità canore che, durante la festa organizzata dal club, gli hanno affiancato la cantante americana Anastacia.

Come si può evincere, Carletto ha una storia importante sì da calciatore, ma anche da tecnico. Ancelotti ha percorso i suoi primissimi passi da allenatore tra il 1992 e il 1995 come vice alla guida della Nazionale italiana di Arrigo Sacchi. Il suo esordio ufficiale è nel 1995 in Serie B con la Reggiana, senza patentino per esercitare la professione e appena 36enne. Nel 1996 diventa ufficialmente il tecnico del Parma, con il quale raggiunge il secondo posto in Serie A, strappando il pass per la Champions League, conquistando un record mai superato dai gialloblù. Certamente un momento complicato è quello trascorso durante le due stagioni alla Juventus, dal 1999 al 2001, con cui non ha mai avuto un rapporto eccellente a causa dei suoi trascorsi da giocatore alla Roma e al Milan. Pensare che i tifosi lo accolsero con uno striscione sgradevole: “Un maiale non può allenare”. Eppure, Carletto non perse la sua tipica compostezza e rispose senza pensarci due volte: «è un’insopportabile mancanza di rispetto verso la figura del maiale!».

Nonostante tutto, a Torino deve la sua prima esperienza, prima di giungere a Milanello, per ben 8 stagioni, tutte caratterizzate sia da momenti memorabili, tra Scudetti e ben due Champions vinte nel 2003 e 2007, che da periodi difficili. In particolare ricordiamo il caso Calciopoli, legato a presunti episodi di corruzione incentrati sul mondo del calcioscommesse, durante il quale la squadra rossonera inizia la stagione con una penalizzazione iniziale di 8 punti, segnando la sconfitta durante il derby contro l’Inter e l’esonero dalla Coppa Italia

Carletto, dopo aver vinto tutto quel che c’era da vincere con il Milan, parte per conquistare l’estero e il 1° giugno 2009 inizia l’avventura al Chelsea, con il quale diventa il primo allenatore italiano a vincere il campionato inglese. Morbido, comprensivo ma severo allo stesso tempo: ad esempio, a causa di una mezz’ora di ritardo ad una riunione tecnica, Carletto esonera Didier Drogba, lasciandolo in panchina finché non si guadagna nuovamente il posto con un gol segnato entrando in sostituzione.

Tanto bravo quanto pagato: nel 2011 è il secondo mister più pagato al mondo, grazie all’ingaggio da 13,5 milioni di euro lordi offerti dal Paris Saint-Germain. Un investimento veramente importante quello del club francese ma che ha portato i suoi frutti: per la terza volta nella storia e 19 anni dopo, si proclama campione della Ligue One, vincendo immediatamente le prime cinque gare ufficiali, tre in campionato e due in Coppa di Francia.

Ma nel 2013, Ancelotti si avvia verso la prima fase dei suoi anni d’oro spagnoli, entrando come tecnico al Real Madrid, con cui conquista la sua terza Champions League in un derby fratricida contro l’Atletico, portandosi sull’1-1 al termine dei tempi regolamentari, per poi stravincere 4-1 durante i supplementari. Però, come per tutti, la carriera è fatta di alti e bassi: nel 2015 in campionato è secondo, in Champions va fuori in semifinale contro la Juventus e in Coppa del Re si ferma durante gli ottavi. Visti i risultati non graditi dal club, il 25 maggio viene ufficialmente esonerato.

Nonostante questo piccolo errore di percorso, nel 2016 subentra al posto di Josep Guardiola, detto Pep, al Bayern Monaco, ingaggiato per 8 milioni di euro a stagione per tre anni. Il 14 agosto 2016 vince la Supercoppa tedesca per 2-0 contro il Borussia Dortmund, per poi agguantare la Bundesliga, diventando il quinto allenatore a vincere il titolo in quattro Paesi diversi dopo Giovanni Trapattoni, Ernst Happel, Tomislav Ivic e José Mourinho. Anche se per poco, torna in Italia nel 2018, sostituendo Maurizio Sarri al Napoli, ma dopo solo una stagione viene esonerato. Brevissima ma significativa esperienza all’Everton, dove colleziona ben 6 vittorie di fila in una stagione, evento che non succedeva dal 1938.

Dopo anni di assenza e varie peripezie, proprio come Ulisse con Itaca, Ancelotti torna al Real Madrid, al posto di Zinédine Zidane. E qui le parole servono a poco perché sono i fatti a parlare. Carletto sbaraglia tutti: conquista a Parigi la Champions League battendo il Liverpool di Jürgen Klopp per 1 a 0, diventando il primo allenatore nella storia del calcio a conquistare quattro Champions League, che sommate alle altre due da giocatore, lo portano alla straordinaria cifra di 6 trofei continentali.

Ancelotti non solo è il più grande allenatore di sempre, ma è e sarà un allenatore per sempre, di tutte le ere calcistiche passate, presenti e future. Nessuno come lui: è The Only One, il recordman assoluto, che non ha segnato un periodo, ma ha inciso l’epoca del calcio contemporaneo. Una volta c’era Carlo V d’Asburgo, dominatore indiscusso dell’Europa, imperatore del Sacro Romano Impero Germanico; oggi, c’è re Ancelotti. Carletto, che storia: sei tu mister Champions!