Tra sport e terapia, le camminate stanno raccogliendo sempre più amatori. Ne abbiamo parlato con Maria Rita Parsi e Simona Scacheri

Secondo le statistiche, un essere umano inizia a muovere i primi passi e imparare a camminare tra i primi 10 e 18 mesi di vita. Ancor prima di imparare a parlare, mangiare, leggere o scrivere – tutte attività che facciamo quasi inconsciamente una volta adulti -, impariamo a muoverci. Quello di mettere il piede destro davanti al sinistro e così via e spostarci da un punto ad un altro, più o meno distante, è forse considerato il gesto consapevole più naturale che ci sia. Camminiamo per andare in un negozio, in ufficio, per raggiungere la nostra auto o la fermata dei mezzi. E ancora, camminiamo per restare in forma: secondo molti studi con certa rilevanza e scientificità, per salvaguardare la propria salute ognuno di noi dovrebbe compiere, si dice, almeno 10 mila passi al giorno. Che poi questa cifra così arbitraria derivi in realtà dal nome di una cintura contapassi prodotta da un’azienda giapponese negli anni Sessanta, la Mampo-Key – per l’appunto, “10 mila passi” -, poco importa. Noi continuiamo a camminare.

Ma se nella vita quotidiana è qualcosa che facciamo perché dobbiamo, perché è naturale, molto spesso dietro al gesto di camminare si nasconde molto di più. E nell’era di auto, treni, aerei e pullman, decidere di percorrere a piedi lunghe tratte di decine di chilometri, spesso simboleggia una sfida con sé stessi, un progetto, un traguardo da raggiungere. «Camminare rappresenta metaforicamente l’andare avanti nella vita: il nostro è sempre un cammino e mettere insieme un’esigenza spirituale con un atto fisico e corporeo è importante perché reintegra la mente, il corpo e l’immaginario. Chi si mette in cammino a piedi per raggiungere un luogo, che sia o meno di spiritualità, ha il tempo, mentre è on the road, di pensare, riflettere, pregare». A dircelo èla professoressa Maria Rita Parsi, nota psicologa e psicoterapeuta italiana oltre che saggista e scrittrice.

Il fenomeno dei cammini e del trekking ha alle spalle una lunga storia. Essa risale ai tempi dell’Impero romano e alcune delle strade utilizzate per il trasporto di merci e persone sono tutt’oggi percorribili. Alla Via Appia e alla Via Aurelia si sono aggiunte poi, nel corso dei secoli, altre strade fino a formare un reticolato che percorre da nord a sud l’Italia intera e non solo, senza considerare le migliaia di sentieri che attraversano colline e montagne, da borgo a borgo fino alle grandi città. Nel secolo odierno la tendenza ad intraprendere percorsi di questo tipo è via via aumentata e ad agevolarla è stata anche l’avvento della pandemia. Le restrizioni che ci hanno costretto nelle nostre abitazioni, il desiderio di evitare gli spazi chiusi e affollati ma anche di riscoprire le bellezze che la nostra terra ha da offrire, così come quello di avventurarsi spinti da motivazioni religiose o spirituali, hanno fatto sì che venissero rispolverati i concetti di viaggio lento e di immersione nella natura.

Secondo le statistiche redatte da Terre di Mezzo Editore nel novembre del 2020 analizzando le Credenziali – una sorta di passaporto che attesta il passaggio del pellegrino – vendute da enti e associazioni, l’avvento del Covid-19 in Italia ha sì arrestato un trend di crescita che andava avanti dal 2016 ma in modo solo lievemente influente. I cammini più lunghi, come la Via Francigena (che dall’inglese Canterbury arriva nella provincia leccese), i cammini francescani e il Cammino di San Benedetto, hanno sofferto di più, ne hanno giovato, invece, i percorsi più brevi e locali, all’interno dei confini regionali. è interessante invece notare come proprio i motivi sopraelencati abbiano spinto ad avventurarsi non tanto i camminatori esperti quanto i principianti, chi non ha mai vissuto un’esperienza di questo tipo. Secondo il sondaggio online lanciato sempre da Terre di Mezzo, infatti, il 13% su un numero complessivo di intervistati di 3.301 persone ha intrapreso un cammino per la prima volta. Ancora più interessante può essere analizzare le motivazioni dietro questa scelta: se per il 22% la decisione è derivata dalla voglia di stare all’aria aperta dopo i mesi di lockdown, per il 43%, invece, è stata preponderante la ricerca del benessere fisico e psicofisico. Al di là degli ovvi benefici fisici sul corpo che può portare il camminare, infatti, numerosi appassionati ed esperti concordano sul fatto che questa attività coinvolge a livelli profondi anche e soprattutto la mente e il suo benessere, come in una sorta di terapia.

Ma un cammino può essere considerato effettivamente ciò? Secondo la professoressa Parsi sì: «è a tutti gli effetti una terapia. Ad esempio, il neurologo italiano Rosario Sorrentino, oltre a prescrivere una farmacoterapia, consiglia ai suoi pazienti di camminare, di allenarsi, perché in questo modo il corpo non solo assume i farmaci che servono a riequilibrare neurobiologicamente il malessere di cui soffre, ma si mette anche in moto e con esso le cellule neuronali, rendendo possibile l’affrontare in modo diverso la realtà. Camminare per raggiungere un luogo, o uno scopo, dà un senso profondo alla vita delle persone. È simbolo del camminare nella vita e l’obiettivo di raggiungere un luogo che può essere di bontà, di fiducia, di accoglienza, ha un significato fortissimo».

La professoressa, inoltre, ci racconta delle esperienze dei suoi allievi. «Ho avuto molte persone che hanno deciso di intraprendere un cammino, alcuni insieme a delle guide spirituali, alcuni in solitudine. Sono motivati a farlo perché è un’esperienza legata al bisogno simbolicamente espresso dal cammino di riprendere il contatto con il cammino che è la vita stessa. L’on the road, inoltre, ha una forte connotazione socializzante perché mentre si cammina si incontrano persone sconosciute, si visitano luoghi mai visti, si mangia in luoghi che non si conoscevano. Ad esempio, se si dorme in tenda anche solo la ricerca del luogo in cui fermarsi è significativa. Tutto questo, quindi, avere l’obiettivo di raggiungere un luogo e nel frattempo poter pregare, chiedere qualcosa, fare una strada per raggiungerlo, è già un insieme di esperienze che cura mentre si viaggia. Se si intraprende da soli, poi, si riacquista anche il senso della solitudine come arricchimento».

Ma se cosa spinge le persone ad intraprendere un cammino, lungo o corto che sia, può apparire chiaro – il bisogno di riflessione, la ricerca di qualcosa, la necessità di riprendere il contatto con la propria esistenza -, così come la conferma che camminare può essere considerato una cura, verrà naturale domandarsi cosa viene dopo, alla fine del percorso, una volta raggiunto il luogo obiettivo. È questa la domanda che abbiamo posto alla professoressa Parsi: come la quotidianità dell’individuo viene influenzata da questa esperienza? «Se si è scelto di fare un percorso e c’è un obiettivo da raggiungere, qualcosa, per forza, cambia profondamente. Ma cosa viene dopo attiene alla storia personale di ciascuno: c’è chi avrà bisogno di elaborare un lutto, c’è chi vorrà riflettere sulla possibilità di intraprendere una nuova carriera, chi chiederà di poter incontrare qualcuno o qualcosa che lo faccia stare bene. E ancora, qualcuno magari vorrà finire di scrivere un libro e chiederà creatività, qualcuno avrà voglia di cambiare profondamente o ritrovare sé stesso. Qualunque sia l’obiettivo, se la persona, con la propria storia e il proprio vissuto, parte con l’intento di elaborare quelle cose che la opprimono o sulle quali ha bisogno di guadagnare certezza, vivrà un cambiamento profondo. Il cammino è una terapia, un lavoro, che unisce anima, mente e corpo e che modifica il proprio approccio con le persone e con la vita sulla base degli insegnamenti acquisiti. È un’esperienza così importante che non può che reintegrare, ma cosa viene dopo è assolutamente soggettivo, come soggettiva è la vita. Ovviamente poi si potranno riscontrare degli elementi di oggettività che si vanno a verificare quando si riaffronta la quotidianità. Ovvero, la persona potrà verificare oggettivamente come la sua soggettività nell’affrontare la vita avrà dato i suoi frutti dopo quel percorso: che si facciano dei passi indietro per rivedere alcune cose – e anche questo vuol dire andare avanti -, o che si facciano dei passi avanti per trasformare la propria vita».

La spinta, dunque, così come il bisogno di camminare, è soggettiva. E soggettivi sono anche i benefici che se ne ricavano.Abbiamo chiesto a Simona Scacheri, giornalista e content manager autrice del blog Fringe in Travel in cui racconta dei suoi percorsi di trekking e dà consigli ad escursionisti esperti e alle prime armi, quali sono i benefici che lei ha riscontrato e riscontra tutt’oggi dalle sue esperienze. «Nel breve periodo il primo beneficio che si percepisce dal camminare deriva dalla “botta” di endorfine: si è oggettivamente più felici perché si sono sfogati pensieri, si è faticato, si sono visti paesaggi stupendi. Sì, la prima sensazione è quella. Nel lungo periodo, invece, l’emozione predominante è la grande soddisfazione che si prova con sé stessi, un elemento fortemente appagante. Nel tempo, poi, rimangono anche ricordi bellissimi, viste da togliere il fiato ed esperienze vissute».

Simona inizia la sua esperienza in questo mondo un po’ per caso: come ci racconta, ad un certo punto della sua vita ha sentito l’esigenza di fare sport, iniziando a correre. Nello stesso periodo, durante una vacanza in Islanda, un gruppo di amici le ha proposto di salire da un sentiero. Ha accettato, un po’ controvoglia, lamentandosi della fatica anche se da corritrice era allenata. Appena arrivati su, come ci dice, le si è aperto un paesaggio che tutt’oggi ricorda, e ha vissuto una sorta di metamorfosi: nonostante la fatica relativa, dal basso non avrebbe potuto vedere quel panorama. «Da quel momento ho cominciato ad appassionarmi e tornata a Milano ho iniziato a frequentare dei corsi di alpinismo ed escursionismo avanzato. Durante quel periodo poi ho vissuto la metamorfosi finale. A quel tempo lavoravo come giornalista di moda in una redazione che da lì ad un anno ha chiuso. Nel frattempo, era il 2014, un’amica mi aveva consigliato di aprire un blog per raccontare le mie avventure in montagna e quando sono stata licenziata, anche se ero arrivata tardi al boom dei blog del 2009/2010, quel blog è diventato la mia vetrina sul mondo».

É stata, dunque, una spinta a portare Simona verso questo tipo di esperienza, una spinta che, come ci dice lei stessa, è indispensabile per iniziare a fare trekking o camminare e farlo con benefici: «chi decide di fare una cosa di questo tipo lo fa perché lo sente. Farlo per qualcun altro, infatti, è un errore: se la fatica supera il piacere non te la godi. Quando sei spinto da qualcosa dentro di te non hai neanche bisogno di prepararti psicologicamente al percorso perché sarà naturale farlo, andare in mezzo alla natura, vedere paesaggi, vivere questa esperienza, consapevoli che ci saranno momenti di maggiore fatica e stanchezza ma anche che, se c’è la voglia, si farà qualsiasi cosa. Camminare è sempre una sfida con sé stessi. Ognuno ha un motivo diverso per farlo, non ce ne sarà mai uno che accomuna tutti: c’è chi lo fa per motivi religiosi o spirituali, c’è chi fa trekking per sfidare il proprio corpo o la propria mente».

Iniziare, dunque, quando è una scelta non ha bisogno di preparazione mentale o psicologica. Al contrario ha bisogno di preparazione materiale. Come ci racconta Simona uno dei primi errori che si commette è quello di andare in montagna non attrezzati a dovere, perché abituati alla città: «la prima difficoltà da affrontare è compiere uno stacco mentale a cui non siamo preparati perché siamo abituati alla città, all’asfalto. Lì è un altro mondo». Affidarsi ad un esperto, quindi, per equipaggiarsi a dovere è il primo passo fondamentale per prepararsi e non farsi cogliere impreparati.

E sempre ad un esperto bisogna affidarsi, poi, per partire! Avventurarsi senza guida, infatti, non è mai una buona idea. «Quando mi sono approcciata alla montagna – ci dice Simona non ne sapevo niente e così mi sono iscritta a dei corsi CAI. Consiglierei a tutti di frequentare dei corsi, unirsi ad amici esperti, gruppi o associazioni che ti possano guidare nella scelta delle attrezzature migliori ma anche che ti possano spiegare la differenza tra i vari percorsi così come tutti i rischi connessi a questo tipo di esperienze. Il consiglio, in generale, è non andare mai in montagna da soli». Il Club Alpino Italiano, l’associazione di amanti della montagna più longeva in Italia, con i suoi corsi, di cui ci parla Simona, è forse il primo ente di riferimento a cui rivolgersi per chi vuole intraprendere un sentiero.

Da gesto naturale, quindi, imparato quando si è poco più che neonati, il camminare può diventare una vera fonte di cambiamento, di salute – fisica e psicofisica -, un’opportunità per sfidarsi, conoscersi, scoprirsi e scoprire la realtà e il mondo intorno a noi. Qualsiasi sia il motivo personale che spinge le persone ad intraprendere un’avventura così “forte”, l’importante è essere consapevoli del “cammino” che si sta compiendo. Per il resto non serve altro che allacciarsi le scarpe – adatte, ci raccomandiamo – e riscoprire l’arte e la cura del viaggiare a piedi.

BOX 1 – I cammini e i percorsi più belli del mondo

Quando glielo abbiamo chiesto Simona ha risposto così: «non c’è un percorso che definirei più bello o più importante per me dal punto di vista emotivo. Ogni singola volta ti dà qualcosa in cambio e non ci si annoia mai. Ricordo, invece, la volta che arrivata alla fine ho pianto a dirotto: ero in Bolivia e avevo appena raggiunto i 5.606 metri d’altezza. Ho pianto un po’ per la fatica, un po’ per l’emozione di aver raggiunto quel traguardo. In generale però non c’è un percorso più bello, è sempre un insieme di meraviglie e si tende comunque a ricordare gli ultimi. Forse uno che consiglierei agli escursionisti esperti è il Giro della Cima Una, sulle Dolomiti di Sesto, da cui si vedono anche le Tre Cime di Lavaredo. É un percorso faticoso ma fattibile e si vedono paesaggi notevoli. É sempre una sorpresa».

Probabilmente ogni escursionista la penserebbe come Simona, non c’è un percorso più bello degli altri. Ma noi vogliamo comunque provare a nominarne qualcuno se non più bello sicuramente più noto. Secondo la rivista inglese The Guardian, i 10 cammini più belli d’Italia sono: i 1.600 chilometri di Santu Jacu, in Sardegna; il Cammino nelle Terre Mutate che attraversa il Parco Nazionale dei Monti della Laga tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo; i già citati Cammino di San Benedetto e la Via Francigena; la breve – soli 130 chilometri – Via degli Dei tra Emilia Romagna e Toscana. E ancora: il Cammino di Oropa in Piemonte; la Via Romea Germanica che dall’Alto Adige arriva nel Lazio; il Cammino Celeste in Friuli-Venezia Giulia e la Via Peuceta dalla Puglia alla Basilicata. Senza dimenticarsi, ovviamente, della Magna Via Francigena siciliana che da Palermo arriva ad Agrigento.

In Europa sono certamente da citare l’England Coast Path; la West Highland Way in Scozia; le St. Olav Ways in Norvegia; le 6 varianti del Cammino di Santiago, tra cui il Cammino Portoghese; il Westweg Trail in Germania; la Via Cretese in Grecia; infine, l’Alpe Adria Trail tra l’Austria, la Slovenia e il Belpaese. In Corsica, invece, si trova il percorso il più difficile d’Europa: il Sentier de grande randonnée 20, o GR20, che attraversa l’isola da nord-ovest a sud-est.

Rimane solo da dare un’occhiata al resto del mondo, dove, per il loro carattere naturalistico, per la storia che raccontano e le difficoltà che presentano, sono particolarmente noti: l’Oregon Desert Trail e il Continental Divide Trail negli Stati Uniti d’America; il Great Himalaya Trail; il Cammino Inca, in Perù; l’Overland Track, in Tasmania; il Trans Panama Trail, dalla Colombia al Costa Rica.

BOX 2 – Cosa mettere nello zaino e cosa sapere prima di partire

La prima cosa da fare quando si decide di partire è scegliere il proprio compagno di viaggio che sarà per tutto il percorso ben saldo sulle spalle: lo zaino. Sceglierlo, tuttavia, non è così scontato. Ci sono infatti diversi fattori da considerare prima di avventurarsi nell’acquisto, tra cui: la tipologia, in base alla destinazione d’uso (un zaino da escursionismo è ben diverso da uno da alpinismo); il volume (consigliato tra i 35-40 litri per una donna e i 40-45 per un uomo); la misura, prediligendo comunque un zaino con sistemi di regolazione dell’altezza dello schienale; il numero maggiore possibile di tasche dove riporre tutto il necessario; una cintura ventrale ben imbottita dove scaricare il peso e la possibilità di avere una tasca predisposta per ospitare una sacca dell’acqua.

Una volta scelto il “compagno”, questo andrà riempito. Gli esperti consigliano di non dimenticare mai a casa: un kit di pronto soccorso e medicinali di prima necessità, un coltellino pieghevole multiuso, una borraccia per l’acqua con filtro incorporato, un fischietto, disinfettanti, una torcia con pile di riserva, un k-way, una power bank, un cappellino per il sole, dei fiammiferi, dei sacchetti di nylon ermetici, un copri zaino, una bussola, mappe. Se il percorso intrapreso dovesse durare diversi giorni, inoltre, potrebbero servire anche: una tenda da campeggio, un sacco a pelo o un materassino e un kit per cucinare.

Non dimentichiamoci, poi, di cibo e bevande! Oltre all’acqua – indispensabile al corpo umano – potrebbe essere utile avere con sé anche delle bevande isotoniche per recuperare sali minerali e zuccheri persi durante il cammino. Oltre i liquidi, invece, superate le tre ore di camminata è consigliato introdurre nell’organismo alimenti solidi. Da preferire cibi facili da masticare, digeribili e ricchi di zuccheri: quindi via a frutta, pane, barrette a base di cereali e frutta, qualche quadretto di cioccolato.

Se l’avventura prevede anche una o più notti fuori, poi, bisognerà anche pensare a dove dormire. In questi casi è facile trovare ospitalità in accoglienze ai pellegrini o a donativo, ostelli, rifugi, ricoveri e ripari. Tutto luoghi dedicati ai pellegrini che offrono non solo riparo ma molto spesso anche qualità, benvenuto e ristoro.

Prima di intraprendere un viaggio come questo, in ogni caso, è sempre consigliabile consultare le guide e i siti web ufficiali così da partire informati su tutti i punti in cui sarà possibile trovare luoghi di accoglienza ed eventuale soccorso. Una volta fatto questo non resterà che camminare!