Vladimir Putin, amato in patria, odiato e temuto all’estero. La storia e i retroscena dell’uomo al potere a vita

In quasi 30 anni dalla caduta dell’Unione Sovietica, avvenuta il 26 dicembre 1991, la scena politica russa è stata per lo più dominata da un solo grande personaggio: Vladimir Putin.

Al potere dal 1999, tutt’oggi Putin è – o almeno sembrerebbe essere – una delle figure più dominanti sulla scacchiera geopolitica.

Quello che è stato soprannominato lo Zar di Russia entra in politica solo a qualche anno di distanza dall’inizio della costruzione del sistema politico della Federazione, dopo il crollo dell’Urss. Con il plebiscito del 12 dicembre 1993, infatti, viene approvata la Costituzione dell’odierna Federazione russa, una Repubblica di tipo semipresidenziale dove il ruolo centrale è ricoperto dal Presidente e il potere legislativo risiede nell’organo rappresentativo dell’Assemblea Federale, formata da Consiglio Federale e Duma di Stato. Quest’ultima viene eletta ogni quattro anni ma, come molti sostengono, le continue riforme del sistema elettorale hanno fatto sì che il sistema partitico russo si cristallizzasse. Tra soglie di sbarramento, sedi certificate dal ministero della Giustizia e raccolte firme approvate da un’agenzia governativa, i partiti non hanno di certo vita facile, nella Russia di oggi come in quella di ieri. Sulla carta i partiti di opposizione esistono ma c’è chi li definisce “partiti golem”, creati e posizionati strategicamente al fine di creare una parvenza di democrazia, soprattutto agli occhi degli occidentali. Un esempio sembrerebbe essere quello di Gennadij Andreevič Zjuganov, leader del Partito comunista, in teoria in opposizione a Russia Unita, partito di Putin, che intrattiene stretti rapporti, soprattutto di tipo economico, con il Presidente.

È questo il contesto in cui Putin si è fatto avanti e che ha contribuito a creare, rimanendo così al potere per oltre vent’anni. Formatosi nel KGB e dimessosi dopo il golpe fallito contro Gorbačëv, lo Zar raggiunge Mosca alla fine degli anni Novanta per dirigere prima l’FSB (erede del KGB), e unirsi poi al governo di Boris Eltsin, di cui diventerà primo ministro nell’agosto del 1999. Alla fine dello stesso anno, con le dimissioni di Eltsin, Putin diventa presidente ad interim, per essere poi confermato in carica nelle elezioni del 2000 e del 2004. Scaduto il secondo mandato di norma avrebbe dovuto lasciare il posto. ma, se l’avesse fatto, Putin non si sarebbe di certo chiamato Putin. Promuove, invece, la candidatura di Dimitri Medvedev e si fa nominare primo ministro, costituendo nei fatti un duumvirato. Nel frattempo, fa modificare la Costituzione per aumentare la durata dei mandati presidenziali fino a 6 anni (e non più quattro) e nel 2012 torna in posizione, confermato ancora nel 2018.

Nel luglio dello scorso anno, nonostante la crisi sanitaria dovuta alla pandemia di Covid-19, il Presidente indice un referendum popolare per approvare l’emendamento costituzionale che gli permetterebbe di rimanere al potere fino al 2036. Il 78% degli elettori russi vota a favore, ma le voci dell’opposizione non mancano di farsi sentire. Una “grande bugia” per Alexei Navalny, un “processo manipolato” per l’associazione Golos. È stato fatto notare, inoltre, che le modifiche costituzionali erano già entrate in vigore diversi mesi prima. Perché fare un referendum dunque? La risposta potrebbe essere cercata all’interno di quel clima di approvazione che Putin stessosembrerebbe aver costruito, pezzo dopo pezzo, sin dal suo insediamento all’inizio del millennio.Nell’agosto del 1999 il suo tasso di approvazione era del 31%, pochi mesi dopo dell’84%, per rimanere, da quel momento in poi, sempre sopra al 60%. Una vera e propria macchina del consenso fatta di molte formalità e diversi capri espiatori.

Il primo risalirebbe già al settembre del 1999 quando le città di Mosca e Volgodonsk furono teatro di una serie di attacchi dinamitardi. Il bilancio fu di oltre mille morti e 300 feriti e la vicenda venne definita “l’11 settembre russo”. Nonostante non abbiano fatto, allora né successivamente, alcuna rivendicazione, il dito venne puntato contro i gruppi separatisti ceceni, in quel periodo impegnati a combattere per l’indipendenza delle regioni del Caucaso dalla Russia. Pochi giorni dopo, con il bombardamento russo di Grozny, capitale della Cecenia, ebbe inizio la seconda guerra cecena. Nel 2002 Alexander Litvinenko, ex spia dell’FSB, pubblicò il libro Blowing up Russia – Terror from Within in cui sosteneva il coinvolgimento degli stessi servizi segreti russi nelle esplosioni come strategia per permettere al futuro Zar di arrivare alla Presidenza e aumentare la sua popolarità. Cosa che di fatto avvenne.

Ad avvantaggiarlo ulteriormente nella corsa al consenso, subito dopo il suo insediamento, fu la crescita economica repentina del Paese, dovuta soprattutto all’aumento dei prezzi del petrolio e delle materie prime. Tra il 1999 e il 2008 l’economia nazionale ha segnato un boom del 94% insieme ad un Pil pro-capite raddoppiato. Altro punto nelle tasche di Putin.

La crisi economica mondiale ha frenato sensibilmente la crescita russa ma ciò, a cui dal 2014 si sono aggiunte le numerose sanzioni internazionali alle aziende dovute all’annessione della Crimea e al ruolo nella guerra civile ucraina ancora in corso, non ha impedito alla Federazione di diventare un top player nella competizione tra superpotenze.

Le ultime elezioni, avvenute lo scorso settembre, tuttavia, sembrano aver visto lo Zar perdere consensi: al di là di uno dei tassi più bassi di affluenza ai seggi, il 45,15%, Russia Unita ha ottenuto il 50% delle preferenze (erano il 54% nel 2016) perdendo 100 seggi della Duma e la possibilità di modificare la Costituzione senza alleanze. Che a pesare siano stati i continui attacchi esterni? Sono molte, infatti, le accuse che l’Occidente gli rivolge.

Stando a queste, in ambito internazionale, negli ultimi anni la Russia avrebbe applicato quella che gli studiosi definiscono “hybrid warfare”: con regolarità cadenzata verrebbero lanciati dall’est attacchi informatici e campagne di disinformazione volte ad indebolire la forza e la credibilità delle istituzioni occidentali. Una strategia, dunque, che mescola le tecniche di guerra tradizionali a strumenti più subdoli e manipolativi. Ne sarebbero esempio la divulgazione dell’account privato di posta elettronica di Hillary Clinton durante il periodo delle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 che la vedevano correre contro Donald Trump, ma anche quelli che sembrano essere stati tentativi più o meno diretti di influenzare l’esito del referendum per l’indipendenza scozzese da Londra del 2014 e di quello per l’uscita del Regno Unito dalla UE nel 2016. O ancora, tramite compagnie private di mercenari russi, estendere il proprio cerchio di influenza nei territori del Medio Oriente e del Nord Africa.

Se nella sua corsa al potere Putin si è fatto molti amici, il Vecchio Continente gli attribuisce anche una discreta lista di nemici.. I già citati Alexander Litvinenko e Alexei Navalny sarebbero tra questi. L’ex spia russa, dopo aver lavorato per il KGB e l’FSB, nel 1991 denunciò i suoi superiori di aver organizzato la morte di Boris Berezovsky, l’oligarca russo rifugiatosi nel Regno Unito per finanziare l’opposizione al Cremlino e dove venne trovato morto suicida nel marzo del 2013. Alleatosi proprio con Berezovsky, Litvinenko ottenne lo status di rifugiato politico in territorio britannico ma nel 2006 venne avvelenato in un hotel londinese con alcune gocce di polonio radioattivo. Dieci anni dopo un’inchiesta della magistratura britannica accusò lo stesso Stato russo, nella persona dell’allora capo del FSB Nikolaj Patrushev o dello stesso Putin, di essere il mandante dell’omicidio e gli agenti Andrej Lugovi e Dmitrij Kovtun di esserne gli esecutori materiali. Il ministero degli Esteri russo si difese, allora, accusando il governo britannico di aver politicizzato il caso ma recentemente la responsabilità della Russia nella morte del dissidente è stata affermata nuovamente in una sentenza della Corte europea dei diritti umani.

Ai giorni nostri, invece, l’oppositore numero uno del Presidente parrebbe essere il redivivo Navalny. Entrato in politica nel 2000 con il partito liberale Yabloko, l’avvocato russo incontra la fama internazionale grazie al blog in cui accusava di corruzione il sistema di potere. Ideatore di diverse proteste e mobilitazioni, Navalny viene condannato diverse volte per appropriazione indebita, condanne che gli impediranno, nel 2018, di correre alle elezioni presidenziali. Nell’agosto del 2020, mentre si trova a bordo di un aereo diretto verso Mosca da Tomsk, in Siberia, accusa un malore costringendo il velivolo ad un atterraggio di emergenza. Viene trasferito all’ospedale Charité di Berlino e, qualche giorno dopo, il governo tedesco riporta che Navalny è stato avvelenato con un agente nervino chiamato Novichok. Intenzionato a rientrare in Russia, nel gennaio 2021 l’oppositore viene fermato non appena posa piede a Mosca e arrestato per violazione della libertà vigilata. Con una nuova sentenza del tribunale moscovita, per lui si aprono così le porte del carcere nella colonia IK-2, nella città di Pokrov, dove tutt’oggi si trova. Di contro, l’Unione europea gli ha recentemente attribuito il prestigioso Premio Sakharov per la libertà di pensiero, gesto che la Russia potrebbe valutare come atto ostile. Quello di Navalny, di Livtinenko, dello stesso Berezovsky, sono solo alcuni dei casi di avvelenamenti e morti sospetti di cui il mandante si può solo sospettare.  Alla lista si aggiungono anche i casi dell’oppositore russo Boris Nemtsov, della giornalista Anna Politkovskaja, dell’attivista Natalja Estemirova. Così come i casi di accuse e condanne di personaggi scomodi: l’oligarca Mikhail Kodorkovskij, l’avvocato Sergej Magnitskij, Nadezhda Tolokonnikova e Maria Alekhnina delle Pussy Riot. Quest’ultimi, tranne Magnitskij deceduto prima, hanno beneficiato della grazia dello Zar.

Ma i “peccati” attribuiti al Presidente non finiscono qua. Solo recentemente, infatti, avrebbe:  orchestrato la crisi dei migranti al confine tra la Polonia e la Bielorussia, ai danni dell’Ue; ridotto la fornitura di gas verso l’Europa per incentivare la messa in funzione del gasdotto Nord Stream 2 (l’impianto collega in modo diretto la Russia alla Germania, cosa che potrebbe permettere a Putin di esercitare pressioni su Bielorussia e Ucraina); appoggiato la politica espansionistica del presidente cinese Xi Jinping, ai danni ad esempio di Taiwan, alleata dell’Occidente.

Chi più ne ha più ne metta, insomma. Ovviamente, l’interlocutore prediletto di questi scontri non può che essere il presidente degli Stati Uniti, nella persona di Joe Biden. Tuttavia, a differenza di quanto preventivato da molti, non sembra al momento prospettarsi una Guerra Fredda 2.0 tra Stati Uniti e Russia. I due leader, infatti, sembrerebbero tendere la mano uno verso l’altro in nome della stabilità strategica tra i due Paesi, tanto che il 2022 potrebbe aprirsi con un loro incontro di persona.

Non resta dunque che aspettare di scoprire quale sarà il ruolo della Russia e di Putin  da qui al 2036 e quali le mosse che potrebbero decidere il futuro della geopolitica globale.

di: Alessia MALCAUS

BOX 1: Putin prima di Putin: le origini

Vladimir Putin nasce nel 1952 in una “kommunalka” nella periferia povera di Leningrado, figlio di un’operaia e di un ex sommergibilista della marina militare russa. Ancora prima di poterli conoscere, perde due fratelli maggiori: Oleg, morto a pochi giorni dalla nascita, e Viktor, deceduto a 9 anni per difterite. Già a 12 anni il sogno del giovane Vladimir è quello di entrare nel KGB, un sogno che raggiungerà nel 1975. Prima si iscriverà alla Facoltà di Legge dell’Università Statale di Leningrado. Durante gli anni degli studi, secondo quanto raccontato da fonti a lui vicine, si fidanza con una giovane studentessa di Medicina, di cui non si conosce il nome, ma il matrimonio non avrà mai luogo. Attenderà il 1983 per sposare la sua attuale ex moglie, Ljudmila Aleksandrovna Skrebneva, da cui divorzierà in modo consensuale nel 2013. La coppia ha avuto due figlie, Marija Putina, nata nel 1985, e Ekaterina Putina, nata nel 1986 a Dresda, la cui vita tutt’oggi è tenuta nascosta in modo maniacale agli occhi del mondo.

BOX 2: Putin prima di Putin: un giovane ufficiale del KGB

«Impiegato diligente, disciplinato, coscienzioso, resistente allo stress e capace di guadagnarsi il rispetto dei colleghi». Nella macchina di costruzione della sua reputazione Putin non ha certo dimenticato di inserire il suo profilo di giovane spia dei servizi segreti russi. All’Archivio Centrale di Stato di San Pietroburgo, infatti, è esposto un rapporto sull’allora venticinquenne Vladimir risalente alla fine degli anni Settanta. Alcuni sostengono si tratti del KGB, il direttore dell’archivio, invece, di una relazione del Komsomol, ramo giovanile del partito comunista sovietico. Di qualsiasi cosa si tratti quel che è certo è che il profilo che ne viene fuori è quello di un giovane definito pronto, disciplinato e scrupoloso, fedele al comunismo e dotato di un certo carisma. Un’attitudine che ha ben sfruttato, negli anni, per circondarsi di ex appartenenti all’intelligence, a partire dal segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev, che prima di diventare tale nel 2008 dirigeva l’FSB, successore del KGB; o Igor Sechin, al fianco di Putin dai tempi dello spionaggio e rieletto l’anno scorso come Amministratore delegato del colosso petrolifero Rosneft. Già allora il futuro Zar veniva lodato per le sue capacità nelle arti marziali, judo, karate e taekwondo, in particolare, di cui ancora oggi fa sfoggio ad ogni occasione utile.