La realtà di un territorio caleidoscopico che merita interpretazioni sempre più complesse. Tra capitalismo e comunismo, nessuno gode. E i diritti umani sfuggono.

Ci sono, nell’estremo Oriente, appena sotto la Cina continentale, 1.106 chilometri quadrati pieni di contraddizioni, un luogo dove tradizione cinese e storia occidentale, sistema economico capitalista e politiche socialiste convivono. Non senza qualche difficoltà.

Nel 1842, con il Trattato di Nanchino che mise fine alla prima Guerra dell’Oppio tra Cina e Gran Bretagna, Hong Kong divenne colonia della corona britannica per rimanere tale (tranne una piccola parentesi giapponese) fino al 1997. In quell’anno, infatti, dopo 156 di dominio, la sovranità di Hong Kong passò definitivamente in mano a quella che nel frattempo – nel 1949 precisamente – era diventata la Repubblica Popolare Cinese. La Dichiarazione congiunta sino-britannica, firmata a Pechino nel 1984 dagli allora primi ministri Zhao Ziyang e Margaret Thatcher, ha reso Hong Kong una Regione Amministrativa Speciale: per 50 anni, fino al 2047, il sistema capitalista introdotto dai britannici rimarrà intatto e la Regione manterrà un determinato grado di autonomia amministrato secondo la Legge fondamentale di Hong Kong, almeno sulla carta. La soluzione politica che permise alla Cina di riappropriarsi di Hong Kong fu quella della cosiddetta “una Cina due sistemi”, proposta dal capo comunista cinese Deng Xiaoping. La Cina è una, dunque, ma questa soluzione prevede che al suo interno esistano aree amministrate secondo sistemi politici, giuridici ed economici diversi, tra cui proprio l’isola di Hong Kong.

Tale sistema, tuttavia, non ha dovuto attendere molto per rendere esplicite le sue idiosincrasie interne. Già nel 2014 la Rivoluzione degli ombrelli, condotta da manifestanti pacifici del movimento Occupy central with love and peace contro la riforma elettorale proposta dal potere centrale, aveva messo in luce come gli accordi tra RPC e Regno Unito non venissero pienamente rispettati o comunque presentassero non poche lacune. Le proteste avevano portato, l’anno successivo, all’arresto e alla condanna di diversi esponenti pro-democrazia, tra cui gli attivisti Joshua Wong, Nathan Law e Alex Chow, leader e volti del movimento nonché successivamente nel 2016 fondatori del partito democratico Demosistō. La questione Hong Kong è tornata in prima pagina, ancora più prepotente, nel 2019 quando i manifestanti pro-democrazia sono nuovamente scesi in strada per protestare contro il disegno di legge per l’estradizione dei latitanti verso Paesi con cui Hong Kong non ha accordi di estradizione, tra cui proprio la Cina continentale. La proposta di legge, presentata dal segretario alla sicurezza cinese John Lee, se approvata avrebbe superato quel confine di autonomia giudiziaria che la Regione mantiene, sottoponendo gli inquisiti alla legge dei tribunali controllati dal Partito Comunista Cinese.

La proposta di legge è stata poi sospesa e in seguito ritirata definitivamente, ma nel giugno 2020 ad alimentare nuovamente il fuoco delle proteste è stata l’approvazione da parte dell’Assemblea nazionale del popolo di Pechino della Legge sulla sicurezza nazionale. Il provvedimento, portato avanti dal potere centrale ai danni delle stesse istituzioni hongkonghesi, punisce gli atti di sovversione, secessione, terrorismo e collusione con le forze straniere compiuti nell’ex colonia britannica e se, da un lato, rappresenta la risposta della Cina ai disordini sull’isola, dall’altra mina ancora di più il doppio sistema alla base del ritorno sotto la sovranità cinese e la debole democrazia presente nella Regione. Il rischio, e la preoccupazione di molti, è che la legge venga utilizzata come strumento politico più che come via al mantenimento della sicurezza pubblica. Nei fatti, tra le proteste del 2019 e del 2020 e con l’approvazione della Legge sulla sicurezza nazionale, sono stati arrestati oltre 9 mila manifestanti e sostenitori della democrazia, tra cui i leader della Rivoluzione degli ombrelli, l’editore Jimmy Lai, nonché molti partecipanti alle primarie del fronte democratico d’opposizione. Lo scorso ottobre, 7 degli attivisti scesi in piazza il giorno dopo l’approvazione della Legge sono stati, inoltre, condannati a pene detentive dai 6 ai 12 mesi proprio in virtù della stessa norma. In questo contesto e nell’ultimo anno, Pechino ha avuto buon gioco nel portare avanti la repressione politica sfruttando le restrizioni dovute all’emergenza sanitaria, come nel caso della commemorazione della Protesta di Tienanmen a Victoria Park, vietata per due anni di fila. Una pagina della storia che tuttavia la popolazione non ha voluto ignorare, occupando la piazza accanto al massiccio dispiegamento delle forze di polizia. Lo scorso settembre, in ogni caso, le pressioni delle autorità hanno avuto la meglio perché, dopo 32 anni dai fatti del 1989, il gruppo alle spalle della veglia annuale, l’Alleanza di Hong Kong, si è sciolto soprattutto a causa dell’arresto della dirigenza, tra cui i leader Lee Cheuk-yan e Albert Ho e il nuovo organizzatore Chow Hang-tung. In una lettera fatta circolare prima del voto di scioglimento, Lee scriveva: «nessun regime può togliere la memoria e la coscienza delle persone, la convinzione dell’Alleanza è già stata ereditata nei cuori di ogni persona di Hong Kong, la speranza è lì. La lotta per rivendicare il 4 giugno e stabilire la democrazia sarà portata avanti da migliaia di persone».

Ma per capire davvero cosa sta succedendo ad Hong Kong e soprattutto cosa potrebbe succedere nel prossimo futuro e più avanti è necessario indagare più a fondo sui suoi rapporti storici con la Cina continentale e su come il periodo coloniale britannico abbia influito o meno sulla cultura politica locale. Ne abbiamo parlato con il Prof. Guido Samarani, docente di Storia della Cina e Storia e Istituzioni dell’Asia Orientale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e autore de La Cina contemporanea (Piccola Biblioteca Einaudi, 2017).

«Sono venuti al pettine problemi mai risolti o mal risolti in passato: tra questi problemi c’è innanzitutto la debolezza e la carenza dell’eredità lasciata sul tema della democrazia e della rappresentanza popolare dal periodo coloniale britannico prima del ritorno di Hong Kong alla Cina nel 1997» – ci dice il Prof. Samarani. È vero infatti che sotto il dominio britannico Hong Kong non poteva certo definirsi una democrazia: il governatore della colonia proveniva sempre dal Regno Unito e seguiva le indicazioni rilasciate da Londra mentre i rappresentanti della comunità venivano selezionati dall’amministrazione coloniale soprattutto tra gli esponenti della classe imprenditoriale. Dal punto di vista giuridico, nonostante i natali della Basic Law di Hong Kong, una sorta di carta costituzionale dell’isola, siano ancora incerti – c’è chi sostiene derivi dalla Dichiarazione con cui la Regione è passata sotto la sovranità cinese, c’è chi d’altro canto afferma tragga la sua autorità dalla Repubblica Popolare Cinese in quanto decreto legislativo – è indubbia l’influenza della common law britannica. Che poi questa influenza abbia riscontro anche sulla popolazione, invece, è un altro paio di maniche: molte volte è stato fatto notare quanto gli abitanti hongkonghesi abbiano subito in modo preponderante la cultura tradizionale orientale, in particolar modo i valori morali confuciani. «Da una parte si sottolinea che il sistema giuridico della common law britannica ha svolto un ruolo importante, soprattutto tenendo conto che il periodo coloniale è durato per molti anni, pur tra vari cambiamenti; dall’altra, tuttavia, si mette in discussione l’effettiva influenza del sistema giuridico sulla gran parte della popolazione cinese, la quale sembra essersi basata più sulle tradizioni cinesi, come mediazioni sociali e composizione armonica dei conflitti. In tal senso la common law sarebbe stata utilizzata di fatto solo dai colonizzatori ed, eventualmente, dai settori dell’élite cinese» – ci conferma il Prof. Samarani in merito agli studi controversi sul tema.

Pensare dunque che le proteste e le manifestazioni degli ultimi anni derivino dai ricordi dei bei tempi coloniali andati potrebbe rivelarsi sbagliato. Maggiormente corretto potrebbe essere, invece, credere che sia stata la violazione dei diritti, umani e democratici in primis, fatta senza tenere conto delle peculiarità storiche, sociali e culturali degli abitanti di Hong Kong, a spingere i movimenti pro democrazia ad alzare la testa. Un elemento che ci sottolinea anche il Prof. Samarani. «Anche da parte di settori di Hong Kong fortemente critici verso Pechino si è fatto notare che in realtà buona parte delle proteste di questi anni e mesi miravano ad ottenere maggiore autonomia concreta e sviluppo di diritti previsti dalla Basic Law, tra cui l’elezione diretta del capo dell’esecutivo, oggi di fatto nominato da Pechino, e la modifica della legge elettorale che mantiene di fatto un sistema in cui la rappresentanza popolare è sostanzialmente garantita in modo assai debole e parziale. Costoro hanno sottolineato dunque che quei settori che puntano all’indipendenza dell’isola dalla Cina erano in origine minoritari e che sono diventati sempre più influenti proprio a causa delle non risposte o risposte negative da parte cinese sul tema dei diritti, nonché del perdurare ed aggravarsi della crisi economico-sociale». Questo potrebbe essere uno di quei nodi venuti al pettine di cui ci parla il Prof. Samarani: «l’idea di fondo, da parte della leadership cinese, che il periodo di 50 anni della “transizione”, durante il quale era previsto il mantenimento di una serie di principi e di libertà per Hong Kong, si sarebbe risolto alla fine positivamente, senza tenere conto che Hong Kong non è la Cina, anche se ne fa parte: vi sono identità, esigenze, domande assai diverse, radicate nell’esperienza storica dell’isola, nonostante la stragrande maggioranza della popolazione sia cinese».

Oltre al presente, a preoccupare è il futuro di Hong Kong: nel 2047, infatti, scadrà la Dichiarazione congiunta che nel 1997 ha portato l’isola sotto la sovranità cinese e con essa anche quella garanzia, seppur a tratti violata, di autonomia democratica ed economica. Non ci si può esimere dal chiedersi quale potrà essere lo scenario per quella data, alla luce degli accadimenti presenti. Davanti si aprono 26 anni in cui, come ci dice lo stesso Prof. Samarani, si farà sempre più forte l’esigenza di apertura al dialogo per la creazione delle condizioni necessarie affinché si affermi il benessere della popolazione. Abbiamo provato ad indagare quali potrebbero essere i fattori che influiranno sul destino hongkonghese. Innanzitutto di particolare importanza potrebbe rivelarsi il ruolo economico che la Regione ricoprirà. «Hong Kong continuerà ad essere fondamentale ai fini del ruolo di internazionalizzazione economica e finanziaria della Cina, com’è stato finora e come facevano presagire i primi passi dopo il 1997, o il suo ruolo nell’ambito del sistema economico, finanziario ed internazionale cinese tenderà ad indebolirsi a scapito di altre aree in espansione?» Dobbiamo ricordare infatti che, complice l’apporto capitalista e imprenditoriale britannico durante la colonizzazione, al momento del cambio di sovranità Hong Kong rappresentava per la Cina un modello prospero e all’avanguardia da emulare, un polmone finanziario da far proprio. Immediatamente dopo, però, tra il 1997 e il 2003, l’isola è stata colpita, in sequenza, dalla crisi finanziaria asiatica, dall’epidemia di influenza aviaria H5N1 e da quella di Sindrome Acuta Respiratoria Severa (SARS). Parallelamente, invece, la Cina ha affermato sempre di più il suo ruolo nell’economia mondiale, trovandosi oggi tra le fila dei big player globali. Ad oggi a mettere ancora più a rischio l’economia hongkonghese sono le sempre maggiori restrizioni dovute alla pandemia di Covid-19 che hanno fortemente influenzato i flussi commerciali. Due tra i principali colossi economici del mondo, Goldman Sachs e Blackrock, hanno già lanciato l’allarme: le regole ferree mantenute fino ad ora rischiano di compromettere in modo irreparabile l’economia dell’isola. La risposta alla domanda sul futuro, dunque, non è così scontata.

Un altro grande punto interrogativo potrebbe essere rappresentato dal clima politico globale: «l’ambito nel quale la Cina si troverà ad operare nei prossimi anni e decenni sarà tendenzialmente pacifico ed improntato al dialogo e alla collaborazione tra le maggiori potenze, oppure ci si muoverà sempre più su quell’onda che a mio parere sembra essere da “spirito della guerra fredda” e che sembra stia caratterizzando questo nuovo secolo?» – si chiede, e con lui tutti, il Prof. Samarani. Sicuramente a farla da padrone saranno, in primis, i rapporti tra Washington e Pechino che, tuttavia, in questo 2021 si sono lesionati sempre di più.. Già a marzo durante il summit ad Anchorage, in Alaska, le delegazioni cinesi e quelle statunitensi hanno inscenato un gioco di forza, accusandosi gli uni gli altri di violare sistematicamente i diritti umani, fronteggiandosi sulla questione di Xinjiang, Hong Kong e Taiwan a Oriente e sul razzismo sistemico ad Occidente. Scontri che non avevano subito mancato di spostarsi anche sul versante economico con, ad esempio, la decisione dell’amministrazione Biden di portare avanti la black list delle aziende cinesi già introdotta da Donald Trump. Ma di occasioni di scontro tra i due colossi mondiali, nel corso degli ultimi mesi, ce ne sono stati tanti: il Medio Oriente, il clima, le mire espansionistiche di Xi Jinping così come il riequilibrio strategico degli interessi statunitensi. Il rischio, come sottolinea il docente, è che la politica internazionale possa essere influenzata, come ha già fatto e continuare a fare, dalla politica interna che via via si fa sempre più assertiva, e viceversa. «Credo che un mondo ricco di incertezze e tensioni non possa che favorire oggettivamente politiche interne più rigide e meno flessibili a Pechino».

Sta di fatto che non si può non guardare con forte preoccupazione a quanto sta succedendo e a quanto succederà ad Hong Kong. Il clima di repressione che coinvolge l’isola così come moltissime altre parti del mondo ha trovato linfa vitale nella pandemia di Covid-19, mettendo in luce i difetti strutturali delle maggiori leadership mondiali, quella cinese inclusa. Una tesi sostenuta anche nel Rapporto Annuale 2020-2021. La situazione dei diritti umani nel mondo di Amnesty International, la stessa ONG che nelle scorse settimane ha annunciato la chiusura degli uffici presenti sull’isola. Una decisione “guidata dalla legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, che ha reso impossibile alle organizzazioni per i diritti umani nella città di lavorare liberamente e senza timore di gravi rappresaglie da parte del Governo”, come il presidente Anjhula Mya Singh Bais ha scritto in una nota.

di: Alessia MALCAUS