Mentre Aung San Suu Kyi perde autorevolezza, nel suo paese cresce la voce dei giovani. Che potrebbero fare di più di una leader mai del tutto vincente

Nel 1991 il Comitato per il Nobel norvegese, quello per la pace, le assegnò l’importante riconoscimento in nome della sua lotta non violenta per la democrazia e i diritti umani in Birmania. Nel 2012, ben 21 anni dopo l’assegnazione, la soprannominata “The Lady” si potè finalmente recare ad Oslo per ricevere il premio, alla fine degli arresti domiciliari e della reclusione all’interno del Paese come dissidente politica. Sul finire del 2019, tuttavia, solo lo Statuto impedì al Comitato di cancellare il di lei nome dalla lista di quei personaggi che, dal 1901 ad oggi, hanno contribuito in modo esemplare alla pace internazionale.

Aung San Suu Kyi: proprio il suo nome, insieme al suo volto, ha rappresentato, a partire dagli anni Novanta, la battaglia per la libertà umana in uno dei Paesi asiatici più difficili e complessi. Ma nel 2019, quando il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite chiese che i capi delle forze armate del Myanmar venissero processati per il genocidio dei rohingya, questa donna straordinaria – in tutti i sensi in cui è possibile esserlo – insieme al suo governo, insediatosi nel 2016 in cooperazione con i militari, venne accusata, in un rapporto lungo 20 pagine, di non aver usato la sua posizione e autorità morale per fermare la persecuzione nei confronti della minoranza musulmana. Non perse il Nobel, dunque, ma altri premi sì: il Museo dell’Olocausto statunitense le ritirò il Premio Elie Wiesel, assegnatole nel 2012, mentre nel 2017 Amnesty International le revocò il titolo di Ambasciatrice della coscienza, la più alta onorificenza assegnata dall’Ong. Così fece anche il Parlamento europeo con il Premio Sakharov per la libertà di pensiero che Strasburgo le aveva assegnato nel 1990 e il Canada che nel 2007 le aveva riconosciuto la cittadinanza onoraria.

Da icona pacifista, dunque, lei, Aung San Suu Kyi, oggi agli occhi degli occidentali non gode più di quell’aura di moralità che sembrava seguirla ad ogni passo. Ma il suo Paese, la Birmania, o meglio l’etnia di maggioranza, quella dei bamar, continua a considerarla una leader.

La posizione della “Lady” è nuovamente mutata il 1° febbraio 2021 quando, dopo le elezioni di novembre che hanno visto trionfare il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia, l’esercito guidato da Min Aung Hlaing ha preso il potere del Paese con un golpe promettendo un sistema multipartitico democratico e nuove elezioni. Ma nessuno, evidentemente, gli ha creduto: sin dai primi momenti il popolo, guidato soprattutto dai giovani della Generazione Z, è sceso in piazza per protestare contro la presa di potere, portando avanti le manifestazioni di disobbedienza civile che da anni caratterizzano il Paese. Alla natura pacifica dei manifestanti, d’altro canto e secondo quando riportato sui media di tutto il mondo, la giunta militare ha risposto con violenza e repressione. Secondo le Nazioni Unite per i diritti umani i conflitti degli ultimi mesi hanno fatto fuggire oltre 100 mila persone e causato una vera e propria emergenza umanitaria, senza contare la morte di oltre 800 persone e l’arresto di quasi 6 mila. Tra queste c’è proprio Aung San Suu Kyi: la sua non può essere definita che una lunga parabola di cui si conosce l’estremo di partenza ma non l’estremo di arrivo. Il prossimo 14 dicembre, infatti, nel tribunale speciale di Naypyidaw, capitale del Paese, si attende il pronunciamento della sentenza per il processo che la vede imputata per aver violato le restrizioni legate alla pandemia da Covid-19. Ma è solo la punta dell’iceberg: sul capo della leader birmana, infatti, pendono ben 11 capi di accusa, tra cui il possesso illegale di walkie-talkie, la violazione della legge sulle telecomunicazioni e di una legge sui segreti di Stato risalente all’epoca coloniale, il reato di sedizione, il pagamento illecito di 600 mila dollari e più di 11 chilogrammi d’oro, l’aver costruito una casa su un terreno di proprietà della Daw Khin Kyi Foundation, ente benefico da lei fondato in nome della madre. Se il complesso dei processi dovesse concludersi a suo sfavore con il massimo della pena, si troverebbe a scontare oltre 100 anni di carcere. Oggi, dunque, è impossibile non chiedersi quale sarà il destino della sua leadership. Soprattutto dopo che il suo più stretto collaboratore, Win Htein, è stato condannato a 20 anni per tradimento, dopo lo scioglimento della LND per frode elettorale da parte del presidente della Commissione elettorale dell’Unione, sostenuta dalla giunta militare, Thein Soe. .

Dietro all’arresto e al processo della soprannominata Orchidea di ferro, in ogni caso, sembrerebbe nascondersi molto di più. Nel 2015, infatti, quando la LND vinse le elezioni libere, quello che si era creato intorno ad Aung San Suu Kyi era un vero e proprio culto riconosciuto all’interno del Paese ma anche a livello internazionale. Temendo nuove reazioni autoritarie e interventi dell’esercito, la leader decise di intraprendere la strada degli accordi e i militari, dal canto loro, si convinsero a farsi da parte e sfruttare la sua popolarità. La Birmania, in quel momento, annegava tra le sanzioni internazionali per la repressione, il Pil pro-capite si aggirava intorno ai 1.270 dollari e la Cina – il cui Pil era invece di 7.380 dollari – controllava di fatto il Paese. Liberarla, dunque, e renderle possibile l’accesso al potere ha significato rientrare nelle grazie del mondo e attingere alla sua rete di contatti e relazioni per rilanciare l’economia. Per anni militari e democratici hanno convissuto ma a febbraio, con le accuse di brogli elettorali e il golpe, la giunta ha fatto sapere pubblicamente e ufficialmente al mondo che semplicemente non riconosce più il potere di Aung San Suu Kyi.

Tanto che lo scorso ottobre il regime militare ha voluto dare un colpo al cerchio e uno alla botte annunciando, da un lato, la liberazione in occasione del festival delle luci di Thadingyut di 5.000 oppositori arrestati durante le proteste, e, dall’altro, vietando a Khin Maung Zaw, avvocato di Aung San Suu Kyi, di “comunicare, incontrare e parlare con media stranieri e locali, diplomatici stranieri, organizzazioni internazionali, rappresentanti di governi stranieri o qualsiasi altra organizzazione esterna, direttamente o indirettamente”. Togliendo, dunque, all’Occidente l’unica fonte di informazioni in merito al processo.

Il nastro si è quindi riavvolto e la Lady è tornata ad essere una dissidente. Eppure, da quel 2010 in cui era stata finalmente liberata molta acqua è passata sotto i ponti. Quello che forse nessuno si aspettava davvero è che il Nobel per la pace, come molti hanno fatto notare, sviluppasse durante gli anni del potere “una leadership autocratica” e fosse “eccessivamente dipendente da una piccola cerchia di consiglieri della vecchia guardia”, per usare le parole del diplomatico americano Bill Richardson. Il culmine di questa trasformazione si è rivelata essere la questione etnica. Il gruppo al quale appartiene Suu Kyi, infatti, è quello dei bamar buddhisti che costituisce i due terzi della popolazione ma convive con altre ben 134 etnie. Alcune di queste sono, da decenni, al centro di ripetuti attacchi violenti e degli allarmi lanciati dalle organizzazioni umanitarie: il caso più conosciuto è sicuramente quello dei musulmani rohingya, secondo l’Onu la minoranza più perseguitata al mondo, ma non è l’unico. Ad aver sofferto durante gli anni del regime militare e dopo sono anche, ad esempio, i Karen, originari della Mongolia e del Tibet insediati nella Birmania orientale. Per loro aveva fatto ben sperare, forse, l’ascesa della figlia di Aung San, presidente del Paese che aveva concordato con i capi delle grandi etnie l’indipendenza politica e sociale con il Trattato di Planglong. Eppure, durante gli anni del potere della LND non molto è cambiato mentre le truppe governative hanno continuato ad attaccare la zona costringendo decine di migliaia di persone a superare il confine con la Thailandia. E ancora, alla lista dei profughi si aggiungono anche i Kachin e gli Shan.

Alla risposta di Aung San Suu Kyi, blanda, inesistente e alcune volte perfino difensiva, alle violenze sistematiche messe in atto dall’esercito molti hanno cercato di trovare una spiegazione. Difficile, infatti, credere che una delle principali icone della democrazia abbia improvvisamente deciso di chiudere gli occhi. Ci hanno provato, tra questi, i giornalisti del New York Times Max Fisher e Amanda Taub, trovando quattro possibili letture: il mantenimento del consenso (schierarsi contro i bamar negli attacchi ai rohingya avrebbe voluto dire perdere potere all’interno dell’elettorato), la paura che l’esercito avrebbe potuto riprendere il controllo dello Stato – cosa che poi è in effetti successa -, la condivisione delle ostilità nei confronti delle minoranze – opzione non molto lusinghiera per un premio Nobel -, il retaggio culturale del Paese che ha reso la Lady semplicemente figlia di una società complessa e particolarmente frammentata nonché storicamente in conflitto.

Qualunque fosse la risposta giusta, la motivazione, probabilmente nessuno sforzo è davvero servito dal momento che il Paese è nuovamente in mano all’esercito. Sta di fatto, invece, che probabilmente Aung San Suu Kyi, se oggi non è più un’icona, è stata sicuramente una maestra per il suo popolo. I primi a ribellarsi, subito dopo il colpo di Stato dello scorso febbraio, sono stati i medici e i paramedici indicendo uno sciopero generale nazionale e paralizzando l’intera struttura sanitaria. Del resto, i rapporti tra il generale Hlaing e i camici bianchi erano già ai ferri corti dal 2015 quando l’élite progressista diede vita al movimento di protesta contro la militarizzazione del sistema sanitario con la nomina dei militari in posizioni chiave nella Sanità. Allora si chiamava Black Ribbon Movement, oggi è il Civil Disobedience Movement, a cui nel tempo hanno aderito anche gli ingegneri, gli aviatori, il personale degli enti pubblici e non solo. I birmani si sono organizzati e non hanno mancato di rendere globale la loro protesta: nonostante la giunta militare abbia cercato di oscurare i social network, i manifestanti sono stati in grado di trovare comunque il loro palcoscenico e rendere noto al mondo cosa stava e sta tutt’oggi succedendo.

Se questo succedeva a febbraio, dopo molti mesi la situazione non è affatto cambiata se non che i militari hanno stretto sempre di più le maglie della repressione. Recentemente un dispiegamento delle forze verso il nord del Paese ha fatto drizzare le antenne all’Onu: «dobbiamo essere pronti a delle atrocità ancora più numerose» – ha, infatti, detto Tom Andrew, il relatore speciale dell’Onu per i diritti umani in Birmania. Già ad inizio aprile il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite chiedeva a gran voce che venissero imposte sanzioni dure alla giunta soprattutto in risposta alle violenze perpetrate nei confronti dei civili. L’ambasciatore cinese presso l’Onu Zhang Jun aveva sottolineato che le sanzioni avrebbero inasprito ulteriormente la situazione mentre l’emissaria delle Nazioni Unite nel Myanmar, Christine Schraner Burgener, preventivava lo scoppio di una guerra civile. Cosa che in effetti è accaduta: il golpe e le proteste hanno riportato alla luce i conflitti, mai davvero cessati, con le autonomie etniche regionali. Per l’Onu quella della Birmania è uno “stato di catastrofe dei diritti umani” e mentre i militari bloccavano l’arrivo degli aiuti umanitari in moltissimi chiedevano a gran voce l’intervento della comunità internazionale. Tra questi citiamo Francesca Lancini, giornalista freelance esperta del contesto asiatico, che a fine aprile scriveva sull’Istituto per gli studi di Politica Internazionale: «il colpo di stato […] si è aggiunto a una povertà dilagante e alla pandemia da Covid-19, sconvolgendo e bloccando ogni settore pubblico e privato. Il 90% degli uffici statali è inattivo. Molte fabbriche, soprattutto manifatturiere di tessuti, abbigliamento, accessori, hanno interrotto la produzione. I treni non partono, i camion restano parcheggiati. Le merci giacciono in dogane e porti quasi deserti. Circa 2 mila banche private hanno chiuso i battenti. Gran parte dei lavoratori birmani ha deciso di usare lo sciopero come arma di pressione contro il regime, col rischio di restare senza impiego[…]. Si tratta di un mezzo dettato dalla disperazione, che paralizza tutto ma coglie spesso di sorpresa i despoti». Il colpo di Stato potrebbe portare al tracollo definitivo di un’economia già barcollante con conseguente collasso dello Stato birmano. A questo si aggiungeranno una crisi sanitaria e alimentare senza precedenti. Secondo le stime del World Food Programme dell’Onu nei prossimi mesi ben 3,4 milioni di persone soffriranno la fame in Myanmar.

Nonostante questo, le proteste sono andate sempre avanti, più forti che mai: nello sciopero di febbraio i cartelli in mano ai manifestanti recitavano “Avete sbagliato generazione. Non molliamo” e i flash-mob di protesta organizzati e improvvisati si sono susseguiti a lungo per le strade principali di Yangon, Mandalay e altre città. Professori e studenti hanno perfino boicottato l’inizio dell’anno scolastico, lo scorso 1° giugno, per esprimere il proprio dissenso. Anche dopo il blocco dello scorso anno dovuto alla pandemia.

Qualunque sarà il destino di Aung San Suu Kyi, dunque, forse il ricambio generazionale e la tenacia del popolo faranno sì che oggi la Birmania non abbia più bisogno della sua leader storica per combattere a favore della democrazia.

di: Alessia MALCAUS

BOX 1: Birmania o Myanmar? La storia dietro al nome

Fino al 1989 la Birmania era la Birmania. A partire da quella data, invece, la Birmania – Burma in inglese – è diventata la Repubblica dell’Unione del Myanmar, abbreviata più frequentemente in Myanmar, e da quel momento un solo Stato ha avuto due nomi. In quell’anno, infatti, dopo una grave crisi economica, le rivolte studentesche e il colpo di Stato del generale Saw Maung, la giunta militare al potere decise di cambiare i nomi del Paese e di diverse località per renderli più vicini alla pronuncia birmana. Lo scopo era quello di prendere così le distanze in modo definitivo dal periodo coloniale britannico. Nel 1990 la stessa giunta indisse le prime elezioni libere dopo 30 anni ma quando a vincerle fu il partito di Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia, il governo venne negato. Ecco perché la leader e i suoi sostenitori si rifiutarono sempre di utilizzare il nome Myanmar, per non legittimare il potere militare, salvo poi essere la stessa Suu Kyi ad utilizzarlo nel 2016 durante il suo primo discorso alle Nazioni Unite in rappresentanza del Paese come ministro degli Esteri. Cadute le motivazioni politiche, dunque, non ne rimangono molte altre per scegliere un termine o un altro. In lingua birmana, infatti, la loro pronuncia è quasi identica cosicchè la scelta per gli autoctoni è puramente stilistica: Myanmar viene utilizzato nei contesti formali, Burma in quelli informali.

BOX 2: I pacifisti da Nobel più contestati di sempre

Dal 1901 al 2020 a ricevere il premio Nobel per la Pace sono state 105 persone, di cui 16 donne, e 24 organizzazioni. Ma di queste assegnazioni non poche sono state seguite da polemiche, contraddizioni e addirittura ripensamenti. Non serve neanche soffermarsi troppo sui casi più evidenti, di cui basta citare la sola nomina di Stalin (nel 1945 e nel 1948) o quella quasi satirica di Adolf Hitler nel 1939, l’assegnazione a Mikhail Gorbachev nel 1990, al Presidente Usa Theodore Roosevelt nel 1906 o quella già citata ad Aung San Suu Kyi. In tempi recenti, uno dei casi che ha fatto più discutere è stato quello di Barack Obama: nel 2009 l’appena insediato alla Casa Bianca ricevette il premio per gli sforzi nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli. Forse un po’ prematuro, viene da pensare, visto che il bilancio del suo doppio mandato presidenziale ha visto gli Stati Uniti infrangere ogni record in termini non proprio pacifici. La spesa media annua militare è arrivata a 663,4 miliardi di dollari (più dei 634,9 raggiunti da George W. Bush), le basi militari all’estero hanno toccato quota 800 in 135 Paesi, l’export di armamenti ha raggiunto il 33% del mercato mondiale (anche in questo caso il precedente primato, del 30%, toccava a Bush). Senza contare l’autorizzazione a sganciare oltre 26 mila bombe su 7 Stati e l’inasprimento dei rapporti con la Russia di Putin in un revival da Guerra Fredda. Un decennio dopo arriva un altro premio Nobel dato con troppa fretta: nel 2019 è il turno del primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Avrà anche messo fine al conflitto contro la vicina Eritrea, ma neanche un anno dopo ha dovuto fare i conti con una guerra civile tutt’ora in atto. E ancora: nel 1978 fu la volta del leader israeliano Menachem Begin, ma poi Israele invase il Libano; Yassir Arafat, leader palestinese, fu premiato nel 1994 per gli accordi di Oslo salvo poi guidare la seconda intifada contro l’occupazione israeliana; l’Unione Europea venne premiata nel 2012 mentre imponeva alla Grecia severe condizioni finanziarie. Anche Madre Teresa di Calcutta, Nobel nel 1979 e santa canonizzata dal 2016, a metà degli anni Novanta riceveva il biasimo della rivista medica britannica The Lancet per non fornire antidolorifici ai pazienti moribondi nel suo ospedale di Calcutta.

C’è stato anche chi, proprio a sottolineare l’ambiguità del premio, l’ha addirittura rifiutato: l’unico fu nel 1973 Lê Ðức Thọ, rivoluzionario e militare vietnamita secondo il quale gli Accordi di pace di Parigi che dovevano interrompere l’intervento statunitense in Vietnam non erano stati rispettati. Ma si parla anche del cosiddetto “Nobel mancato”, quello a Mahatma Gandhi, nominato per ben quattro volte (nel 1937, 1938, 1939 e 1947) ma a cui non fu mai assegnato. Nel 1948 il Nobel perse un anno perché, a detta del Comitato, non esisteva nessun personaggio in vita meritevole di tale premio. Il Padre della nazione indiana, a quel punto, era già morto, assassinato da Nathuram Godse con tre colpi di pistola il 30 gennaio dello stesso anno, e il riconoscimento norvegese perse una buona occasione.

Forse ha ragione Asle Sveen, storico del Premio Nobel, quando dice che l’assegnazione del titolo di fautore della pace è rischiosa in quanto non è possibile predire il futuro e che ciò rende il premio per la Pace diverso da tutti gli altri, sicuramente controverso. E, del resto, come poteva non essere controverso il premio istituito per volontà testamentaria di colui che ha costruito la sua fortuna grazie all’invenzione di quello che non può essere certamente definito un simbolo di pace, qual è la dinamite? Che invece l’assegnazione del 2021 alla giornalista filippina naturalizzata statunitense Maria Ressa e al giornalista russo Dmitry Muratov possa far ricredere lo storico?