Dietro le criptovalute non c’è magia ma tecnologia pura. Sistemi complessi che possono avere molte evoluzioni

Nft e blockchain. Sembra che ormai non si parli d’altro. Ma se questi termini sono fin troppo conosciuti, ad essere meno noto è ciò che si nasconde dietro: la tecnologia, la loro applicazione attuale e futura e, soprattutto, gli impatti che potrebbero avere, siano essi positivi o negativi.

Ma di cosa si tratta esattamente? La blockchain è una “Distributed ledger technology”, una tecnologia basata sul registro distribuito privo di mediazioni e decentralizzato. In parole povere, la blockchain è un registro elettronico strutturato in blocchi: ogni blocco rappresenta un gruppo di transazioni online operate dagli utenti che partecipano alla rete. Ciascun anello della catena virtuale è criptato e contrassegnato con una marca temporale che attesta in maniera immutabile la data e l’ora dell’operazione. L’idea di fondo della blockchain, quella del registro, diciamo la verità, non può essere di certo definita rivoluzionaria. Circondati come siamo da registri e database, la vera novità introdotta da questa tecnologia risiede nel fatto che ogni dato inserito è inalterabile, permanente e perciò sicuro.

L’ambito in relazione al quale si sente parlare più spesso di blockchain è sicuramente quello delle criptovalute e, in particolar modo, dei Bitcoin. Nata nel 2009, la Bitcoin è stata la prima criptovaluta ad utilizzare questa tecnologia e tra alti e bassi ha raggiunto la quotazione record di 66 mila dollari. A farle compagnia sono presto spuntate altre valute digitali come Ethereum, Coinbase, Binance Coin, Dogecoin ed altre, tra le quali ricordiamo la neonata cEur, la prima ancorata all’euro. Addirittura dopo il successo della serie coreana targata Netflix Squid Game, era stata lanciata sul mercato la criptovaluta Squid che, dopo aver raggiunto il valore di quasi 3.000 dollari, si è rivelata un “pull rug”, in buona sostanza una truffa.

L’applicazione della tecnologia blockchain può essere divisa in tre macrocategorie. La prima è la blockchain 1.0 e riguarda tutti i processi di carattere finanziario per la gestione delle criptovalute. La seconda è la blockchain 2.0 che, con l’implementazione degli smart contracts, ovvero protocolli informatici per il rispetto e l’esecuzione di un contratto, ha ampliato i campi di applicazione della tecnologia. E, infine, c’è la blockchain 3.0 che sembra rappresentare il futuro della quotidianità: con la diffusione delle “Dapp” (decentralized applications), la blockchain verrà infatti inglobata nelle cose connesse, i dispositivi del cosiddetto Internet of things, e le applicazioni si auto-compileranno senza alcun tipo di apporto umano.

E se quello delle criptovalute è solo il primo di una serie infinita di campi in cui la tecnologia blockchain potrebbe trovare utile applicazione, numerosi settori industriali e del terziario hanno già avviato diverse sperimentazioni, dal campo assicurativo e quello dell’assistenza sanitaria, dall’agroalimentare per finire alla logistica. La sua capacità di semplificazione sembrerebbe particolarmente adatta per tutti quei settori con struttura a filiera. Basti pensare alla supply chain: registrando ogni singolo passaggio delle merci e dei prodotti, clienti e consumatori potrebbero sempre avere contezza della provenienza e del percorso compiuto da ciò che acquistano (la Doc e la Dop digitali, insomma). Senza considerare che, grazie agli smart contracts, anche la gestione degli ordini, delle consegne, della fatturazione e dei pagamenti verrebbe automatizzata. C’è inoltre chi fa notare che il tracciamento delle catene di approvvigionamento delle materie prime storicamente “insanguinate” (basti pensare ai diamanti o al cobalto, uno dei principali metalli utilizzati nelle batterie per veicoli elettrici) potrebbe davvero garantire, forse una volta per tutte, la produzione etica e sostenibile.

Una delle evoluzioni più interessanti della blockchain è quella degli Nft (“Non-fungible-token”), “gettoni” registrati sulla catena virtuale che certificano in maniera tracciabile e crittografata il passaggio di un’informazione. Questi token vengono detti, appunto, non fungibili perché non sono interscambiabili né replicabili: ogni “gettone” si riferisce, dunque, ad un unico oggetto. Questa tecnologia ha trovato sbocco in particolar modo nell’ambito artistico, contesto nel quale gli Nft sono paragonabili a dei certificati di proprietà, che si tratti di opere e oggetti digitali o fisici. Ecco come funzionano: la versione digitale del bene viene trasformata in una sequenza di codice binario, detta hash; gli hash vengono salvati su blockchain e gli Nft tengono traccia delle vendite degli hash fino a risalire al creatore. Se da un lato gli Nft sembrano aver creato la crypto-art, contribuendo allo svecchiamento del mondo dell’arte e del collezionismo, d’altro canto dal punto di vista giuridico la proprietà dell’opera sembra trovarsi in una zona grigia. L’unico diritto che il proprietario di un Nft può vantare è proprio quello di possedere un Nft ma non l’oggetto a cui rimanda. Fermo restando che ogni Nft è diverso, così come sono diverse le piattaforme su cui vengono venduti, l’unico modo per vantare ulteriori diritti sull’opera sarebbe quello di affidarsi ad un contratto ordinario, vanificando nei fatti l’utilizzo della tecnologia stessa.

Nonostante dubbi, perplessità, opinioni discordanti, la febbre da Nft sembra inarrestabile. Da quando a inizio marzo la londinese Christie’s si è guadagnata un posto nella storia come prima casa d’aste a battere un’opera interamente digitale basata su Nft (Everydays: The First 5000 Days dello street artist Beeple, venduta per 69 milioni di dollari – cifra ancora mai superata), gli esempi si sono susseguiti. Neanche un mese dopo Sotheby’s ha venduto una serie di 3.080 animazioni dell’artista Pek, per un totale di 16,8 milioni di dollari. E ancora, John Watkinson e Matt Hall dello studio americano Larva Labs hanno sviluppato un algoritmo che ha generato automaticamente 10mila ritratti in stile pixel, poi messi in vendita con il nome di CryptoPunks: ad oggi il 43% dei Top 100 NFT Sales portano il loro nome. Ma non solo arte: la lista di oggetti digitali vendibili e acquistabili in Nft continua ad allungarsi e arricchirsi di casi sempre più curiosi. Solo nel 2021 il Time ha venduto in Nft tre copertine della rivista; Elon Musk, Ceo di Tesla, ha messo sul mercato una canzone in Nft che parla nientemeno che di Nft; Jack Dorsey, fondatore di Twitter, ha dato un prezzo al suo primo tweet. E questi non sono sicuramente i prodotti più strani. Nel 2019 è stata venduta, per oltre 100 mila dollari, la prima auto da corsa di Formula1 totalmente digitale, denominata 1-1-1, da far correre nel videogioco blockchain F1 Delta Time. Anche il mondo delle corse dei cavalli non è stato risparmiato, in particolare il gioco online Zed Run, che gira sulla blockchain di Ethereum. Nel videogioco è possibile allevare e scambiare cavalli digitali per poi partecipare, dietro pagamento, alle corse che mettono in palio premi da qualche centinaio di dollari. Il primo cavallo in Nft è stato venduto nel 2019 per 30 dollari e da quel momento è stato un percorso tutto in discesa. Degli 11 mila venduti fino ad oggi, la maggior parte ha superato i 15 mila dollari mentre il più costoso ha toccato, udite udite, i 125 mila dollari. Non solo un gioco, dunque, ma un vero e proprio giro di soldi da tenere d’occhio.

C’è anche chi vende un pezzo del proprio corpo. È il caso della tennista Oleksandra Oliynykova che ha venduto in Nft il “diritto esclusivo a vita per lo spazio sul braccio destro e sulla spalla”. Uno spazio di 15 centimetri per 8 da riempire a proprio piacimento. Più di recente, invece, il regista Quentin Tarantino ha messo all’asta su OpenSea, uno dei marketplace di Nft più noti, 7 scene mai viste del cult movie Pulp Fiction i cui token sono stati realizzati dal blockchain Secret Network. È il caso di dire: una vera chicca per collezionisti!

A questo punto rimane solo da chiedersi quali veri benefici possa portare in futuro la tecnologia blockchain e quali sono, invece, i maggiori rischi. Qualcuno ha già individuato la blockchain come un ottimo strumento per concretizzare i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) definiti dalle Nazioni Unite in merito allo sviluppo ambientale, economico e sociale. Una delle parole chiave sembrerebbe essere “trasparenza”: la rete informativa decentralizzata e priva di autorizzazione dall’alto potrebbe risolvere molte problematiche in merito alle catene di approvvigionamento, come già accennato, ma anche ai processi istituzionali e burocratici e ai sistemi di potere sbilanciati.

Guardando l’altra faccia della medaglia, come fatto notare da alcuni, proprio la mancanza di controllo potrebbe causare l’inserimento di informazioni contraffatte o falsificate.

Dal punto di vista ambientale, invece, il consumo di energia elettrica della Bitcoin desta tutt’oggi molte preoccupazioni. Per generare nuovi blocchi da unire alla blockchain su cui si basa, infatti, si deve compiere un processo di risoluzione di un algoritmo crittografico, processo denominato “mining”: per ogni blocco “minato” viene generato un nuovo bitcoin, con una media di uno ogni 10 minuti circa. Il mining richiede una quantità di energia elettrica considerevole, per un consumo annuo che secondo le statistiche varia dai 77 ai 121 Terawattora, al pari di una Nazione grande come il Cile o l’Argentina. Anche le cifre delle emissioni di CO2 non sono cosa da poco: l’impatto è di 37 milioni di tonnellate all’anno, corrispondenti alle emissioni della Nuova Zelanda. Gli esperti si chiedono se lo sviluppo e l’implementazione delle energie rinnovabili possano alleggerire l’impronta ambientale della blockchain ma le opinioni, anche in questo caso, sono contrastanti. D’altro canto, secondo il rapporto del Bitcoin Mining Council, rispetto al consumo energetico mondiale, il mining di Bitcoin consuma solo lo 0,12%.

Oltre alle energie rinnovabili, un’ulteriore soluzione al problema sembra arrivare dall’introduzione in alcuni network di nuovi protocolli di verifica per l’aggiunta dei blocchi alla catena, alternativi all’attuale Proof-of-Work, come il Proof-of-Stake e il Proof-of-ElapsedTime. Questi protocolli richiederebbero, infatti, un calcolo computazionale più veloce e più efficiente a livello energetico. 

Recentemente ha visto la luce l’algoritmo Hashgraph, un’ulteriore tecnologia Distributed ledger technology che promette di essere più economica, più veloce e, soprattutto, più efficiente. Questo algoritmo sembrerebbe eliminare la necessità di calcoli massicci e dei conseguenti consumi energetici ingenti, mantenendo allo stesso tempo gli alti livelli di scalabilità e di sicurezza. A conti fatti poi, nata nel 2009 in risposta alla crisi finanziaria del 2008, la blockchain non si può certamente definire una tecnologia nuova: in tempi in cui l’innovazione corre alla velocità della luce, chi può dire che non sia già divenuta vecchia?

di: Alessia MALCAUS