Per 16 anni “Mutti” è stata la principale protagonista delle dinamiche politiche europee

Lo scorso 26 settembre la Germania ha visto concludersi un’era: quella di Angela Merkel. La cancelliera è stata eletta nel 2005 e, per oltre 15 anni, è stata, nel bene e nel male, la protagonista assoluta delle dinamiche politiche europee oltre che la figura dominante di un periodo storico segnato da innumerevoli crisi: quella finanziaria del 2008, la successiva dell’euro, l’incidente nucleare di Fukushima nel 2011, la messa in discussione dell’atlantismo con l’elezione di Donald Trump fino alla pandemia che ha messo in ginocchio il Paese.

Una leader pragmatica a cui va riconosciuto il merito di aver modernizzato il suo partito, una donna che ha saputo adattarsi di volta in volta all’ostacolo da superare, tessendo compromessi e mantenendo sempre molto alto il consenso popolare, benché le sue decisioni abbiano spesso avuto una controparte oscura, un elemento di incompiutezza.

Il suo stile di leadership è sempre stato fondato su pragmatismo e perseveranza, sulla volontà di conservare uno status quo politico ed economico che garantisse la centralità della Germania in Europa. Non ha governato seguendo un concetto di grande strategia ma ha trascinato il Paese letteralmente fuori dalla storia, concentrando i suoi sforzi nella tutela e nell’espansione del surplus commerciale, considerato il metro di misura della potenza economica tedesca.

Nata nel 1954 ad Amburgo come Angela Dorothea Kasner, la futura cancelliera si è formata nella Germania dell’Est. Suo padre era un pastore luterano, sua madre un’insegnante. È una scienziata prestata alla politica: nella Ddr si è laureata in fisica all’Università di Lipsia ed è stata segretaria di un piccolo gruppo della Freie Deutsche Jugend, un’organizzazione giovanile del regime responsabile per l’agitazione e la propaganda dell’Accademia delle Scienze della Germania dell’Est. Nel 1977 ha sposato l’ex studente di fisica Ulrich Merkel, conosciuto a Mosca, di cui avrebbe sempre mantenuto il cognome.

Al momento della caduta del Muro, Merkel si è rivolta inizialmente ai socialdemocratici per iniziare la carriera politica, salvo cambiare successivamente idea e appoggiarsi alla Cdu, dove le venne permesso di fare subito carriera perché “donna, dell’Est e laureata in Fisica”.

Il cancelliere Helmuth Kohl approvò la candidatura di Merkel al Bundestag, il Parlamento federale tedesco, nominandola ministro per le Donne e i Giovani nel terzo Governo tra il 1991 e il 1994 e ministro dell’Ambiente nel seguente, tra il 1994 e il 1998, anno in cui Angela sposò in seconde nozze il collega scienziato Joachim Sauer.

Ma la vera svolta per la carriera politica di Angela arrivò nel 1998 con la sconfitta di Kohl alle elezioni: acquisì popolarità nell’ambito della discussione sul tema della transizione energetica dal nucleare e nel 2000, a seguito di uno scandalo che coinvolse Kohl, ebbe modo di criticarne la linea di condotta e di presentare sé stessa come il volto nuovo capace di riportare i centristi democristiani al Governo.

Fu un successo.

Merkel fu in grado di cavalcare l’onda della crescente rivolta sociale contro le difficoltà economiche e guidò l’opposizione tra il 2002 e il 2005 fino alle elezioni anticipate che videro l’Unione Cdu-Csu perdere due milioni di voti, con il parallelo tracollo della Spd che spianò a Merkel la strada per la cancelleria federale.

Fu il primo di quattro mandati, tre dei quali caratterizzati da un generale immobilismo, che ha portato grossi benefici alla grande industria esportatrice tedesca.

«Con lei sai che atterrerai sempre sano e salvo, ma non sai mai dove atterri», racconta uno dei suoi critici. Eppure, dietro la grande politica, regina del compromesso, esiste una donna che non ha mai negato i suoi limiti e le sue paure.

Significativa, in questo senso, la sua fobia dei cani, strumentalizzata da Vladimir Putin in più di un’occasione. Si tratta di un timore che affonda le sue radici in un episodio risalente alla giovinezza di Merkel: durante l’estate del 1995, mentre era in giro con la bici nella campagna di Unckermark, un bracco tedesco di nome Bessi le morse il ginocchio, costringendola ad andare in ospedale. Da allora la cancelliera ha rinunciato alle corse in bicicletta e ha evitato di avvicinarsi ai cani.

Nel gennaio del 2006 il presidente russo la accolse offrendole un enorme cane di peluche, in quello che potrebbe sembrare un modo velato di rompere il ghiaccio e contemporaneamente la dimostrazione di aver studiato a fondo il suo interlocutore, fino a conoscerne le sue debolezze più intime.

Putin replicò lo scherzo in seguito nel 2007 con un cane vero: un labrador nero che lasciò di sasso la Merkel, come dimostrano alcune foto in cui la cancelliera appare visibilmente tesa. In seguito, Merkel commentò così: «lo capisco, perché fa questo, deve provare di essere un uomo. Ha paura della sua stessa debolezza».

Più di ogni altro esponente della Commissione, Merkel negli anni ha rappresentato l’Europa e la sua governance, a partire da quando nel 2007 ha guidato le negoziazioni finali per il Trattato di Lisbona. Ha affrontato poi gli anni della Grande Recessione e della crisi dei debiti sovrani tra il 2010 e il 2011, rappresentando il volto duro dell’austerità, del rigore sui conti pubblici e della linea dura contro i Paesi in difficoltà.

Il risveglio, brusco, avvenne nel 2015 con la grande crisi migratoria: si erano accumulate nel Paese contraddizioni interne connesse alla disuguaglianza economica e alle prospettive lavorative della popolazione. L’ultimo mandato è stato caratterizzato dal contenzioso geopolitico ed economico con gli Usa per i continui rapporti energetici con la Russia, ma anche dal rapporto con un amico-nemico della Germania, Mario Draghi, che è riuscito a limare molto la linea intransigente di Merkel in campo migratorio ed europeo.

Dopo le ultime elezioni Angela Merkel ha deciso di rinnovare la Grande Coalizione con i socialdemocratici e in Germania sono ripresi gli investimenti pubblici, ma all’interno del partito ci sono state numerose spaccature. La situazione è radicalmente cambiata con lo scoppio della pandemia.

Il Covid ha valorizzato la Cdu come partito di Governo e Merkel è tornata a far parlare di sé per come ha affrontato la crisi, con il solito pragmatismo, ma impregnato di un’umanità nuova: ha imposto decisioni spedite sulle chiusure e ha mobilitato oltre 156 miliardi di euro di potenziale deficit, oltre a porsi come mediatore tra i falchi rigoristi e i Paesi mediterranei sulle misure comunitarie da imporre per tamponare gli effetti del contagio.

Il colpo di coda della cancelliera è stata la governance del Recovery Fund, che ha segnato un vero compromesso tra la Angela Merkel del passato e quella contemporanea, più fusa con i drammi del presente e più coinvolta in Europa.

Angela Merkel è stata rinominata affettuosamente “Mutti” dai tedeschi e, nel corso del tempo, ha dimostrato di non essere una Lady di ferro ma, anzi, di essere pronta a riconoscere i propri errori: come accaduto per esempio a seguito della caduta di Kabul, in Afghanistan, quest’estate.

Sotto di lei, la Germania ha raggiunto la più alta crescita del Pil tra i grandi d’Europa, ma i nodi economici da risolvere rimangono numerosi, dai lavori part-time particolarmente ingenti, alle vecchie infrastrutture, al divario tra Est e Ovest del Paese.

Dal 2005, anno in cui è salita al potere, al 2021, il reddito reale pro capite dei tedeschi è aumentato del 18%, persino più di quanto non sia accaduto negli Stati Uniti. Una crescita spinta soprattutto dalla produttività del lavoro, che ha permesso un aumento dei salari rimanendo competitivi sul mercato internazionale.

Il motore dell’economia sotto il Governo di Merkel è stato l’export: la Germania oggi è il terzo esportatore al mondo ed è leader internazionale nel mercato delle automobili, della componentistica dei veicoli e dei medicinali confezionati. Le aziende tedesche sono state tra le principali beneficiarie del boom economico della Cina con cui ha sempre commerciato.

Sotto questo fronte, Merkel ha lavorato duramente per permettere alla Germania dell’Est, da cui proviene, di recuperare il gap storico con le Regioni occidentali: le riforme dei Governi Merkel, quasi sempre composti da CDU e SPD con l’eccezione dell’esecutivo del 2009 che è stato formato con i liberali, hanno lavorato spingendo proprio verso questo obiettivo.

Negli anni sono emerse alcune curiosità su Mutti, per esempio l’amore per la cucina e la passione sfrenata per il calcio: secondo diverse fonti, ai fornelli i cavalli di battaglia della leader tedesca sono la zuppa di patate, il polpettone e, soprattutto, la torta di prugne. In ambito calcistico, invece, Merkel tifa per l’Energie Cottbus, di cui oggi è membro onorario. La squadra milita attualmente nella serie C della Germania unita.

Il successore di Angela Merkel non raccoglie un’eredità facile: vestire i panni di una donna arrivata così in alto e rimasta al potere per quasi 16 anni sarà complesso, ma altrettanto potrebbe esserlo affrontare i nodi rimasti da sciogliere. Il lato oscuro del Governo Merkel: la povertà, che non ha accennato a diminuire; la ritrosia nei confronti della spesa e degli investimenti pubblici, che hanno portato a un invecchiamento delle infrastrutture, con costi altissimi in termini di disastri ambientali, come dimostrato dall’ultima alluvione del luglio scorso; la liberalizzazione dei “minijob”, i cosiddetti “lavoretti”, posti di lavoro a basso salario e part-time, un’arma a doppio taglio che ha portato la Germania a essere oggi il Paese dell’Ue in cui i “contrattini” sono più diffusi.

Nonostante tutto, e forse anche per quel senso di nostalgia insito nell’animo umano, che al momento di dire addio tende ad alleviare il ricordo degli errori, Angela Merkel rimane una personalità molto apprezzata dai tedeschi. Le sue posizioni centriste e moderate le hanno garantito l’appoggio anche di chi non si riconosceva nei valori del suo partito di provenienza, una tendenza che si è manifestata anche all’estero. Basti pensare che in quasi il 90% delle principali economie al mondo più della metà dei cittadini ha approvato il lavoro della cancelliera, secondo quanto emerge dagli indici di approvazione che sono al loro massimo storico in 18 dei 29 Paesi del sondaggio condotto da ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Per dirle addio, durante il suo ultimo comizio prima del voto il suo partito l’ha omaggiata con un cuore di pan di zenzero gigante con su scritto Grazie. E il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha concluso con quello che è il pensiero della maggior parte della politica internazionale: «il Consiglio senza Angela Merkel sarà come Roma senza il Vaticano, come Parigi senza la Tour Eiffel»: possibile, ma senza dubbio diverso. Se poi questa diversità sarà buona o cattiva resta tutto da vedere.

di: Micaela FERRARO