Si tratta di Anders Behring Breivik. Non ha mai mostrato pentimento per le vittime degli attacchi terroristici del 2011

Nel 2011, il 22 luglio, fece esplodere una bomba ad Oslo, uccidendo 8 persone e ferendone altre 209. Subito dopo si è travestito da poliziotto e ha traghettato verso l’isola di Utoya dove ha ucciso a sangue freddo 69 ragazzi lì per un campo estivo organizzato dal Partito Laburista, ferendone altri 110. Oggi Anders Behring Breivik, rinominato “il mostro di Utoya”, da 10 anni in carcere per il massacro, non si dice pentito per quanto ha fatto. Anzi, l’allora 32enne ha approfittato del tempo trascorso in cella per perfezionare la sua idea di futuro tra derive neonaziste, studi universitari, progetti di libri e ricorsi contro il sistema carcerario norvegese.

Mentre la Norvegia non dimentica le vittime, Brevik punta alla libertà condizionale attraverso una revisione legale alla quale ha diritto dopo 10 anni di prigione in base all’ordinamento vigente. Nel 2012, infatti, durante il processo, l’estremista di destra venne dichiarato sano di mente e quindi responsabile delle stragi con conseguente condanna a 21 anni, il massimo della pena in Norvegia. A questa condanna, inoltre, si possono aggiungere di volta in volta, in caso di comprovata pericolosità, pene aggiuntive di cinque anni. Data l’entità dei fatti e dato il suo mancato pentimento, è difficile prendere in considerazione che Brevik possa ottenere la libertà condizionale, anche in un sistema ultragarantista come quello di Oslo.

Nel 2015 il “mostro di Utoya” si è iscritto all’Università di Oslo per studiare Scienze Politiche. Secondo alcune fonti, inoltre, avrebbe proposto a diversi produttori ed editori un film o un libro sulla sua vita, dietro il pagamento di circa 8 milioni di dollari per i diritti. Qualche anno fa Brevik, detenuto in un carcere di massima sicurezza e in isolamento con a disposizione tre camere fornite di palestra, PC senza Internet, televisione e Playstation, si è lamentato delle condizioni “disumane” in carcere, riferendosi in particolar modo al limitato contatto sociale e al controllo delle comunicazioni postali e telefoniche. Il ricorso del 2016 contro lo Stato norvegese a causa delle proprie condizioni carcerarie giudicate “disumane e umilianti” venne in prima istanza parzialmente accolto, per poi essere rigettato in appello l’anno dopo. Lo stragista si era dunque rivolto alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo che aveva respinto il suo ricorso nel giugno 2018, giudicandolo “manifestamente infondato e irricevibile“. Nel frattempo aveva deciso di cambiare nome in Fjotulf Hansen, una combinazione tra il cognome norvegese più comune e uno dei nomi propri più rari, alimentando il suo disturbo narcisistico della personalità.

«Non ha avuto esaurimenti nervosi, non ha espresso alcun rimorso, è orgoglioso di quello che ha fatto. Semmai, stando a quanto abbiamo rilevato, è ancora più convinto delle sue posizioni di estrema destra» – osservò, nel corso di un’udienza nel 2017, il pubblico ministero Fredrik Sejersted. In quell’occasione Breivik si presentò facendo platealmente il saluto romano e dichiarando che i principi del Mein Kampf di Adolf Hitler “sono le uniche ragioni per cui sono in vita oggi“.

Oggi, a ricordo delle vittime degli attentati del 22 luglio 2011, si sarebbe dovuta tenera una commemorazione, precisamente alle 15.25, momento in cui il sole avrebbe illuminato la prima di 77 colonne di bronzo davanti all’isola, fuori dalla capitale. Per tre ore e 8 minuti, l’esatta durata dell’attacco, il sole avrebbe raggiunto ciascuna delle colonne progettate dagli architetti Manthey Kula, commemorando ogni persona uccisa. Invece, il memoriale resterà incompiuto a causa di piani modificati, rinvii, interventi dei tribunali, scontro fra le famiglie dei ragazzi uccisi e i residenti ancora traumatizzati, che temono l’arrivo dei visitatori sulla loro tranquilla isola. «È davvero deludente che molti sopravvissuti e familiari non abbiano un luogo dove andare. Non hanno un monumento nazionale al dolore di quel giorno» – ha detto Sindre Lysoe, sopravvissuta all’attacco e ora alla guida della segreteria generale del Partito laburista giovanile.

Alcuni memoriali spontanei, però, esistono: fuori dalla cattedrale di Oslo ci sono mille rose in ferro che richiamano il mare di fiori deposti dai norvegesi nei giorni successivi alla tragedia, opera inaugurata nel 2019. Sull’isola di Utoya, invece, c’è solo un cilindro metallico sospeso tra gli alberi che porta incisi i nomi delle vittime.

di: Alessia MALCAUS

FOTO: ANSA/EPA/LISE ASERUD