Nella lista compaiono anche l’ex ad di Aspi Castellucci, l’ex ad di Spea Galatà e altri tra dirigenti e dipendenti delle società coinvolte. Si attende la data dell’udienza preliminare

«Immobilismo e consapevolezza dei rischi» – dicono i pm. Dopo la chiusura delle indagini lo scorso aprile (ne abbiamo parlato qui), la Procura di Genova ha richiesto il rinvio a giudizio per 59 persone per il crollo del Ponte Morandi, avvenuto nell’agosto del 2018. Degli indagati iniziali, 71, sono 10 le posizioni stralciate in attesa di ulteriori approfondimenti, per lo più figure marginali, mentre tre sono morti prima della chiusura dell’inchiesta.

Le accuse avanzate dai pm sono, a vario titolo, omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, attentato alla sicurezza dei trasporti, crollo doloso, omissione d’atto d’ufficio, e omissione dolosa di dispositivi di sicurezza sul lavoro. Contestata ad alcuni anche la colpa cosciente. Tra i 59 imputati compaiono gli ex vertici ed ex dirigenti di Aspi, tra cui l’ex amministratore delegato Giovanni Castellucci, il manager Paolo Berti e l’ex direttore delle manutenzioni Michele Donferri Mitelli e l’ex ad di Spea, la controllata per le manutenzioni, Antonino Galatà. Ma anche ex dirigenti e dipendenti del gruppo Atlantia, funzionari del Ministero delle Infrastrutture e delle due società Autostrade per l’Italia e Spea. Anche per le due società Aspi e Spea è stato chiesto il rinvio a giudizio.

«Il momento emotivamente più critico – ha fatto sapere il procuratore aggiunto Paolo D’Ovidio – è stato quello del 14 agosto 2018, quando abbiamo ricevuto la notizia. Oggi c’è la massima soddisfazione, con la consapevolezza che i miei colleghi Terrile e Cotugno hanno fatto un gran lavoro, sono stati straordinari».

In tre anni di indagini, portate avanti dalla Guardia di Finanza guidata dal colonnello Ivan Bixio, sono stati raccolti in 200 faldoni e 92 hard disk da due terabyte ciascuno centinaia di intercettazioni, decine di escussioni di testimoni e i risultati di due incidenti probatori (il primo sui i resti del viadotto al momento del crollo e il secondo sulle cause della tragedia). Una mole di lavoro enorme che ha messo in luce un modus operandi del vecchio management delle società coinvolte che consisteva in una minima spesa per garantire ai soci i massimi dividendi. Dall’inchiesta sul Ponte Morandi hanno avuto origine altre tre inchieste sui falsi report sullo stato di salute dei viadotti, sulle barriere fonoassorbenti pericolose e sui report sulle gallerie e la mancata messa in sicurezza. Chi subirà una condanna, oltre alle accuse già formulate, dovrà pagare le spese processuali e una parte dei due milioni di euro che la Procura ha speso per il software necessario all’elaborazione delle migliaia di file sequestrati.

Sul rinvio a giudizio si è espressa anche Egle Possetti, fondatrice del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi: «la mole delle persone rinviate a giudizio dà il senso di quanto fosse estesa la gravità della situazione, parliamo di 59 persone che probabilmente erano informate dello stato delle infrastrutture e delle condizioni del ponte Morandi – ha commentato l’inchiesta sul crollo del viadotto – Con il rinvio a giudizio ci si avvicina all’avvio del processo. Per noi è ovviamente auspicabile che il processo parta quanto prima e che proceda speditamente, ma è altresì importante ricordare che queste 59 persone erano probabilmente informate della situazione, dello stato di salute di quel viadotto. Per noi è quindi importante che si faccia pulizia non solo da un punto di vista giudiziario ma anche da un punto di vista amministrativo».

Ora si attende che il gup del Tribunale di Genova emetta il verdetto sulla richiesta di processo dei pm ma la data per l’udienza preliminare non è ancora stata fissata.

di: Alessia MALCAUS

FOTO: ANSA