La Corte d’Assise di Bergamo ha risposto negativamente alla richiesta di accesso ai reperti dei legali di Massimo Bossetti, condannato in via definitiva per l’omicidio di Yara Gambirasio

Torna in prima pagina il caso dell’omicidio di Yara Gambirasio. La Corte d’Assise di Bergamo, presieduta dal giudice Donatella Nava, ha negato alla difesa di Massimo Bossetti l’accesso ai reperti del processo. Viene esclusa anche la ricognizione dei corpi di reato. Il 1° luglio del 2016 la stessa Corte aveva condannato Bossetti all’ergastolo per l’omicidio della 13enne Yara, sentenza poi confermata il 17 luglio del 2017 dalla Corte d’Appello di Brescia e il 12 ottobre del 2018 dalla Corte di Cassazione.

La difesa, composta dagli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, aveva avanzato la richiesta in vista di una possibile revisione della sentenza di condanna definitiva a carico del 51enne di Mapello. Sentenza arrivata dopo tre gradi di giudizio e una complessa operazione d’indagine, oltre che caso di cronaca nera più noto in Italia negli ultimi anni.

Anche la diatriba sui reperti non è stata da meno. Il 22 novembre del 2019 il presidente della Corte d’Assise di Bergamo Giovanni Petillo aveva in prima istanza autorizzato gli avvocati ad esaminare le prove, istanza poi corretta a dicembre con una mera ricognizione. Nel frattempo, su richiesta del pm Letizia Ruggeri, dopo la condanna definitiva, i reperti erano stati confiscati e Petillo aveva dovuto respingere le richieste dichiarandosi non più competente. A quel punto i legali si erano rivolti alla Corte di Cassazione che lo scorso 12 gennaio aveva dichiarato la Corte d’Assise ancora competente ad esprimersi sui reperti, anche se confiscati, ma la decisione di Petillo andava presa in composizione con i giudici popolari. Annullati i decreti del presidente Petillo del 26 maggio e del 30 giugno 2020, dunque, la risposta spettava nuovamente alla Corte d’Assise. Ieri sera è arrivata la decisione della Corte presiediuta dal giudice Nava che ha esposto in 19 pagine le motivazioni del rigetto dell’istanza “a ottenere l’adozione di provvedimenti di vario contenuto finalizzati a ottenere l’accesso ai corpi di reato e la loro ricognizione”. I reperti in discussione sono i vestiti indossati dall’adolescente la sera in cui è stata uccisa e su cui è stata rinvenuta la traccia di Dna 31 G20 attribuita a Bossetti e prova madre del processo, le stesse “caratterizzazioni” dei profili genetici del Dna eseguiti dai Ris e dalla Polizia giudiziaria e i Dvd con la raccolta fotografica eseguita dai Carabinieri del Ris nell’ambito delle indagini.

In ogni caso la “prova regina”, la traccia di Dna 31 G20 che aveva condannato Bossetti, era stata definitivamente dichiarata esaurita durante l’udienza dello scorso 19 maggio. I test, dunque, non erano più replicabili ma la difesa chiedeva il riesame delle altre prove, anche se considerate di secondaria importanza.

Oltre il danno anche la beffa per i difensori di Bossetti. Su richiesta fatta in aula dal procuratore Antonio Chiappani lo scorso 19 maggio, i giudici della Corte d’Assise di Bergamo hanno altresì disposto la trasmissione degli atti alla Procura di Venezia per valutare eventuali ipotesi di reato ai loro danni. Nei mesi scorsi, infatti, gli avvocati avevano presentato un esposto contro i magistrati orobici parlando di illeciti sulla gestione dei reperti del caso Yara, accusandoli di depistaggio e frode processuale. Toccherà ora ai veneziani indagare sull’operato dei colleghi ma il rischio per Salvagni e Camporini è un’accusa di calunnia.

«La cosa che voglio stigmatizzare, che non avevo detto prima per rispetto della Corte, è una richiesta di trasmissione degli atti dalla Procura di Bergamo alla Procura di Venezia in quanto gli avvocati avrebbero calunniato la Procura stessa. Quindi un ennesimo tentativo di imbavagliare, di zittire la difesa molto molto grave che a questo punto vedrà anche la difesa passare al contrattacco» – ha affermato Claudio Salvagni, legale di Massimo Bossetti, dopo la decisione della Corte alla trasmissione Iceberg di Telelombardia. – «La Procura di Bergamo ritiene che le nostre parole e i nostri scritti siano calunniosi. Cioè noi avremmo accusato sapendo l’innocenza, avremmo accusato di reati la Procura di Bergamo. Noi siamo degli avvocati, scriviamo e parliamo in nome e per conto del nostro cliente, e adesso andiamo fino in fondo per vedere chi ha fatto cosa e dove sono le responsabilità. Questo è il nostro Paese che dire? C’è un giudizio di rinvio della Cassazione molto chiaro che è stato nuovamente disatteso» – ha aggiunto. – «Ottenere le cose più banali in Italia sembra la cosa più difficile al mondo. Ottenere giustizia sembra veramente qualcosa di incredibile. Io non voglio usare parole tratte dal libro ‘Il sistema’ ma penso che stiamo veramente lottando contro qualcosa più grosso di noi». 

«Non commento la decisione della Corte e non voglio parlare di vittoria, essendoci di mezzo la vita di una povera ragazzina» – ha dichiarato il procuratore Chiappani. – «Penso solo che è stato brutto per me rivivere l’incubo che deve aver subìto la famiglia Gambirasio, tirata in ballo per l’ennesima volta».

Yara Gambirasio, ai tempi 13enne, scomparve il 26 novembre del 2010 a Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo, dopo essere uscita dalla palestra distante solo 700 metri dalla sua abitazione. Il suo corpo venne ritrovato il 26 febbraio 2011, in un campo a Chignolo d’Isola. La ragazza, secondo gli accertamenti, era stata uccisa nel terreno incolto in cui venne ritrovata, morta a causa delle coltellate inferte e delle basse temperature. Le prime indagini portarono all’arresto di Mohammed Fikri su un traghetto diretto a Tangeri: in un’intercettazione, infatti, sembrava che Fikri chiedesse perdono ma la traduzione si rivelò sbagliata e lui venne scagionato. Le attenzioni degli inquirenti, a quel punto, si concentrarono su una traccia di Dna rinvenuta sui leggins indossati da Yara la sera della sua scomparsa. Il profilo identificato, denominato Ignoto 1, diede vita ad una campagna di prelievi sulla popolazione del posto. L’analisi del ramo familiare con profilo genetico correlato portò al nome di Giuseppe Guerinoni, autista di Gorno morto nel 1999 il cui Dna venne prelevato da una marca da bollo di una vecchia patente. Nessuno dei figli legittimi di Guerinoni corrispondeva al profilo, si arrivò così all’identificazione della madre di Ignoto 1, Ester Arzuffi. La signora Arzuffi ha un figlio, il 45enne e padre di tre figli Massimo Bossetti, che viene fermato con la scusa di un controllo all’etilometro e arrestato il 16 giugno del 2014 dopo l’analisi del Dna. Bossetti dichiarerà sempre di essere innocente così come la madre di non aver avuto nessuna relazione con Guerinoni.

Nel febbraio del 2015 si chiudono definitivamente le indagini a carico di Bossetti con richiesta di rinvio a giudizio: ad incastrarlo, oltre la “prova regina” ci sarebbero le immagini di una videocamera che riprendono il suo furgone passare davanti alla palestra in cui si allenava Yara pochi minuti prima della sua scomparsa. Il 3 luglio si apre il processo a suo carico che lo vedrà, a distanza di un anno, condannato all’ergastolo per omicidio con l’aggravante della crudeltà e privato della patria podestà sui tre figli. Decisione confermata successivamente in secondo e terzo grado di giudizio.