Esce ufficialmente dal carcere di Rebibbia Giovanni Brusca, detto “u scannacristiani”, boss di Cosa Nostra e autore della strage di Capaci e dell’omicidio dell’allora tredicenne Giuseppe Di Matteo

Giovanni Brusca torna ad essere un uomo libero. All’età di 64 anni uno degli esponenti più noti della cosca mafiosa guidata da Totò Riina chiude i suoi conti con la giustizia e torna, con tutte le misure cautelari a lui riservate, in libertà.

Arrestato il 20 maggio del 1996 in una villetta vicino ad Agrigento dove si era rifugiato con il fratello dopo anni di latitanza, Brusca, detto “u scannacristiani” per la sua ferocia, lascia il carcere di Rebibbia con 45 giorni di anticipo rispetto alla fine della pena. Subito dopo il suo arresto, il boss mafioso cominciò a rilasciare dichiarazioni ai magistrati in merito agli eventi in cui era coinvolto, tanto da ottenere nel 2000 il titolo di “collaboratore di giustizia” che ora, insieme alla “buona condotta”, gli è valso il rilascio, previsto nel 2022. Ma sul suo pentimento sono sempre stati espressi molti dubbi sia per le azioni compiute sia per la vaghezza e la contraddittorietà delle sue dichiarazioni. Nei mesi scorsi la Corte di Cassazione aveva rifiutato la richiesta di sconto di pena e la concessione degli arresti domiciliari. Ora, come deciso della Corte d’Appello di Milano, Brusca sarà sottoposto a quattro anni di libertà vigilata e a stretti controlli ma la gestione della libertà sua e dei familiari preoccupa non poco.

Tra gli omicidi più efferati di cui è stato artefice, e per cui è stato condannato, si conta la strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Fu lui stesso ad ammettere di aver azionato, il 23 maggio del 1992, il telecomando che azionò la detonazione. Seguì, nel luglio del 1992, la strage di Via D’Amelio dove morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta: Brusca dichiarò di non aver partecipato fisicamente all’attentato ma di essere uno dei mandanti di tutti gli omicidi progettati da Cosa Nostra nel 1992.

Ma sicuramente uno dei casi per cui sarà sempre ricordato come responsabile è quello del rapimento e dell’omicidio di Giuseppe Di Matteo, figlio tredicenne del pentito e collaboratore di giustizia Santino Di Matteo. Quest’ultimo era uno dei depositari dei segreti della cosca, segreti che, subito dopo il suo arresto, cominciò a rivelare al procuratore Giancarlo Caselli e ai magistrati della Dda di Palermo. Le sue rivelazioni diedero il via ad alcuni dei procedimenti dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia. Quando il padre cominciò a parlare, Brusca, insieme ad altri criminali, rapì il giovane Giuseppe spostandolo di nascondiglio in nascondiglio per i due anni successivi fino ad ucciderlo, l’11 gennaio del 1996, strangolandolo e sciogliendolo nell’acido. Per la sua morte, insieme al boss di San Giuseppe Jato, vennero condannati Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro, quest’ultimo latitante dal 1993 e uno dei criminali più ricercati al mondo.

Proprio lo stesso Santino Di Matteo ora esprime tutto il suo dolore per uno degli aguzzini del figlio. «Io vado a testimoniare ai processi per dire quello che so. Ma a che cosa serve se poi lo stesso Stato si lascia fregare da un imbroglione, da un depistatore?» – ha commentato in un’intervista al Corriere della Sera. – «Non trovo le parole per spiegare la mia amarezza. A chi devo dirlo? È passato meno di un anno da quando avevano liberato un carceriere di mio figlio, a Ganci, il paesino delle Madonie, uno dei posti del calvario. Ma la verità è che tutti i sorveglianti e gli aguzzini della mia creatura sono liberi. Tutti a casa. E ora va a casa pure il capo che organizzò e decise tutto. Lo stesso boia di Capaci. Si può dire boia? Lo posso dire io? La legge non può essere uguale per questa gente. Brusca non merita niente. Oltre mio figlio, ha pure ucciso una ragazza incinta di 23 anni, Antonella Bonomo, dopo avere torturato il fidanzato. Strangolata, senza motivo, senza che sapesse niente di affari e cosacce loro. Questa gente non fa parte dell’umanità» – aggiunge il pentito. – «”U verru”, cioè il maiale, come chiamavano Brusca, conosceva Giuseppe, mio figlio, da bambino. Ci giocava insieme con la play station. Eppure l’ha fatto sciogliere nell’acido. E questo orrore si paga in vent’anni? Io non posso piangere nemmeno su una tomba e lui lo immagino pronto a farsi una passeggiata. Magari ad Altofonte. O in un caffè davanti al Teatro Massimo di Palermo. Mi auguro di non incontrarlo mai, come chiedo al Signore. Se dovesse succedere, non so che cosa potrebbe accadere».

La sua non è stata l’unica reazione al rilascio di Brusca, tra il dolore dei familiari delle vittime e l’indignazione degli esponenti della politica e dell’associazionismo. «Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell’ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso. Ogni altro commento mi pare del tutto inopportuno» – ha detto Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone. – «La stessa magistratura in più occasioni ha espresso dubbi sulla completezza delle sue rivelazioni, soprattutto quelle relative al patrimonio che, probabilmente, non è stato tutto confiscato: non è più il tempo di mezze verità e sarebbe un insulto a Giovanni, Francesca, Vito, Antonio e Rocco che un uomo che si è macchiato di crimini orribili torni libero a godere di ricchezze sporche di sangue».

«La scarcerazione di Brusca è un’offesa grandissima, non solo nei miei confronti e nei confronti di noi vittime. Il nostro dolore, per lo Stato e per questa giustizia, evidentemente, non conta nulla. Occorre indignarsi: non solo io, tutti gli italiani devono essere mossi dall’indignazione» – ha dichiarato Tina Montinaro, vedova di Antonio Montinaro, caposcorta di Giovanni Falcone.

«Giovanni, hai sentito che Giovanni, Brusca è libero? Sì, e ribadisco, così come ho detto altre volte, che non ho mai creduto al suo pentimento e mai ci crederò» – ha commentato Giovanni Paparcuri, autista di Giovanni Falcone all’inizio degli anni Ottanta, rimasto ferito nell’attentato contro il consigliere istruttore Rocco Chinnici. – «Io l’avrei fatto marcire in galera per tutta la vita per gli innumerevoli morti che ha sulla coscienza. Ma essendo in uno Stato di diritto e se la legge prevede che a questi assassini poi divenuti collaboratori spettano dei benefici, da buon soldato, ma a malincuore ne prendo atto e me ne faccio una ragione, anche se è molta dura, durissima».

«Autore della strage di Capaci, assassino fra gli altri del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido perché figlio di un pentito. Dopo 25 anni di carcere, il boss mafioso Giovanni Brusca torna libero. Non è questa la “giustizia” che gli Italiani si meritano» – ha commentato il leader della Lega Matteo Salvini, a cui ha fatto seguito Giorgia Meloni. «Il boss di Cosa Nostra Giovanni Brusca, lo “scannacristiani” che ha commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti, ha fatto saltare in aria il giudice Falcone e la sua scorta e ha ordinato di strangolare e sciogliere nell’acido il piccolo Di Matteo, è tornato libero. È una notizia che lascia senza fiato e fa venire i brividi!» – ha dichiarato la leader di Fratelli d’Italia. – «L’idea che un personaggio del genere sia di nuovo in libertà è inaccettabile, è un affronto per le vittime, per i caduti contro la mafia e per tutti i servitori dello Stato che ogni giorno sono in prima linea contro la criminalità organizzata. 25 anni di carcere sono troppo pochi per quello che ha fatto. È una sconfitta per tutti, una vergogna per l’Italia intera».

«È stato un pugno nello stomaco che lascia senza respiro e ti chiedi come sia possibile. La sorella di Falcone ricorda a tutti che quella legge applicata oggi l’ha voluta anche suo fratello, che ha consentito tanti arresti e di scardinare le attività mafiose, ma è un pugno nello stomaco» – ha detto il segretario del Pd, Enrico Letta, si microfoni di Rtl 102.5.

«Brusca libero? Non voglio crederci. È una vergogna inaccettabile, un’ingiustizia per tutto il Paese. Sempre dalla parte delle vittime e di chi lotta e ha lottato contro la mafia» – si legge sul profilo Twitter della sindaca di Roma Virginia Raggi. «La scarcerazione del “pentito” Giovanni Brusca è un atto tecnicamente inevitabile ma moralmente impossibile da accettare. Mai più sconti di pena ai mafiosi, mai più indulgenza per chi si è macchiato di sangue innocente. Sono vicina ai parenti delle vittime, oggi è un giorno triste per tutti» – ha scritto, sempre su Twitter Mara Carfagna, ministro per il Sud e la Coesione territoriale.

E sempre Twitter riporta le parole e il pensiero della vide presidente del Senato Paola Taverna e del deputato M5S Stefano Buffagni. «La scarcerazione di Brusca riapre una ferita dolorosa per tutto il Paese. Una vergogna senza pari, un insulto alla memoria di chi è caduto per difendere lo Stato. Serve subito una nuova legge sull’ergastolo ostativo. Nessun passo indietro davanti alla Mafia» – scrive Taverna. «Notizie del genere fanno male, tanto male. La legge è legge e va rispettata ma il dolore nel pensare #Brusca libero resta. Il mio pensiero in questo momento va agli eroi, famosi e meno, che hanno lottato la mafia e dato la vita per assicurare gente come lui alla giustizia» – fa eco Buffagni.

La Sicilia non manca di far sentire la sua voce. «Una vergogna totale!» – ha commentato l’assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, il leghista Alberto Samonà. – «Mi domando che Paese è quello in cui un feroce assassino, ancorché collaboratore di giustizia, può uscire dal carcere, nonostante si sia macchiato di orrendi omicidi». Forti anche le parole del sindaco di Palermo Leoluca Orlando: «la scarcerazione di Giovanni Brusca richiama ancora una volta le sofferenze delle vittime e dei loro familiari e riaccende ancora più forte la loro indignazione. Questo momento conferma quanto bisogno vi sia ancora di verità e giustizia nel nostro Paese».

Gli italiani tutti, nel ricordare le stragi e gli omicidi di cui Brusca si è reso autore, non possono che unirsi all’indignazione per la scarcerazione di uno dei protagonisti delle pagine più buie della storia del nostro Paese.