Si è staccato dalla piattaforma di ghiaccio Ronne Ice Shelf e sta galleggiando attraverso il gelido mare di Weddell

A-76: ecco il nome dell’Iceberg, attualmente il più grande al mondo, staccatosi dalla piattaforma di ghiaccio in Antartide. Lungo circa 170 chilometri e largo 25, con un’area di 4.320 chilometri quadrati, non stupisce gli esperti che già nella storia hanno registrato altri giganti, come il B-15 del 2000 con i suoi ben 11.000 chilometri quadrati o l’altro del 1956, con i suoi 31.000 chilometri.

La prima segnalazione del suo distacco è arrivata dal British Antarctic Survey (BAS), il programma antartico britannico, ed è stata poi confermata dall’Us National Ice Center, il centro americano che si occupa di sorvegliare i ghiacciai. A catturare le immagini è stato il satellite europeo Sentinel 1, una delle sentinelle della Terra del programma Copernicus, gestito dalla Commissione Europea e dall’Esa, l’Agenzia Spaziale Europea.

Sebbene questi eventi si imputano al surriscaldamento globale, questa volta gli scienziati hanno chiaramente specificato che i danni causati dall’uomo all’ambiente non ne possono essere la causa. Questo episodio è imputabile infatti al ciclo naturale dei ghiacciai tipici dell’Antartide. «È attualmente l’iceberg più grande, ma non è anomalo in quanto iceberg di queste dimensioni si staccano dalle piattaforme di ghiaccio antartiche all’incirca ogni due anni», ha detto il glaciologo Massimo Frezzotti, del dipartimento di Scienze dell’Università Roma Tre.

Il vero problema è comprendere dove sarà diretto A-76 dato che, a seguito delle naturali frammentazioni, potrebbe risultare una seria minaccia sia per il traffico navale sia per la biodiversità, rischiando di stravolgere totalmente gli ecosistemi in cui i diversi frammenti potrebbero arenarsi. «È abbastanza grande da influenzare l’oceano e la salinità dell’oceano. A seconda della traiettoria, potrebbe essere significativo quanto l’A-68a», ha dichiarato il dottor Brisbourne, glaciologo presso il British Antarctic Survey, riferendosi al colossale iceberg che ha creato diversi problemi negli ultimi anni.

In media sono state perse circa 267 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno, con un’evidente impennata del 130% tra il 2000 e il 2019. Grazie alle nuove misurazione ad altissima precisione è possibile descrivere con precisione tutti i fenomeni relativi allo scioglimento. La loro mappatura in HD permetterà di migliorare i modelli sul cambiamento climatico attraverso le quali sarà possibile migliorare la previsione degli scenari futuri, in modo tale da poter sviluppare nuove strategie per la mitigazione dell’innalzamento dei mari. Sotto osservazione sono oltre 217.000 ghiacciai del mondo, escluse le calotte della Groenlandia e Antartide. «E’ evidente che stiamo perdendo un grande patrimonio ambientale ed economico, con gravi implicazioni per molte popolazioni del mondo. La fusione dei ghiacciai – spiega Massimo Frezzotti– comporta la perdita di importanti serbatoi d’acqua in grado di aiutare l’agricoltura e l’industria tamponando la scarsità delle precipitazioni nei periodi di secca. Inoltre l’acqua di fusione finisce nei mari, che si stanno innalzando di 3,5 millimetri all’anno: un problema non solo per città come Venezia, ma anche per quell’11% della popolazione mondiale che abita in zone costiere che rischiano di essere sommerse».

Non bisogna sottovalutare neanche l’impatto che questi episodi hanno sulla fauna locale. La diminuzione e la conseguente scomparsa dei ghiacciai porterà con sé la perdita di specie animali e vegetali la cui sopravvivenza dipende soprattutto dalla presenza delle masse glaciali. Secondo uno studio condotto da un team di ricercatori statunitensi, francesi, britannici ed ecuadoriani, pubblicato sulla rivista Nature, le prime specie destinate a scomparire saranno quelle endemiche, ovvero quelle categorie di animali o vegetali il cui habitat è limitato a una particolare sezione del pianeta. Uno dei primi Paesi ad esser toccati da questa situazione è proprio l’Italia. A comunicarlo è Valeria Lencioni, conservatrice della Sezione di Zoologia degli Invertebrati e Idrobiologia del Museo Tridentino di Scienze Naturali a Trento. «Ci sono diversi casi di estinzione locale in Italia. Per esempio alcune specie di Diamesa (un insetto) che erano presenti sull’Appennino negli anni Settanta del secolo scorso, sono sparite insieme al ghiacciaio del Gran Sasso, quasi scomparso» ha detto Lencioni.

Come dice il WWF, che da sempre si impegna per la protezione dell’ambiente e degli animali, “questo pianeta è l’unico che abbiamo“. E’ necessario impegnarsi per la salvaguardia dell’ecosistema e delle biodiversità; talvolta si dimentica che i frutti appartengono a tutti e che la terra non è di esclusiva proprietà dell’essere umano. Imparare ad apprezzare e a rispettare l’ambiente potrebbe essere la chiave di volta per un futuro migliore, per un rapporto meno conflittuale con la nostra tanto amata terra.